Dopo tre anni la Federal Reserve ha aumentato i tassi di interesse

Per contrastare l'aumento dei prezzi dovuto alla guerra in Medio Oriente, nonostante la contrarietà e le pressioni di Trump

Il capo della Federal Reserve Kevin Warsh durante una conferenza stampa a luglio, a Washington (AP Photo/Mark Schiefelbein)
Il capo della Federal Reserve Kevin Warsh durante una conferenza stampa a luglio, a Washington (AP Photo/Mark Schiefelbein)
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Al termine della periodica riunione di politica monetaria la Federal Reserve, la banca centrale statunitense anche nota come FED, ha deciso di alzare i tassi di interesse di riferimento di 0,25 punti percentuali, portandoli così in un intervallo tra il 3,75 e il 4 per cento. È una decisione molto rilevante, che ha ricadute sul piano economico, ovviamente, ma anche su quello politico, dato che il presidente Donald Trump ha sempre detto di essere molto contrario a un aumento dei tassi.

È il primo rialzo dei tassi dal 2023 e anche il primo deciso da quando il capo della FED è Kevin Warsh, che a gennaio era stato scelto proprio da Trump per le sue idee eterodosse in politica monetaria e probabilmente perché riteneva di poterne influenzare il lavoro, cosa che però non è successa, almeno sui tassi. In questi mesi gli interventi pubblici di Warsh avevano fatto intendere che fosse in realtà favorevole a un aumento dei tassi in questo contesto economico, e la scelta di mercoledì è quindi un segnale che la banca centrale statunitense ha mantenuto un certo grado di indipendenza dal presidente.

Dal punto di vista economico, con l’aumento dei tassi la FED intende contrastare l’aumento dei prezzi anomalo provocato dalla guerra in Medio Oriente, iniziata a fine febbraio con i bombardamenti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Ad agosto l’inflazione negli Stati Uniti è arrivata al 3,4 per cento, leggermente in calo rispetto ai massimi dei mesi precedenti ma comunque ben più alta della soglia del 2 per cento, quella che le banche centrali reputano non problematica e che associano a un’economia sana.

L’aumento dei tassi di interesse è uno degli strumenti con cui le banche centrali tentano di tenere sotto controllo l’andamento dei prezzi. Semplificando molto, se i tassi di interesse di riferimento aumentano, sale anche il costo dei mutui e dei prestiti. L’idea è che le persone e le aziende prendano meno soldi in prestito se questi sono più cari: con meno investimenti e consumi l’economia rallenterebbe e i prezzi dovrebbero aumentare meno.

Questa è la teoria generale, che si applica in modo un po’ diverso nel caso attuale. L’aumento generale dei prezzi, negli Stati Uniti e non solo, è dovuto perlopiù ai rincari dei carburanti e in generale dell’energia. Sono dunque cause esogene che non dipendono dall’andamento dell’economia, ma solo dalla guerra in Medio Oriente. L’unico modo per fermare questi rincari sarebbe che la guerra finisse e i mercati energetici tornassero alla normalità. Tra gli economisti c’è un certo dibattito se l’azione della banca centrale possa essere utile in un contesto del genere, perché la Fed non ha potere di incidere sui prezzi dell’energia.

Le sue politiche possono però influenzare l’andamento del resto dei prezzi: i rincari energetici possono trasmettersi ad altri settori, come i beni da supermercato o i prodotti di largo consumo, e dai dati sull’inflazione questo sembra stia succedendo. L’azione della Fed va letta dunque in questo senso, cioè volta a rallentare questo meccanismo di trasmissione. La Fed ha seguito la decisione della Banca Centrale Europea, che la scorsa settimana aveva annunciato un aumento dei tassi per le stesse ragioni (già il secondo di quest’anno).

Sebbene sia lo strumento più efficace contro l’inflazione, l’aumento dei tassi di interesse è comunque una misura generalmente impopolare. Il rincaro dei mutui – che peraltro è già in corso da mesi e negli Stati Uniti ha portato a tassi vicini al 7 per cento – è una conseguenza mal tollerata sia da chi deve comprare casa e si trova a farlo in condizioni peggiori, sia da chi ha un mutuo a tasso variabile, la cui rata segue l’andamento dei tassi di mercato.

Tassi di interesse in aumento sono anche un rischio, e il lavoro delle banche centrali consiste nel manovrarli quanto basta a fermare l’inflazione, senza portare l’economia in recessione. In generale però il rialzo dei tassi rallenta la crescita economica, e questo è malvisto dalla politica.

Kevin Warsh con Donald Trump, durante il suo giuramento da capo della Fed, a maggio (AP Photo/Alex Brandon)

A questo si aggiunge che il governo statunitense ha un enorme problema di debito pubblico: negli ultimi mesi sono cresciuti molto i tassi di interesse sui titoli di Stato degli Stati Uniti, cioè quelli che il governo paga agli investitori che gli prestano dei soldi. Questo è dovuto alle politiche economiche dispendiose di Trump, alla riduzione della fiducia verso l’affidabilità degli Stati Uniti e infine proprio alle prospettive di inflazione e incertezza economica. I tassi di interesse della Fed condizionano anche i tassi dei titoli di Stato, e un rialzo aggrava una situazione già abbastanza preoccupante per Trump.

Le banche centrali sono però istituti indipendenti, proprio per la storica propensione della politica verso tassi bassi a garanzia del loro consenso. Questo avrebbe in realtà controindicazioni punitive verso la popolazione, che si troverebbe a sostenere un costo della vita che non può permettersi.

Della Fed si è parlato parecchio negli ultimi mesi. Trump aveva fatto una campagna feroce contro il precedente governatore, Jerome Powell, che a suo dire era stato troppo lento e riluttante nell’abbassare i tassi di interesse, dopo che negli anni scorsi la Fed li aveva portati al loro massimo storico per contrastare l’inflazione generata dalla pandemia di Covid-19 e dalla guerra in Ucraina. Lo aveva insultato pubblicamente diverse volte, aveva minacciato di licenziarlo e il dipartimento di Giustizia aveva aperto su di lui un’indagine pretestuosa e poi archiviata. Il mandato di Powell è scaduto a maggio, ma rimane nel consiglio direttivo.

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