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  • Lunedì 7 settembre 2026

Come si sopravvive abitando su una spiaggia

A Ceuta diverse centinaia di migranti passano le giornate a cercare cibo, vestiti o elettricità per ricaricare il telefono, in uno stallo di cui non si vede la fine

di Valerio Clari, da Ceuta

Tende e baracche sulla spiaggia del Trampolín a Ceuta, 3 settembre 2026 (Valerio Clari/il Post)
Tende e baracche sulla spiaggia del Trampolín a Ceuta, 3 settembre 2026 (Valerio Clari/il Post)
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Quando un camion con alcuni pannelli solari a bordo arriva alla spiaggia del Trampolín, a Ceuta, si crea subito una fila lunga e ordinata di persone migranti. Ognuno ha in mano un telefono e un caricatore: da lì a poco gli operatori umanitari di Mission Lifeline, una ong tedesca, allestiranno un tavolo con una serie di prese elettriche, collegate ai pannelli del camion, per ricaricare decine di telefoni contemporaneamente.

Può non essere la prima esigenza a cui si pensa, ma avere un telefono carico è fondamentale per le persone straniere che da più di un mese si ritrovano a vivere per strada a Ceuta. «Per strada» è un’espressione convenzionale e perciò imprecisa: a Ceuta le persone arrivate durante gli ingressi di massa di fine luglio dormono in spiaggia, oppure in campi sportivi o ancora dentro ad aree industriali dismesse.

Il telefono gli serve per stare in contatto con parenti e amici nel proprio paese di origine e con le altre persone migranti che sono a Ceuta, ma non solo: è utile per sapere come muoversi in una città che non si conosce, in alcuni casi per ricevere piccole somme di denaro e ovviamente per passare il tempo, tra foto e social. Oltre che da torcia per spostarsi dopo una certa ora. Mantenerlo carico è fondamentale. «Prima che arrivassimo qualcuno provava ad attaccarsi direttamente ai fili della corrente dei bagni chimici, cosa piuttosto pericolosa», dice un operatore di Mission Lifeline.

La stazione di ricarica dei telefoni sulla spiaggia del Trampolín, a Ceuta, 3 settembre 2026 (Valerio Clari/il Post)

Mission Lifeline frequenta vari insediamenti fra quelli sorti a Ceuta dal 30 luglio, quando decine di migliaia di persone migranti attraversarono il confine dal Marocco ed entrarono nell’exclave spagnola. Migliaia di loro – nessuno sa di preciso quanti – vivono in situazioni temporanee e assai precarie, come la spiaggia del Trampolín. Fin da subito qui sono arrivate moltissime persone perché c’era spazio, banalmente, e perché non è troppo lontana dal centro di accoglienza ufficiale di Ceuta.

Quando arriva il loro turno le persone in coda davanti al camion lasciano il cellulare, a cui viene attaccato un adesivo con un numero, lo stesso che viene scritto con un pennarello sulla mano di chi lo ha lasciato. Qualche ora dopo il proprietario torna, mostra la mano, recupera il telefono e il caricatore e lascia il posto a un altro. Dalla mattina fino alla sera, tutte le prese sono continuamente occupate.

Per rispondere alle altre necessità di base i luoghi di Ceuta in cui vivono i migranti sono diventati sempre più strutturati, perlopiù spontaneamente. Nonostante le resistenze iniziali, con il passare delle settimane il governo locale e la polizia hanno dovuto prendere atto che sarebbe stato difficile sgomberare il campo del Trampolín. A quel punto è arrivato qualche intervento minimo, soprattutto igienico: al Trampolín sono stati portati una decina di bagni, per una popolazione stimata di circa duemila persone.

Le persone hanno poi cercato in vari modi di costruirsi un tetto. Qualcuno ha messo insieme delle strutture in legno su cui vengono posizionati grandi cartoni presi dai rifiuti dei supermercati. Oppure teli impermeabili, quando si trovano. Ma c’è anche chi ha usato arbusti, le foglie più grandi di alcuni alberi, lenzuola, pezzi di compensato, laminati. Appena sopra il Trampolín c’è una collina con dei boschi: molti salgono a cercare rami e legna da portare in spiaggia per il proprio riparo.

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Un migrante trasporta materiale che gli servirà per costruire un ricovero di fortuna, a Ceuta, 3 settembre 2026 (Valerio Clari/il Post)

A Las Naves, un complesso industriale vicino alla frontiera con il Marocco, c’è un altro grosso insediamento che polizia e militari stanno progressivamente cercando di smantellare perché le condizioni igieniche sono ancora peggiori che sulla spiaggia. Lì molti copertoni sono stati sfruttati come pesi per bloccare i teli delle impalcature: sopra ogni ricovero di fortuna ce n’è uno.

Le baracche al complesso industriale del Tarajal, detto Las Naves, a Ceuta, 4 settembre 2026 (Valerio Clari/il Post)

Tornando alla spiaggia, fra le molte impalcature si vedono anche ripari un filo più strutturati.

Nasreddine Sadik viene dal Marocco, è partito da solo contro il volere del padre (che fa il militare) e alla spiaggia del Trampolín ha trovato dei compagni di viaggio. Mettendo insieme i loro soldi hanno comprato una tenda da 35 euro. È una di quelle da due posti, ma con una “prolunga” costruita con pali e teli ci dormono in sei, a volte sette: «Stretti stretti, uno appiccicato all’altro: ma siamo amici, e comunque di notte fa freddo», racconta. Di notte infatti al Trampolín arriva un vento freddo che fa scendere le temperature. Da inizio agosto ha piovuto poco, ma eventuali piogge potrebbero creare un’emergenza nell’emergenza.

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La tenda in cui dormono Nasreddine Sadik e i suoi compagni di viaggio a Ceuta, 5 settembre 2026 (Valerio Clari/il Post)

Nei giorni appena successivi agli arrivi di massa molte persone erano tornate indietro perché non trovavano nulla da bere e da mangiare. Oggi alcune ong si sono attrezzate per fornire dei pasti a chi è rimasto. L’associazione locale Luna Blanca prepara tre pasti caldi al giorno per alcuni campi informali che ospitano donne e bambini, mentre al Trampolín avviene la distribuzione più grossa, da 9mila pasti, ma solo una volta al giorno.

I migranti si mettono in coda ore prima: la regola è che lo facciano da seduti, e tutto è sorvegliato e gestito da un gran numero di agenti di polizia e militari. Durante le prime distribuzioni c’erano stati momenti di caos, ora ci sono regole piuttosto rigide: chi sgarra, anche solo perché ha cambiato posto o posizione, viene espulso dalla fila.

La distribuzione del cibo da parte della Croce Rossa a Ceuta, 5 settembre 2026 (Valerio Clari/il Post)

L’attesa vale un sacchetto di plastica in cui ci sono latte, biscotti, pane, patate, un succo di frutta, una specie di croissant, una scatola di sardine, riso. Alcune cose sono da cuocere, e i migranti si sono dovuti arrangiare in queste settimane per allestire fuochi e falò: c’è anche chi ha pentole marocchine in cui cucina zuppe tipiche. Si cuoce su fuoco vivo o con bombole a gas.

Uno dei sacchetti di plastica forniti una volta al giorno dalla Croce Rossa a Ceuta, 5 settembre 2026 (Valerio Clari/il Post)

Il cibo fornito viene integrato con piccoli acquisti fatti in città e con un crescente mercato che si sta creando tutto intorno all’accampamento: nella parte della spiaggia più lontana dal mare e più vicina alla strada in molti vendono prodotti su teli o piccole panche di legno: uova, bibite, pane, biscotti, yogurt. Sono cose comprate in città e rivendute qui a prezzo maggiorato, o in singole unità invece che in confezioni più grandi, per ottenere un piccolo guadagno.

Hamza, arrivato un giorno dopo quello del grande esodo, dice che lo fa con le sigarette: «Compro un pacchetto a tre euro e mezzo, le rivendo una per una e alla fine ci guadagno circa un euro e mezzo». Sui banchetti di altri ci sono vestiti di recupero, magliette da calcio, felpe che saranno molto utili nei prossimi mesi: per i prezzi, si parte da circa un euro a capo.

Uno dei banchetti in cui si vende cibo e altri prodotti sulla spiaggia del Trampolín, a Ceuta, 5 settembre 2026 (Valerio Clari/il Post)

Un’altra attività commerciale di successo è quella dei barbieri. Sono molti, in ogni accampamento. In fondo bastano un paio di forbici, un rasoio elettrico ricaricato in qualche modo, un asciugamano e una sedia, che può essere piazzata un po’ ovunque. I clienti non mancano.

In molti provano invece a pescare. «Si prendono pesci piccoli, molto piccoli», dice l’algerino Imad, che ha un posto letto al CETI (il centro ufficiale, ora pieno) e va al Trampolín per pescare, oltre che per vendere e comprare cose.

La scorsa settimana c’è stato anche un episodio molto raccontato sulla stampa locale: alcuni migranti hanno trovato un piccolo di delfino lungo gli scogli vicino alla spiaggia. Lo hanno tirato fuori dall’acqua, portato in giro, forse qualcuno lo ha colpito (anche se non ci sono video che lo dimostrano) e quando infine lo hanno rimesso in acqua l’animale era in pessime condizioni: non si sa con certezza se sia sopravvissuto, né se fosse arrivato a riva perché già ferito.

Una parte della spiaggia del Trampolín, a Ceuta, 1 settembre 2026 (Valerio Clari/il Post)

Le giornate nei centri cominciano presto e possono essere molto lunghe. I migranti dicono che polizia e militari li svegliano all’alba con clacson e sirene, volontariamente. Poi le ore passano fra le varie code (bagni, telefono, cibo) e giri in città: il centro è distante 45 minuti a piedi e molto presidiato dalla polizia. La loro presenza scoraggia i migranti, che quindi perlopiù si riforniscono in negozi della periferia.

In molte spiagge di Ceuta, non solo quella del Trampolín, di giorno si vedono diversi giovani uomini migranti: partite di calcio e tuffi dagli scogli sono fra le attività ricreative preferite.

Tra i residenti l’occupazione degli spazi e una certa sensazione di insicurezza sono fra le lamentele più frequenti. Già di norma vivono in spazi ridotti: Ceuta è più piccola dell’isola di Lampedusa. In molti hanno paura di aggressioni per sé o per i propri figli: non sempre è facile distinguere rischi reali e concreti, magari nelle zone in cui la concentrazione di persone è più alta, oppure timori alimentati dall’enorme dibattito sugli ingressi di massa, ancora molto presente sui giornali.

La ripresa dell’anno scolastico, avvenuta il 7 settembre, è stata un tema molto dibattuto. Molte donne dicono ai giornali di considerare lo spray al peperoncino come accessorio imprescindibile, anche da dare alle figlie, per andare in giro.

Baracche e tende sul bordo del mare a Ceuta, 3 settembre 2026 (Valerio Clari/il Post)

Nella stessa comunità dei migranti non sempre tutto fila liscio: la convivenza forzata in spazi ristretti contribuisce alla nascita di frequenti liti, zuffe, dispute, che a volte si trasformano in risse.

Sulle spiagge i migranti parlano anche di botte, telefoni distrutti e prevaricazioni da parte di poliziotti e militari, accuse che non è possibile verificare in modo indipendente. Gli episodi segnalati, anche dalle ong, sono stati numerosi. Polizia e militari invece denunciano attacchi ai loro mezzi, perlopiù con sassaiole, soprattutto di notte.

Ci sono state poi almeno 21 aggressioni sessuali contro donne o ragazze minori nel primo mese. Sono avvenute perlopiù nei primi giorni. Ora grazie all’attività di ong e associazioni spontanee di residenti la maggior parte dei migranti più vulnerabili è ospitata in strutture ufficiali o protette. Ma altri minori, anche non accompagnati, continuano a vivere per strada.

Accampamenti di migranti nel complesso industriale del Tarajal, a Ceuta, 4 settembre 2026 (Valerio Clari/il Post)

La tenda di Nasreddine Sadik è ai margini estremi della spiaggia: «Qui puoi decidere con chi stare, noi cerchiamo di stare con persone “buone”, per creare relazioni anche per il futuro». La maggior parte di chi resta è convinta che il futuro sia l’Europa, che alla fine si troverà un modo per non essere espulsi, arrivare nella Spagna continentale e da lì in altri paesi dell’Unione. Molti hanno persone con cui vorrebbero riunirsi, come una sorella a Barcellona, una moglie e un figlio in Belgio.

Per questo nonostante la prolungata situazione emergenziale non hanno intenzione di tornare indietro spontaneamente. Il governo conta di identificarli tutti e raccogliere le domande di asilo: per i cittadini marocchini maggiorenni l’espulsione è un esito quasi inevitabile.

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