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  • Venerdì 4 settembre 2026

La crisi migratoria rischia di dividere Ceuta

Sta creando un divario tra gli abitanti delle periferie e del centro e tra musulmani e cattolici, uniti però da una diffusa insofferenza

di Valerio Clari, da Ceuta

Ceuta, 1 settembre 2026 (Valerio Clari/il Post)
Ceuta, 1 settembre 2026 (Valerio Clari/il Post)
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A Ceuta uno degli slogan più ripetuti da autorità e residenti è: “la città in cui convivono quattro religioni”. I rappresentanti di ebraismo e induismo sono in realtà pochi, ma cattolici e musulmani vivono senza eccessivi problemi molto vicini, visto che l’intera exclave spagnola in Marocco è grande meno dell’isola di Lampedusa, ma è più densamente abitata che ogni altra parte della Spagna (con l’esclusione dell’altra exclave spagnola in Marocco, Melilla). Questa convivenza rischia di essere messa in crisi dall’attuale crisi migratoria, cominciata il 30 luglio con l’attraversamento di massa del confine che separa Ceuta dal Marocco.

L’arrivo di oltre 70mila migranti e la permanenza in città, un mese dopo, di varie migliaia di loro – stabilire un numero sicuro resta impossibile, ma sembrano più vicini alla quota di 10mila che alle stime iniziali di poche migliaia – sta condizionando in modo diverso la vita delle due comunità, e provocando reazioni differenti.

Ceuta ha un istmo di terra che si protende verso il mare, dove c’è il porto e il centro, e un entroterra collinoso e pieno di boschi in cui negli anni sono sorti quartieri periferici, a volte in modo disordinato. In centro abitano i cattolici, in larga parte dipendenti del governo locale; in periferia i musulmani, spesso con discendenze marocchine.

Il quartiere Loma Colmenar a Ceuta, 3 settembre 2026 (Valerio Clari/il Post)

Nelle periferie oggi ci sono enormemente più migranti, ma è nel centro cattolico che le proteste contro quella che definiscono «l’invasione» sono più forti.

Molti residenti di Ceuta, del centro e della periferia, musulmani e cattolici, dicono di essere stanchi ed esasperati dalla situazione e vorrebbero che i migranti lasciassero il territorio dell’exclave. Quasi tutti propendono per le espulsioni, perché temono che un trasferimento verso altre zone della Spagna finirebbe col causare nuovi arrivi di massa in futuro.

Nelle periferie musulmane sono però state molto più numerose e immediate le mobilitazioni per fornire sostegno e aiuti alle persone migranti, spesso precedendo le ong e le iniziative del governo locale e statale: le persone si sono attivate in modo spontaneo, attraverso le organizzazioni di vicinato. All’interno della comunità del centro invece l’opposizione a ogni forma di accoglienza, seppur temporanea, è stata più netta, e le richieste di espulsioni immediate sono arrivate fino a saltuari episodi di violenza verso i migranti, e di boicottaggio e intimidazioni ai volontari delle ong che si occupano di fornire cibo e aiuti.

Il centro di Ceuta, 4 settembre 2026 (Valerio Clari/il Post)

In realtà osservando solo il centro di Ceuta e non ascoltando i discorsi della gente, che parla di un unico argomento, per un po’ un visitatore potrebbe non accorgersi delle dimensioni della crisi. Ci sono piccoli gruppi di migranti che circolano per le strade, ma perlopiù la vita prosegue in modo quasi normale, anche se gli spazi a disposizione si sono ulteriormente ristretti perché molti parchi e spiagge sono occupati o considerati non sicuri. I bar e i ristoranti sono aperti, le strade pattugliate e non si segnalano consistenti aumenti di episodi di microcriminalità, anche se in molti dicono di avere paura a girare per strada, soprattutto di notte.

Fuori dal centro e soprattutto nei quartieri più vicini al confine con il Marocco la situazione è diversa: intere zone sono occupate da accampamenti di fortuna, in molti quartieri ci sono centinaia di persone che vivono per strada.

Un accampamento improvvisato in strada, nelle vicinanze di un centro di accoglienza, Ceuta, 3 settembre 2026 (Valerio Clari/il Post)

Halima Ahmed è portavoce ed educatrice di Luna Blanca, una delle più grandi ong di Ceuta, che da decenni distribuisce pasti e fornisce sostegno alle persone in difficoltà. Ha sede nel quartiere musulmano di Sidi Embarek.

Dice che Ceuta non è mai stata una città divisa o razzista, ma che ora esiste il pericolo che «si crei conflitto, perché c’è chi lavora per portarlo da fuori: i movimenti neofascisti arrivati dalla penisola». Nelle scorse settimane a Ceuta sono arrivate delegazioni di ultras calcistici ed esponenti di movimenti di estrema destra che si ritiene siano all’origine di alcuni degli episodi di violenza contro i migranti, con tende bruciate nell’accampamento informale sorto sulla spiaggia del Trampolín, nonché pestaggi e ronde notturne violente. In un’occasione una cinquantina di persone ha anche bloccato la distribuzione dei pasti da parte della Croce Rossa, per molti l’unica fonte di cibo.

La sede e uno dei mezzi di Luna Blanca, Ceuta, 3 settembre 2026 (Valerio Clari/il Post)

Ahmed dice che invece proprio dai quartieri più marginali, come Sidi Embarek o El Principe, sono arrivate iniziative spontanee per fare fronte alla «crisi migratoria e umanitaria»: sono stati attrezzati dei campi sportivi o degli spazi con tendoni per accogliere donne, bambini e famiglie, sono stati raccolti vestiti, coperte e cibo, contando inizialmente solo sugli aiuti delle persone del quartiere.

Luna Blanca ha distribuito quasi 6mila pasti al giorno nei primi giorni e continua a distribuirne migliaia in vari punti della città. Questo ha attirato anche alcune critiche e attacchi, soprattutto sui social. Anche il Banco Alimentare, un’altra ong attiva a Ceuta, ha dovuto rispondere a chi l’accusava di dimenticare i residenti più bisognosi per aiutare i migranti. Martedì, passando in auto davanti al luogo dove la Croce Rossa distribuiva pasti a migliaia di migranti, una signora ha gridato dal finestrino: «Pensate ad aiutare gli anziani spagnoli!».

Anche dipendenti e volontari delle ong straniere sono stati attaccati, in alcune occasioni fisicamente: l’abitazione dove risiedono quelli di No Name Kitchen è piantonata dalla polizia dopo alcune minacce. Sebastiano Dri, volontario che lavora con l’ong tedesca Mission Lifeline, dice che nei giorni scorsi il gruppo con cui lavora e una volontaria di Médicos del Mundo sono stati accerchiati, minacciati e costretti a fuggire in una delle vie centrali della città. Hanno anche trovato le gomme del grosso furgone con cui si spostano «segnate, come se avessero cercato di bucarle: da allora giriamo senza segni di riconoscimento».

La manifestazione in occasione del “giorno di Ceuta”, 2 settembre (Valerio Clari/il Post)

Si temevano anche possibili sviluppi violenti in occasione di una grande manifestazione organizzata il 2 settembre per il “giorno di Ceuta”, una storica celebrazione locale. È stata molto partecipata, ma senza incidenti: ci sono stati insulti e cartelli contro il primo ministro Socialista Pedro Sánchez, mentre è stato acclamato il presidente/sindaco di Ceuta Juan Jesús Vivas, del Partito Popolare, di centrodestra. Vivas era ritratto come Superman nello striscione che apriva il corteo, pieno di bandiere spagnole e accompagnato dall’inno nazionale e da altre canzoni che citavano l’orgoglio di essere di Ceuta e spagnoli.

La protesta era stata organizzata anche dal governo locale, con tanto di cartelli di legno con vari slogan preparati dagli organizzatori e lasciati a disposizione dei partecipanti: si poteva scegliere da un mucchio all’inizio del corteo quello che si preferiva.

I cartelli messi a disposizione di chi voleva prenderli alla manifestazione del “giorno di Ceuta”, 2 settembre (Valerio Clari/il Post)

Vivas governa a Ceuta da 25 anni ed esce ulteriormente rinforzato da questa crisi, in cui si è opposto con forza al governo centrale, difendendo le ragioni dei residenti. Alle elezioni previste per il 2027 dovrebbe ottenere una facile conferma, anche perché il principale rivale era il delegato locale del governo Socialista, ora decisamente impopolare. Sarebbero trent’anni di governo ininterrotto.

Ma la crisi rischia di avere ripercussioni anche sulla politica nazionale, visto che da settimane resta sulle prime pagine dei giornali spagnoli e non sembra destinata a risolversi presto. Il governo è accusato di aver sottovalutato il problema, di aver agito in ritardo e anche di non voler esplicitare le responsabilità del Marocco, per ragioni di politica estera.

Su questo sembrano essere d’accordo in molti a Ceuta, mentre su come affrontare l’emergenza le divisioni sono nette. Ahmed, di Luna Blanca, dice: «Abbiamo tutti ragione di lamentarci, vogliamo tutti che questo finisca presto, per tornare alla nostra vita normale, ma non possiamo perdere la nostra umanità, né la coesione che è sempre stata la forza della città».