Il petroliere di Trump in Venezuela
Alejandro Betancourt è un imprenditore con molte entrature nel regime e una reputazione opaca, che ora sta facendo affari con gli Stati Uniti
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Nel dubbio accordo che concede agli Stati Uniti la gestione di un quinto delle riserve di petrolio del Venezuela, l’amministrazione di Donald Trump si sta appoggiando a un astuto e controverso imprenditore venezuelano, già indagato per riciclaggio di denaro: Alejandro Betancourt López. Il governo statunitense l’ha scelto per entrare in affari, e ha rilevato una quota del 35 per cento nella sua compagnia petrolifera North American Blue Energy Partners (NABEP).
Gli Stati Uniti si sono affidati a un interlocutore non convenzionale come Betancourt – e viceversa lui è diventato prezioso per loro – a causa della ritrosia delle principali compagnie petrolifere statunitensi ad assecondare i piani di Trump per investire in Venezuela, dove le infrastrutture petrolifere sono stremate da decenni di mancata manutenzione e non ci sono certezze su una transizione democratica.
Betancourt ha 46 anni ed entrature nel regime praticamente impareggiabili. La NABEP è la seconda compagnia petrolifera privata attiva in Venezuela dietro la statunitense Chevron, che mercoledì si è risolta ad annunciare nuovi investimenti per 7 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. Betancourt è stato definito «il fixer di Trump», cioè uno che lo aiuta e gli risolve problemi. Da mesi procaccia affari per le imprese statunitensi, soprattutto nel settore petrolifero.

Alejandro Betancourt López, in una foto dal suo sito internet
Il sito Axios, che ha buone fonti nell’amministrazione Trump, ha scritto che a gennaio Betancourt avrebbe avuto addirittura un ruolo nell’operazione militare con cui gli Stati Uniti catturarono l’ex presidente Nicolás Maduro: avrebbe rassicurato e persuaso l’attuale presidente venezuelana Delcy Rodríguez, che ai tempi era la vice di Maduro, a parlare con gli Stati Uniti.
Betancourt ottenne la fiducia di Rodríguez negli anni in cui lei stava promuovendo alcune timide riforme e liberalizzazioni del settore economico. Nel 2023 fu Rodríguez a convincere Maduro a riabilitarlo dopo che aveva sostenuto il leader dell’opposizione Juan Guaidó prima che cadesse in disgrazia.
– Leggi anche: Molte cose non tornano nell’accordo di Trump per il petrolio venezuelano
Il regime aveva bisogno di Betancourt per attirare capitali stranieri e trovare accordi con la PDVSA, l’onnipresente compagnia petrolifera statale, che Betancourt iniziò a rappresentare nelle trattative. In quella veste, Betancourt smussò le condizioni contrattuali per le imprese straniere interessate a una joint venture con PDVSA, che tradizionalmente è stata l’unica via con cui le aziende straniere potevano accedere al settore petrolifero venezuelano.
Gli veniva riconosciuto anche questo: negli anni precedenti, mentre le compagnie straniere si ritiravano dal Venezuela a causa delle sanzioni internazionali, la NABEP (che ha sede legale alle Barbados) espandeva le operazioni, ingigantendosi. Nonostante l’obsolescenza degli impianti e la corruzione endemica, riuscì ad aumentare in modo cospicuo la produzione dei suoi giacimenti, in controtendenza col resto del paese, che ha le riserve più grandi del mondo ma non le sfrutta quanto potrebbe.
Questo, probabilmente, ha attirato l’attenzione degli Stati Uniti.

Persone giocano a carte durante un blackout in Venezuela, a Cabimas, il 31 agosto (AP Photo/Ariana Cubillos)
Non è stato però il petrolio a conferire a Betancourt la reputazione da bolichicos («ragazzo del bolivarismo»). È chiamata così la classe di giovani imprenditori che si arricchirono durante il regime di Hugo Chávez, il predecessore di Maduro, che ispirava la sua retorica populista e rivoluzionaria all’eroe latinoamericano Simón Bolivar.
Betancourt fece fortuna ammassando i munifici appalti per la costruzione di nuove centrali elettriche, nonostante non avesse esperienze pregresse.
Tra il 2009 e il 2011 Chávez aveva fretta di ammodernare – o di fingere di ammodernare – la rete elettrica venezuelana e gli appalti furono assegnati in fretta. Betancourt proviene da una famiglia illustre, che annovera un bisnonno presidente a fine Ottocento, e ha studiato nelle scuole dell’élite venezuelana e poi all’estero. Gli giovò probabilmente l’amicizia col figlio di un importante dirigente di un’azienda pubblica dell’energia.
Anche con le centrali elettriche, Betancourt fece soprattutto da intermediario. Appaltò i lavori a un’impresa statunitense (la ProEnergy Services) e allo stato prospettò prezzi tre volte superiori: per 1,5 miliardi di dollari invece di 551 milioni, secondo un’indagine del 2017 del parlamento. Il progetto fallì. Ci furono ritardi nei cantieri e le nuove costosissime centrali non produssero mai quant’era previsto. I blackout sono rimasti frequenti.

La presidente ad interim Delcy Rodríguez durante un discorso, il 24 agosto a Caracas (EPA/PRESIDENCY OF VENEZUELA)
In quella fase sono iniziati gli investimenti di Betancourt, che aveva un sacco di soldi da spendere. Dapprima entrò nel settore petrolifero e poi si moltiplicarono gli investimenti all’estero: l’acquisto di proprietà di lusso – un palazzo nel centro di Londra e un castello in Spagna – e della marca d’occhiali Hawkers, che si fece conoscere reclutando testimonial tra gli sportivi.
Una decina di anni fa Betancourt fu sfiorato da un’indagine federale statunitense sul riciclaggio di un miliardo di dollari riconducibili alla PDVSA e funzionari del regime. Non fu incriminato formalmente, ma c’è consenso sul fatto che sia lui una persona citata negli atti ma non identificata.
Per quello schema, però, la sua società Derwick Associates è stata sotto indagine in Venezuela (ai tempi della rottura con Maduro) e lo è ancora in Svizzera (dove ha conti bancari) e in Spagna. Nel 2025 Betancourt fu arrestato due volte, prima su mandato svizzero e poi spagnolo, nel Regno Unito, dove nel frattempo si era trasferito. Fu liberato su cauzione.
Secondo i media statunitensi, negli scorsi mesi l’amministrazione Trump ha fatto pressioni sul governo svizzero affinché lasciasse perdere le indagini. Così a maggio è stata ritirata la richiesta d’estradizione dal Regno Unito, che gli impediva di viaggiare e di andare a Caracas per le trattative.
Betancourt è anche vicino a Mauricio Claver-Carone, l’ex inviato di Trump per l’America Latina che stava facendo da “fixer” prima di lui. Con il benestare statunitense ha ricomprato la quota della NABEP di Harry Sargeant III, un petroliere della Florida che aveva la fiducia di Maduro ma è malvisto dall’opposizione venezuelana e dal governo degli Stati Uniti. In generale, l’opposizione è delusa per il ruolo riconosciuto a Betancourt, e ci vede una prova del fatto che l’amministrazione Trump è interessata più ai ricavi del petrolio che a ripristinare la democrazia in Venezuela.
Betancourt è in una posizione unica: è ammanicato col regime venezuelano senza essere esplicitamente connesso alla classe dirigente di Rodríguez, e gode dell’appoggio dell’amministrazione Trump. Per questo, un petroliere venezuelano con cui ha parlato il Financial Times ha detto di lui che «sarà il nuovo viceré del petrolio in questo emisfero»: se l’accordo con Trump reggerà e se verrà realizzato, entrambe cose non scontate.
La struttura che prevede l’accordo, con gli Stati Uniti in affari con la compagnia di Betancourt, somiglia a una “mini PDVSA”, cioè a un clone più in piccolo del colosso statale. L’oppositore ed ex dirigente della PDVSA Pedro Burelli ha detto che la spartizione degli asset nazionali – in questo caso i giacimenti petroliferi – tra una stretta cerchia di imprenditori vicini al potere gli ricorda le caotiche privatizzazioni successive alla fine dell’Unione Sovietica. In questa lettura, Betancourt somiglierebbe a un nuovo tipo di oligarca.



