Che posto avranno le YPJ nella nuova Siria?
Il governo siriano non ha voluto integrare nell'esercito la milizia femminile simbolo del popolo curdo, ma ha proposto delle alternative
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Quando il 25 agosto le Forze democratiche siriane guidate dai curdi (SDF, nel più noto acronimo inglese) si sono ufficialmente sciolte dopo essere state integrate nell’apparato statale siriano, una parte importante delle loro forze armate è rimasta senza collocazione: le YPJ, le Unità di Protezione delle Donne, milizie femminili nate nel 2013 e diventate il simbolo internazionale della guerra curda contro l’ISIS. Le oltre 1.500 combattenti non entreranno nell’esercito siriano, che per ora le ha rifiutate, e da settimane sono in trattativa con il ministero dell’Interno per capire quale sarà il loro futuro.
La scorsa settimana il governo centrale siriano ha fatto sapere che era stato raggiunto un accordo per integrare le YPJ nel ministero dell’Interno. Nonostante ufficialmente non siano state date altre notizie, diversi media siriani hanno detto che dovrebbero entrare a far parte di una forza di sicurezza con incarichi di contrasto al terrorismo. Le informazioni sono ancora poche, e molti sono invece i dubbi sulla riuscita di questa operazione, che per vari motivi è più complicata dell’inserimento delle milizie maschili nei ranghi dell’esercito.
Le YPJ sono un simbolo del popolo curdo e dalla loro fondazione, nel 2013, sono state una parte essenziale delle sue forze armate: sono state attive nella guerra contro l’ISIS sostenuta dagli Stati Uniti e da una coalizione internazionale, iniziata con la lunga battaglia di Kobane, città vicina al confine con la Turchia, che i curdi riuscirono a riconquistare all’inizio del 2015. In quel periodo le immagini delle donne curde a volto scoperto che combattevano i miliziani dell’ISIS ebbero un grande impatto e contribuirono a far conoscere la causa curda a molte persone in Occidente.
Nonostante questo, integrarle nell’esercito siriano come delle milizie separate è stato impossibile. Il nuovo governo di Ahmed al Sharaa non ha vietato la partecipazione delle donne alla vita pubblica e politica del paese, ma il loro ruolo è molto più marginale di quello occupato dalle donne nella società curda: nel nuovo parlamento siriano siedono 20 donne su 210 deputati e le donne sono incluse in alcuni reparti della polizia e possono lavorare all’interno dei ministeri. Fra i ministri c’è solo una donna, Hind Kabawat, che dirige il ministero degli Affari sociali e del Lavoro dal 2025.
L’esercito siriano inoltre è composto principalmente da uomini musulmani e conservatori, ex membri delle milizie ribelli siriane che hanno portato alla caduta del regime di Assad a dicembre del 2024. Molti di loro appartengono al gruppo Hayat Tahrir al-Sham (HTS), guidato da Ahmed al Sharaa, che prima di diventare presidente era noto con il nome di Abu Mohammed al Jolani e in passato era stato membro sia dell’ISIS che di al Qaida. Insomma, un contesto che difficilmente accetterebbe delle milizie femminili.

Una celebrazione delle YPJ il 19 ottobre del 2017 a Raqqa, in Siria, dopo la cacciata dell’ISIS, che l’aveva considerata per anni la sua capitale (AP Photo/Gabriel Chaim)
Per questi motivi l’integrazione delle YPJ è stata per mesi il punto più critico dei negoziati fra le Forze democratiche siriane e il governo centrale. Ad aprile quest’ultimo aveva ufficialmente rifiutato la richiesta della loro integrazione nell’esercito, ma nei mesi successivi le due parti hanno cercato un compromesso. Fra le proposte che sembra siano state avanzate c’era quella di inserire le YPJ nei reparti della polizia turistica, un corpo creato nel 2025 con l’incarico di proteggere i turisti e le aree turistiche e che già include le donne. Citando fonti anonime, Reuters ha scritto che le YPJ hanno rifiutato la proposta, ma una loro portavoce ha anche negato alla stessa testata che questa opzione fosse stata avanzata.
Giovedì 27 agosto infine il ministero dell’Interno siriano e le YPJ hanno fatto sapere che era stato trovato un accordo, alla fine di una riunione fra tre comandanti delle YPJ, Newroz Ahmad, Sozdar Haji e Khalisa Ayed, la loro portavoce Ruken Jamal e il ministro dell’Interno siriano Anas Hassan Khattab. Le YPJ hanno fatto sapere di aver chiesto di rimanere una milizia unita, anche se integrata all’interno del ministero, ma al momento non ci sono sicurezze neanche su questo.

Una donna membro delle YPJ e un uomo membro delle YPG, le milizie maschili, durante una ronda a Heras, un centro abitato siriano vicino alla linea del fronte nella guerra contro l’ISIS, a novembre del 2014 (Photo by Martyn Aim/Corbis via Getty Images)
I curdi sono circa il 10 per cento della popolazione della Siria e vivono principalmente in un’ampia zona nel nord-est del paese che conquistarono durante la guerra civile siriana, fra il 2011 e il 2024, terminata con la deposizione del dittatore Bashar al Assad. Nella regione, difesa militarmente da un esercito di oltre 100mila persone e chiamata Rojava (la forma abbreviata di “Rojava Kurdistan”, il Kurdistan Occidentale), i curdi avevano provato a creare una società diversa da quella della Siria di Assad e degli altri paesi del Medio Oriente.
Era un esperimento di governo di ispirazione socialista basato su democrazia dal basso, uguaglianza di genere ed ecologismo, che puntava a ottenere una convivenza pacifica fra etnie e religioni diverse, non sempre riuscendoci. La parità fra uomini e donne era uno dei principi fondamentali del Rojava che erano stati implementati con maggior successo: ogni incarico pubblico era assegnato sempre a due rappresentanti, un uomo e una donna, con il ruolo di co-presidenti e le donne combattevano a fianco degli uomini in prima linea con le loro milizie, le YPJ.
Dopo la caduta di Bashar al Assad tuttavia il nuovo presidente al Sharaa aveva formato un governo di transizione, e si era dato tra i suoi obiettivi il recupero del controllo sull’intero territorio della Siria. Questa azione comportava necessariamente l’apertura di una trattativa con i curdi, nonostante prima della firma dell’accordo ci fossero stati scontri fra le forze governative e quelle curde: prima ad Aleppo, nel nord-ovest della Siria, e poi anche nelle più ampie zone controllate dalle SDF nel nord-est.
– Leggi anche: Cos’è stato il Rojava



