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  • Venerdì 4 settembre 2026

Come si misura l’efficacia delle zone rosse?

Per capire se una misura così restrittiva sia davvero giustificata servirebbero molti dati, ma il governo non li pubblica

Poliziotti in piazza San Pietro
Poliziotti in piazza San Pietro (ANSA/ANGELO CARCONI)
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Dalla fine del 2024 nelle zone rosse istituite dalle prefetture in molte città italiane sono stati controllati 2,3 milioni di persone e ne sono state allontanate 12.876. I numeri li ha pubblicati il ministero dell’Interno a Ferragosto per provare che le zone rosse funzionano. Sono però quasi gli unici disponibili: da anni ricercatori, associazioni e comitati chiedono alle prefetture dati più dettagliati sui controlli e sulle persone allontanate, e finora se li sono sempre visti negare.

Le zone rosse sono aree delle città dove non possono entrare persone con determinati precedenti penali o segnalate in passato per comportamenti ritenuti aggressivi o molesti. Sono nate come provvedimenti eccezionali perché limitano le libertà previste dalla Costituzione con ampia discrezionalità, ma nel tempo sono diventate misure di sicurezza ordinarie. Da quasi due anni esperti di sicurezza urbana e prevenzione della criminalità cercano di capire come misurarne l’impatto e l’efficacia, cioè come si può determinare se le strade e le piazze comprese nelle zone rosse siano più sicure rispetto al passato, e se insomma la limitazione dei diritti e delle libertà della popolazione sia in qualche modo giustificata da risultati concreti.

Queste misure di sicurezza urbana sono il risultato di una serie di provvedimenti via via più restrittivi approvati negli ultimi vent’anni. Dalle ordinanze dei sindaci del cosiddetto “pacchetto sicurezza” approvato nel 2008 dall’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni, si passò nel 2017 agli ordini di allontanamento contenuti nel decreto Minniti, dal nome dell’allora ministro Marco Minniti, esponente del Partito Democratico.

Sfruttando proprio il decreto Minniti, tra il 2018 e il 2019 i prefetti di Bologna e Firenze istituirono ordini di allontanamento da alcune zone delle città nei confronti di persone «incompatibili con la vocazione dell’area», perché denunciate o segnalate per comportamenti aggressivi o molesti. Erano soprattutto senzatetto, mendicanti, persone dipendenti dall’alcol o da sostanze stupefacenti. Nel caso di Bologna il divieto era esteso anche a chi veniva trovato in compagnia di queste persone.

Nel 2019 il ministero dell’Interno pubblicò una direttiva che per la prima volta citava le zone rosse, per suggerire ai prefetti di seguire l’esempio di Bologna e Firenze. Allora il ministro era Matteo Salvini e il suo capo di gabinetto era Matteo Piantedosi, che da attuale ministro dell’Interno alla fine del 2024 ha firmato la direttiva con cui le zone rosse sono state estese al resto del paese.

Da allora sono state istituite in 35 province italiane: si va da grandi città come Roma e Milano a comuni più piccoli come Luino, un paese di 14mila abitanti in provincia di Varese. I divieti valgono solitamente dai tre ai sei mesi, ma nella maggior parte dei casi vengono prorogati. Andrea Pellicini, sindaco di Luino e deputato di Fratelli d’Italia, dice di aver chiesto la zona rossa intorno alla stazione perché in passato c’erano stati episodi di vandalismo, e che ora le cose stanno andando meglio, anche se non è ben chiaro quanto stiano andando meglio: «Riusciamo a capire quali sono le persone che danno problemi e a tenerle lontane. Consiglio anche ai miei colleghi sindaci di chiederle ai loro prefetti», dice.

– Leggi anche: Anche l’area intorno al Colosseo è diventata una “zona rossa”

Roberto Cornelli e Rossella Selmini, che insegnano criminologia rispettivamente all’università Statale di Milano e all’università di Bologna, dicono che le zone rosse non possono essere studiate, perché servirebbero dati che il ministero dell’Interno non pubblica. «Senza dati non possiamo capire quali sono le premesse e le motivazioni che rendono necessario istituire una zona rossa, ma non sappiamo neppure se questi divieti stiano funzionando. In pratica non si sa quali e quanti problemi ci sono, né cosa succeda a questi problemi, se vengono ridotti oppure no», dice Cornelli.

Il ministero dell’Interno diffonde pochi dati aggregati e generali, non per ogni città. Nel dossier di Ferragosto si legge che dal 2024 al 30 giugno del 2026 nelle zone rosse di tutta Italia sono state controllate per la precisione 2.336.902 persone, di cui 1.029.670 straniere, il 44,1 per cento, e che ne sono state allontanate 12.876, di cui 9.429 straniere, il 73,2 per cento. Il Post ha chiesto dati per ogni singola città, ma il ministero ha invitato a fare riferimento esclusivamente a quelli diffusi nei report annuali sulla sicurezza, che contengono informazioni aggregate a livello nazionale.

Solo la prefettura di Bologna, a giugno, ha dato qualche numero più puntuale: nelle zone rosse della città i reati sono diminuiti in media del 30 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, con un calo ancora maggiore per rapine e furti, scesi rispettivamente del 55 e del 51 per cento. A Bologna, quindi, sembra che sia stato ottenuto qualche risultato positivo. Lo stesso Piantedosi ha detto che i dati di Bologna dimostrano che le zone rosse funzionano. Ma bastano, questi dati?

Poliziotti a Venezia

Poliziotti a Venezia (Luca Zanon/Getty Images)

Negli ultimi anni ricercatori e associazioni hanno chiesto più volte alle prefetture informazioni più precise, a Bologna e in molte altre città: per esempio, il numero e il tipo di crimini commessi in ogni zona della città, fuori e dentro le zone rosse; il numero dei controlli fatti, prima e dopo l’istituzione delle zone rosse; e infine le caratteristiche delle persone allontanate, per età, nazionalità, condizione socio-economica, presenza effettiva di precedenti penali.

Finora tutte le richieste sono state respinte perché secondo le prefetture questi dati contengono informazioni «sensibili e private». L’ASGI, l’associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, ha fatto ricorso al tribunale amministrativo per avere quelli di Milano, ma i giudici hanno dato ragione al ministero.

Perché servirebbero più dati? Principalmente perché da anni in Italia i reati sono in calo ovunque, fuori e dentro le zone rosse, quindi per valutare l’efficacia delle zone rosse bisogna tenere conto anche di cosa succede fuori dalle zone rosse. Lo stesso dossier sicurezza pubblicato dal ministro dice che nei primi sei mesi del 2026 i furti sono calati dell’11,4% rispetto al primo semestre del 2025, le rapine del 12,3%, gli omicidi del 15,3%, le violenze sessuali del 7,1%. Prendendo il caso di Bologna, per capire se il calo di rapine e furti è significativo bisognerebbe considerare il punto di partenza delle aree in zona rossa e confrontare l’andamento degli stessi reati in aree simili.

Dati più precisi aiuterebbero anche a misurare un fenomeno conosciuto da studi criminologici come “displacement”, lo spostamento, cioè il rischio che il crimine si sposti semplicemente di poche centinaia di metri rispetto ai confini delle zone rosse. «Che di fronte a una pressione più forte i malviventi si spostino, è un’osservazione che ha una sua verità fattuale. Ma questo vale dappertutto, in contesti del genere», disse nell’aprile del 2025 il prefetto di Bergamo Luca Rotondi, che all’epoca definì le due zone rosse della città un provvedimento «eccezionale e dalla durata limitata». Da allora le ha prorogate cinque volte.

Cornelli dice che la continua proroga delle zone rosse è un controsenso difficile da spiegare. «Il ministero e le prefetture dicono che bisogna confermare le zone rosse perché c’è un’esigenza straordinaria di sicurezza e allo stesso tempo dicono che le zone rosse sono efficaci. Le due cose però si escludono: se funzionano, perché continuano a essere confermate?».

Cornelli parla di eccezionalità perché a differenza del diritto penale, che prevede una serie di garanzie per gli indagati e gli imputati, nel diritto di polizia le garanzie e i diritti sono molti meno. Gli esperti parlano di “diritto amministrativo punitivo”, perché i provvedimenti come le zone rosse limitano le libertà personali e la libertà di circolazione a persone che nel momento dei controlli non hanno commesso reati. «La pubblicazione dei dati sarebbe necessaria dal punto di vista democratico, per capire se c’è davvero un’emergenza oppure se i provvedimenti hanno solo una finalità politica».

Selmini spiega che i dati sulle caratteristiche delle persone allontanate – età, nazionalità, condizioni socio-economiche – permetterebbero invece di conoscere chi sono davvero i destinatari di queste limitazioni. Se insomma le zone rosse abbiano effetti positivi sulla criminalità oppure se siano un modo per colpire la marginalità con strumenti di polizia. «Ormai siamo abituati a usare la parola sicurezza per qualsiasi cosa, ma un conto sono i crimini, un conto la marginalità, l’assistenza psichiatrica, i problemi sociali legati alle dipendenze, in carico ai comuni. Sono questioni che vanno affrontate con strumenti diversi».

Nel suo libro intitolato Contro la paura, scritto con Carlo Bonini, l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli ha criticato pesantemente le zone rosse, definite un modello di segregazione che nasconde le inefficienze dello Stato. «La profilazione della marginalità sposta semplicemente i problemi più in là, senza risolverli, trasformando così l’ordine pubblico in uno strumento omnibus di intervento generico su cui scaricare contraddizioni sociali, economiche e urbanistiche», ha scritto Gabrielli, secondo cui le zone rosse rappresentano la negazione della collaborazione tra forze dell’ordine ed enti locali.

Anche per Gabrielli la mancanza di trasparenza è un problema grave: dati più approfonditi sarebbero utili per definire e misurare la richiesta di sicurezza da parte delle persone, senza liquidare la percezione di insicurezza come qualcosa di irrazionale o ingiustificato, ma completandola. Nel libro parla di “restituzione” come atto di rispetto istituzionale: «Significa rendere visibile e comprensibile che cosa si è fatto, perché lo si è fatto, con quali strumenti e con quali limiti. Significa dire anche ciò che non ha funzionato e cosa si intende correggere. I cittadini non patiscono soltanto la mancata soluzione dei problemi – il furto ripetuto, lo spaccio sotto casa, il degrado che torna uguale a se stesso –, ma patiscono più spesso la sensazione di non essere presi in considerazione».