In Italia spendiamo un sacco di soldi per i farmaci come Ozempic
Sono tra i più onerosi sia per lo stato che per i singoli cittadini: perché sono molto richiesti e il brevetto scadrà solo tra 5 anni
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Negli ultimi anni i farmaci agonisti del recettore del GLP-1, come Ozempic e Wegovy, hanno avuto una diffusione enorme in tutto il mondo per via della loro efficacia contro l’obesità e il diabete mellito di tipo 2. Anche in Italia l’introduzione di questi farmaci ha avuto un impatto enorme sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e sulla spesa privata per i farmaci. La semaglutide e la tirzepatide, i principi attivi più utilizzati per questo tipo di farmaci, sono oggi tra quelli per cui spendiamo di più sia come stato che come singoli cittadini.
Secondo Federfarma sono stati rispettivamente al primo e al secondo posto nella spesa dell’SSN in Lombardia nel 2025. E secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) i dati nazionali sono simili in molte categorie di spesa. Rispetto al 2024, nel 2025 i consumi privati sono aumentati fino all’85 per cento.
Le ragioni per cui spendiamo così tanto per questi farmaci sono principalmente due: sono molto costosi e sono prescritti a molte persone per via della loro straordinaria efficacia. Luca Busetto, professore di medicina interna dell’Università di Padova, ha definito la loro diffusione «una rivoluzione clinica». Eppure, nonostante la spesa per lo stato sia così alta, è ancora ben lontana dal garantire i farmaci alla maggior parte di chi ne avrebbe bisogno.
Questi farmaci infatti sono rimborsati dall’SSN solo per il trattamento del diabete mellito di tipo 2, mentre per l’obesità e per la gestione del peso l’acquisto è a carico dei cittadini. In Lombardia la Regione ha detto di aver avviato una convenzione per cui saranno presto disponibili a un prezzo calmierato, ma non è ancora stato deciso quando sarà avviata.
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Per un privato cittadino la dose giornaliera di tirzepatide costa 25,23 euro. È un prezzo a cui non si avvicina nessun altro farmaco tra quelli in vendita ai privati: per avere un’idea, il secondo farmaco più costoso (un antibiotico: il ceftriaxone) costa meno della metà. La semaglutide invece costa un po’ meno: 8,66 euro a dose giornaliera. Il prezzo al mese va quindi da poco più di 200 euro a quasi 700, a seconda della formulazione e del dosaggio.
L’SSN come sempre paga un prezzo più basso di quello dei privati cittadini, anche se comunque significativo, perché una serie di ragioni ostacola una contrattazione favorevole tra lo stato e le aziende farmaceutiche (ci arriviamo).
Nel 2025 per i farmaci antidiabetici sono stati spesi complessivamente (quindi tra pubblico e privato) 1,6 miliardi di euro su una spesa totale di farmaci di 39,3 miliardi. L’SSN ha speso 433 milioni di euro per la semaglutide e 123,4 per la tirzepatide; i privati cittadini, invece, hanno speso per la semaglutide 162,7 milioni di euro e per la tirzepatide 225 milioni.
Rimborsare questi farmaci a tutte le persone che ne hanno bisogno per motivi di obesità è considerato un costo eccessivo.
Sono infatti patologie molto diffuse: in Italia ha ricevuto una diagnosi di diabete di tipo 2 un adulto su sedici (3,7 milioni di persone), e uno su dieci una diagnosi di obesità (5,75 milioni di persone). Le persone in sovrappeso, invece, sono quattro su dieci. E, come dicevamo, il potere di negoziazione dei prezzi dello stato al momento è ridotto.
Federico Spandonaro, che è professore di economia applicata all’Università degli studi di Roma Tor Vergata, dice che «già dall’inizio era abbastanza evidente che non fosse possibile, per una questione finanziaria, rimborsarli in maniera generalizzata a tutti». Anche Busetto dice che «siamo consapevoli che oggi non è realisticamente possibile garantire questi farmaci a tutti i pazienti con obesità. Ma non va bene neppure che la scelta di chi viene trattato e chi no dipenda sostanzialmente dal reddito e dal livello socioeconomico».
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Tra chi ha più difficoltà economiche la percentuale di persone con obesità è quasi due volte quella che c’è tra le persone più abbienti. Chi ne avrebbe più bisogno, quindi, è anche chi può permetterselo di meno. E chi non può permettersi di continuare la cura, smette. «Questo secondo me è il vero problema», dice Busetto. «Ci sono pazienti che dopo alcuni mesi ci dicono: ho perso il lavoro, ho avuto un problema familiare, non posso più destinare questa parte del mio bilancio al farmaco. È una situazione che vediamo continuamente».
Investire più soldi pubblici per garantire queste terapie anche a chi non ha il diabete ma beneficerebbe molto di un controllo del peso sarebbe un costo iniziale ingente per lo stato, ma porterebbe a un guadagno nel lungo termine. Secondo una stima italiana il burden (cioè il carico economico) dell’obesità in Italia è di 13,3 miliardi di euro l’anno: oltre 5 miliardi di perdite di produttività (perché chi soffre di obesità spesso finisce per assentarsi dal lavoro) e quasi 8 miliardi di costi sanitari. Ridurre l’obesità permetterebbe di risparmiare su moltissimi tipi di trattamenti e cure: chi è obeso ha un rischio maggiore di sviluppare il diabete, di malattie cardiovascolari e molte altre complicazioni, come il cancro.
Il motivo principale per cui questi farmaci sono così costosi è che sono coperti da brevetti. Ogni brevetto ha una scadenza; quella del principio attivo di Ozempic per l’Europa è nel 2031 (in altri paesi è già scaduto), anche se brevetti secondari e protezioni sulle formulazioni potrebbero spostarla più avanti.
È probabile però che non dovremo aspettare così tanto perché i prezzi scendano un po’: molti più farmaci, infatti, stanno entrando sul mercato, e quando ci sono più molecole con efficacia comparabile, e quindi più concorrenza, i prezzi fisiologicamente si abbassano.
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«In tutta questa partita c’è poi un terzo incomodo», ha osservato Spandonaro, «Trump e le pressioni che sta facendo sui prezzi negli Stati Uniti». L’amministrazione statunitense, infatti, ha introdotto una politica di “most-favored-nation pricing” per fare in modo che il prezzo negli Stati Uniti non sia superiore a quello degli altri paesi ricchi.
Negli Stati Uniti al momento i prezzi sono più alti che in Europa e abbassarli lì sarebbe un danno economico importante per le aziende, che quindi per seguire Trump dovrebbero alzare i prezzi in Europa.
In generale gli stati non hanno grande potere negoziale. Se i prezzi diventano troppo diversi tra paesi vicini, infatti, si possono innescare importazioni ed esportazioni parallele sia tra stati che tra privati cittadini: si compra il farmaco dove costa meno per rivenderlo dove il prezzo riconosciuto è più alto. Le aziende devono quindi, da una parte, differenziare i prezzi per non perdere mercato nei paesi meno ricchi e, dall’altra, evitare differenze talmente grandi da favorire il commercio parallelo.
Ci sono però altre strategie possibili per cominciare a rendere i farmaci accessibili a più persone mantenendo la spesa comunque sostenibile per l’SSN. Una di queste potrebbe essere quella di un rimborso parziale per i pazienti obesi, come propone anche Busetto: «si potrebbero individuare gruppi di pazienti che hanno maggiori probabilità di ottenere un beneficio clinico da questi farmaci e iniziare a rimborsarli, totalmente oppure parzialmente». È quello che è successo in Francia, dove dal 15 giugno lo stato rimborsa questi farmaci del 65 per cento: è il primo paese europeo a coprire i costi anche per le persone con obesità, che in Francia sono circa 10 milioni.
Tuttavia oltre alla difficoltà di definire i criteri di selezione di chi avrebbe accesso a questo rimborso e chi no, bisognerebbe poi anche assicurarsi che i farmaci arrivino effettivamente alle persone per le quali il rimborso è stato previsto. Gli strumenti per farlo in parte esistono già: per esempio le ricette elettroniche sono obbligatorie dal 2025 e i registri AIFA collegano il paziente ai piani terapeutici. Questi registri, però, non sono estesi a tutti i medicinali, specialmente a quelli che non sono rimborsabili. Questo rende più difficile monitorare se tutte le prescrizioni legali sono anche appropriate.



