I dirigenti della Silicon Valley tengono lontani i figli da schermi e AI
A scuola e in famiglia cercano di crescerli senza i prodotti sviluppati dalle loro aziende, anche perché possono permettersi di farlo
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A pochi chilometri dalla sede di Google nella Silicon Valley, la zona attorno a San Francisco dove hanno sede molte aziende del settore tecnologico e dove vivono molte delle persone che ci lavorano, c’è una scuola per bambini dai 3 ai 12 anni in cui gli smartphone sono vietati e viene promossa «un’educazione umana per un mondo in cambiamento». Si chiama Waldorf School of the Peninsula e ha una retta annuale di circa 47mila dollari: è qui che molti dirigenti del settore mandano i propri figli a «sviluppare le capacità unicamente umane che definiranno la leadership a partire dal 2030 in poi».
Nell’ultimo anno molti governi, tra cui quello italiano, hanno cominciato a discutere di vietare l’uso degli smartphone ai minori di 16 anni, mentre sempre più genitori si preoccupano del tempo che i loro figli più piccoli passano davanti agli schermi (il cosiddetto screen time). Ben prima che questo dibattito assumesse simili proporzioni, almeno una parte dei dirigenti del settore tecnologico aveva già adottato regole molto rigide sull’uso dei dispositivi elettronici da parte dei figli.
Nel 2024 Peter Thiel, controversa figura della Silicon Valley, noto peraltro per essere stato il primo grande investitore di Facebook, disse che i suoi figli – all’epoca di tre e cinque anni – passavano davanti agli schermi circa un’ora e mezza alla settimana, un dato che riteneva in linea con quello di «molte persone che lavorano nel settore tecnologico». Anche Evan Spiegel, capo di Snap (proprietaria di Snapchat), ha imposto forti limiti all’utilizzo di social media e smartphone ai suoi quattro figli, in particolare al più piccolo, di due anni, il cui screen time è «praticamente zero», scrive il New York Times.
Il fenomeno precede la diffusione degli smartphone. Già nel 2007 Bill Gates impose regole ferree sull’uso di computer e televisione a sua figlia, che passava troppo tempo a giocare ai videogiochi. Persino Steve Jobs, co-fondatore di Apple, rivelò nel 2011 di aver vietato ai suoi figli l’uso dell’iPad, il dispositivo simbolo della generazione di bambini cresciuta a stretto contatto con gli schermi, detti in inglese “iPad kids“. Nelle scorse settimane, una campagna pubblicitaria di Apple a Milano che mostrava un bambino usare un iPhone, con la scritta «Tutto ok, è iPhone», aveva suscitato proteste e segnalazioni alle autorità. Era stata poi rimossa.
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L’approccio restrittivo nei confronti della tecnologia scelto da molti dirigenti del settore per i propri figli non è cambiato nemmeno con l’avvento dei servizi basati sull’intelligenza artificiale (AI). Le aziende presentano questa tecnologia come «inevitabile» e destinata a cambiare qualsiasi ambito, compreso quello dell’insegnamento. Alcune aziende, come Microsoft e Google, hanno presentato offerte di servizi AI pensate per le scuole, mentre Sam Altman, capo di OpenAI, ha detto che il sistema universitario dovrebbe cambiare alla luce delle novità tecnologiche degli ultimi anni.
Anche in questo caso, però, i dirigenti delle aziende del settore sembrano molto cauti nell’utilizzo di questi strumenti da parte dei figli. Altman ha raccontato di usare «costantemente» ChatGPT, il chatbot della sua azienda, per avere consigli su come accudire suo figlio, nato nel 2025; al tempo stesso, ha anche detto che la paternità gli ha fatto assumere una posizione più intransigente per quanto riguarda l’utilizzo di tablet o feed algoritmici (come quelli di YouTube o Instagram) da parte dei bambini. Parlando del futuro di suo figlio, ha detto di non sapere quando gli permetterà di parlare direttamente con l’AI ma di «preferire arrivarci tardi piuttosto che troppo presto».
Sia Altman che Spiegel hanno raccontato di essersi annoiati molto quando erano bambini e di aver capito da adulti quanto questo sia stato importante per la loro crescita, perché li spinse a leggere e a giocare con qualsiasi cosa pur di passare il tempo. Altman in particolare ha detto che per ora vuole che suo figlio «giochi con la terra».
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L’unica eccezione sembra essere quella di Mark Zuckerberg, capo di Meta, che proprio la scorsa settimana ha raggiunto un accordo per chiudere un processo in cui l’azienda era accusata di aver sviluppato prodotti in grado di generare dipendenza e di aver violato la privacy degli utenti minorenni. Meta ha accettato di pagare 18 miliardi di dollari di risarcimenti e di apportare significative modifiche ai suoi servizi, ma ha rifiutato di ammettere qualunque colpa.
Lo scorso agosto, Zuckerberg ha pubblicato un lungo “manifesto” sul futuro delle AI, in cui ha scritto che sua figlia di otto anni «sa già programmare e produrre video» con questi strumenti. Il documento è parte di una strategia con cui Meta sta cercando di riposizionarsi nel settore delle AI, esprimendo una posizione più ottimista sull’utilizzo di questi strumenti da parte delle famiglie.
A conferma dell’interesse di Meta per le AI e l’infanzia, lo scorso luglio l’azienda ha presentato StoryKit, un’app in grado di generare storie con le AI sulla base dei gusti dei bambini, e di raccontarle al posto dei genitori. L’app è stata presentata come un modo per ridurre lo screen time dei più piccoli.
La tendenza di questi dirigenti a ridurre il più possibile l’uso di strumenti tecnologici da parte dei loro figli può anche essere vista come una banale questione di privilegio e disponibilità economica. Più alto è il reddito di una famiglia, infatti, più è facile imporre regole severe ai propri figli, perché ci si può permettere di pagare babysitter, tutori e scuole private in grado di distrarli e tenerli occupati. Le famiglie meno abbienti sono invece costrette a crescere i loro figli con meno risorse e potrebbero quindi ricorrere più spesso a smartphone e tablet per intrattenere i figli.
Secondo un’analisi dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) relativa al 2025, in Italia il tempo passato dai bambini davanti agli schermi a partire dai due mesi varia molto a seconda delle regioni, con valori più alti al Sud. Per quanto riguarda l’esposizione agli schermi nella fascia tra gli 11 e i 15 mesi, per esempio, la quota di quelli che passano tra una e due ore al giorno va dal 4,4 per cento del Veneto al 32,6 per cento della Sicilia.
Presentando uno studio sul comportamento dei genitori nei primi due anni di vita, il presidente dell’ISS Rocco Bellantone ha detto che «le disuguaglianze sociali, economiche e culturali manifestano il loro effetto già prima della nascita, e questo effetto tende ad ampliarsi nei primi anni di vita». L’istituto raccomanda di evitare l’esposizione agli schermi al di sotto dei due anni.
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