Storia di Ahmed e dei libri che legge

«Io leggo tutte le volte che posso. Basta che c’ho un po’ di “tempo libero”... Qui dentro in carcere, leggere è la mia libertà, almeno mentale. Posso andare a passeggiare in Russia, a Parigi, o in qualsiasi altro posto. Però so che dai libri serve anche scappare...»

L'isola di Montecristo vista da nord (via Wikimedia)
L'isola di Montecristo vista da nord (via Wikimedia)
Gino Cervi
Gino Cervi

Filologo romanzo prestato (e mai più restituito) all’editoria, lavora per diverse case editrici e scrive di luoghi e di sport. Con Federico Frascherelli, ha ideato e conduce il videopodcast Romanzo di formazioni.

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Ho incontrato Ahmed una mattina di inizio primavera nella Casa circondariale di Voghera. In realtà l’avevo conosciuto qualche mese prima nel buio di un palcoscenico di teatro. O meglio, avevo conosciuto solo la sua voce. Il mio amico Davide Ferrari, che fa l’attore e il regista teatrale, dal 2012 ha messo in piedi una compagnia teatrale all’interno del carcere. L’ha chiamata Maliminori. In oltre dieci anni lui e i detenuti che hanno via via preso parte al suo laboratorio hanno messo in scena Shakespeare, Beckett, Aristofane. L’inverno scorso Davide mi aveva invitato ad assistere a un atto unico, Don Chisciotte è stato qui. Nelle prime battute dello spettacolo a colpirmi era stata la voce di un ragazzo dall’italiano pulito, solo appena venato da un accento arabo, che recitava quattro versi dell’Enrico V di Shakespeare:

«Quando parleremo di cavalli,
immaginate di vederli imprimere
le impronte dei loro zoccoli
superbi sulla terra che le accoglie».

Quella voce scandiva le parole con timbro pieno e sicuro, come un hakawati di Jamaa el Fna, un cantore di storie nella piazza del mercato di Marrakech. Raccontava di una storia di cavalli al galoppo e sembrava proprio di sentirli arrivare sul palcoscenico da un momento all’altro.

«Quando parlo di cavalli penso alla mia terra, il Marocco. C’è una festa, la Tbawrida, dove tutti, vecchi, giovani e bambini, ridono e scherzano spensieratamente. Immàginati un rettangolo di terra di circa due ettari: tre lati sono coperti di tende dove i presenti chiacchierano bevendo tè. Il quarto lato è pieno di cavalli in fila con i loro cavalieri e il capo mandriano, il rais, che sta nel mezzo vestito con un abito differente. Tutti i partecipanti sono armati di un fucile caricato a polvere da sparo. Cominciano cavalcando adagio. Quando il rais urla, i cavalli si mettono a correre a tutta velocità. Tutte le volte che li vedevo correre, pensavo che è nella corsa che i cavalli vanno incontro al loro destino…».

Alla fine dello spettacolo sono andato a stringere le mani degli attori. Si chinavano tendendole dal palco: era chiaro che per loro era quello il gesto più trepidamente atteso della serata.

Ho chiesto a Davide di chi fosse quella voce iniziale. «È la voce di Ahmed», mi ha detto. «Te lo farò conoscere. Sai? Ha letto tutti i romanzi di Dostoevskij. E si è messo a studiare Kant».

Sono passate un po’ di settimane prima che accadesse. I permessi per la visita si sono fatti aspettare, ma finalmente quel giorno, un giorno di primavera, è arrivato. Ho passato una serie di cancelli e di porte blindate che si aprivano e si chiudevano con un rumore sordo e pesante che, anche se uno cerca di non farci caso, rimbombavano forte nella testa e nel cuore. Ahmed mi aspettava nella saletta della biblioteca del carcere. È qui che passa buona parte della sua giornata ordinando, schedando, prestando e ricevendo i libri; ma soprattutto a leggerli.

Ahmed ha occhi neri e rapidi e una bocca grande che spesso sorride. Sembra più giovane dei suoi ventisei anni. È nato nei dintorni di Béni Mellal, una città in mezzo alle montagne dell’Atlante, circa 90 chilometri a nord-est di Marrakech. La sua è una famiglia di agricoltori; ha due fratelli e tre sorelle. I maschi danno una mano al padre in campagna. Da quando aveva otto anni, Ahmed, in estate, durante le vacanze di scuola, ha lavorato nei campi. Dice che è sempre stato un po’ ribelle. Ribelle e curioso.

«Fin da bambino ai contadini che lavoravano per mio padre domandavo di tutto, volevo sapere il perché e il percome. Gli facevo una testa grande come una casa fino a quando non ne potevano più e mi cacciavano via. Allora mi rintanavo da qualche parte a leggere, da solo. Dentro ai libri si trovano tante risposte. All’inizio pensavo che questa cosa mi avrebbe dato qualche certezza, quantomeno un modo per cacciare via i dubbi, le incertezze. Adesso invece so che me ne procura ancora di più».

Durante la scuola media Ahmed si è fatto bocciare due volte; studiare, insomma, non era proprio il suo. Intorno ai sedici anni cominciano i contrasti in famiglia, soprattutto con il papà. Ad Ahmed Béni Mellal non basta più. Un cugino ha già tracciato la strada e quella strada porta in Italia. Un giorno, a diciott’anni, Ahmed se ne va, quasi una fuga. Una fuga regolare, però. Come regolare è il visto turistico che lo fa atterrare a Malpensa. Di lì a poco però inizia una storia nuova. Una storia che lo precipita dove si trova ora, nella Casa circondariale di Voghera.

«Vendere o comprare il sangue delle persone ti porta sotto terra».

Quando inizia la reclusione – che vista da fuori, e da chi come me sa poco o nulla di come funziona la giustizia, e non ha alcun elemento tecnico di giudizio tranne che un po’ di buon senso, sembra clamorosamente sproporzionata rispetto alla colpa accertata – Ahmed torna a cercare risposte nei libri, come faceva da ragazzino. In un primo istituto di detenzione e pena un amico gli consiglia di leggere Il conte di Montecristo. In quella storia di ingiustizia, reclusione, rigenerazione e riscatto, Ahmed scopre che i romanzi possono essere, se non una salvezza, almeno una cura. Del resto il romanzo di Alexandre Dumas non è forse, in più di un senso, un classico della letteratura d’evasione?

È solo l’inizio. Come quando domandava cose su cose ai contadini nei campi, Ahmed cerca qualcosa di più, qualche “istruzione per l’uso” alla vita. E così dapprima incontra la filosofia nelle divertite divulgazioni di Luciano De Crescenzo, ma è solo un apprendistato per avvicinare i classici del pensiero.

Poi, arrivato a Voghera, ecco il teatro e il coinvolgimento nei laboratori di Maliminori. Quando mettono in scena Una solitudine troppo rumorosa, Ahmed legge che Hant’a, il protagonista ubriacone del romanzo di Bohumil Hrabal, ripete una frase presa da un libro salvato dalla pressa compattatrice del grande macero in cui lavora: «Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me». Allora Ahmed chiede a Davide: «Ma quella frase non l’ha scritta Immanuel Kant nella Critica della ragion pratica?». Davide guarda Ahmed come se volesse dire e che ne sai tu di Kant? Lo stupore dura il tempo necessario a scoprire che Ahmed, proprio come Hant’a, ha fatto suoi tutti i libri che ha letto.

Ahmed però possiede anche il talento dell’ironia. Ora, quando ricorda quell’episodio, ci ride sopra:

«Quella frase di Kant mi affascinava proprio perché non la capivo bene. La interpretavo male. Quella e che fa da congiunzione tra i due enunciati per me era una è, verbo essere: Il cielo stellato sopra di me è la legge morale dentro di me. Non capivo il senso di quell’identità: il cielo stellato come può essere anche una legge morale? Solo dopo ho capito che erano due mondi distinti, fondamentali ma distinti».

Cielo stellato e legge morale: due dimensioni riflessive, la fisica e l’etica. Già. Ma come la mettiamo con la metafisica? Ho chiesto ad Ahmed se è credente.

«Faccio fatica a risponderti. Sì, sono musulmano. La mia famiglia è credente. Mia mamma è molto credente. Faccio il Ramadan solo per lei: se venisse a sapere che non lo rispetto proverebbe un immenso dolore. Però non smetto di farmi domande, sulla fede, sulla spiritualità. Leggere libri di filosofia mi aiuta a cercare delle risposte. Ad esempio, mi chiedo cosa ci sta dietro, o sopra, a una cosa semplice come il venire al mondo e, senza che nessuno te lo abbia insegnato, respirare, avere un cuore che pulsa, cacciare un urlo. Mi fa sentire meglio pensare che tutto questo non sia frutto del caso, o della combinazione di fattori naturali e di millenni e millenni di evoluzione. Però se applico la logica, non mi convince l’idea religiosa che tutti abbiamo un inizio ma non una fine. Le religioni ci dicono che siamo destinati all’eterno, a un eterno di sofferenza all’inferno o a un eterno di beatitudine in paradiso. Poi però penso che non volersi ridurre a esseri fatti solo di materia sia, in fondo, una comprensibile e molto umana ricerca di una pace interiore. Pensare che le nostre vite possano continuare anche altrove, in altre forme, ci rassicura, ci toglie l’ansia che tutto finisca, senza rimedio».

E Dostoevskij?

«Anche Dostoevskij mi aiuta a riflettere sulle cose. Il primo libro che ho letto è L’adolescente. Poi sono passato ai grandi romanzi. I fratelli Karamazov è l’opera più grande».

Ahmed pronuncia questa frase con fermezza, con un’autorevolezza quasi consumata. Poi però, fa silenzio e sorride. Sorride forse anche un po’ di sé:

«No, mi sono sbagliato: il capolavoro è Delitto e castigo. E però come si fa a non amare L’idiota?».

Gli chiedo che cosa trova nei libri di Dostoevskij, uno scrittore che ha scritto romanzi vecchi di un secolo e mezzo, e in un paese e in una cultura lontana dalla sua, da quella dove è nato e cresciuto e pure da quella che sta vivendo adesso.

«Dostoevskij parla della mia vita. Mi piace per questo. Non saprei dirti meglio. I suoi libri, come quelli dei classici, da Omero a Shakespeare a Cervantes, non descrivono solo il mondo, i fatti e gli oggetti che raccontano: certo che quelle cose sono lontane dai nostri giorni, ma invece i sentimenti, le emozioni sono sempre le stesse, valgono allora come adesso. Anche Dostoevskij, come un filosofo, si fa delle domande sul senso della vita. Come quando si chiede che senso ha il dolore dei bambini. Non c’è risposta a questo. Se sei onesto intellettualmente, è una cosa che non si può spiegare con nessuna religione, con nessuna filosofia. Quella risposta non l’ha saputa dare, in tutta onestà, neppure papa Francesco».

C’è un personaggio dei romanzi di Dostoevskij che ti parla più di altri?

«Sonja. Provo compassione per lei. Anzi è Sonja che mi ha insegnato la compassione. Non Dostoevskij, e neanche Dio, o chi per lui. I personaggi dei romanzi vivono fuori dai romanzi e Sonja mi è venuta incontro uscendo dalle pagine di Delitto e castigo».

Ma tutto questo tempo passato a leggere come viene visto dentro al carcere, dai compagni e anche dagli operatori?

«Be’, dipende. C’è chi rispetta questa mia scelta, c’è chi pensa che io sia un po’ matto. A volte vieni accettato per come sei, altre volte no. Però quasi tutti, anche chi un libro non l’ha mai preso in mano, pensa che lì dentro si possa trovare qualcosa di utile. E capita che qualche volta vengano a chiedermi cose impensabili perché sono convinti che io, siccome leggo molti libri, le sappia.
Comunque io leggo tutte le volte che posso. Basta che c’ho un po’ di “tempo libero”… e mi metto a leggere. Qui dentro di libertà fisica non ne ho. I libri sono la mia libertà, almeno la mia libertà mentale. Posso andare a passeggiare in Russia, a Parigi, o in qualsiasi altro posto che trovo scritto dentro le pagine dei libri. Però dai libri so che serve anche scappare. A volte si finisce dentro letture che sono perdite di tempo, pagine che non hanno nessuna identità. Allora è meglio lasciare perdere. Lo scrive anche Dostoevskij in L’adolescente: “Se ti sembrano balle tutte le cose che hai letto finora chiudi il libro che è meglio”».

Dostoevskij e Kant, i romanzi e la filosofia. Ma anche la poesia. Dice Ahmed:

«Qualche giorno fa mentre leggevo l’Infinito di Leopardi mi sembrava di essere nella stessa prospettiva. Quando guardo fuori dalla finestra il muro è come la siepe: la siepe impediva il suo sguardo, il muro ostacola la mia libertà, ma non l’annulla del tutto».

La biblioteca della Casa circondariale di Voghera è ben fornita, ma ovviamente non si può trovare tutto. E questo, per un lettore vorace come Ahmed, può diventare un problema:

«A volte succede che mi viene la curiosità di leggere un libro e di non poterlo avere. A volte chiedo se si può farlo arrivare da fuori; anche grazie a Davide sono riuscito ad avere in prestito dei libri che desideravo leggere; altre mi accontento, e penso che un giorno quando sarò libero lo leggerò».

Se tutto va bene, Ahmed uscirà tra meno di un paio d’anni, ma intanto adesso deve finire gli studi. Si è iscritto alle superiori e quest’estate farà l’esame di maturità. Dice che gli piacerebbe continuare e iscriversi a filosofia.

«No, non so bene cosa farò quando esco da qui. Spero di trovarmi un lavoro, ma di quelli che mi facciano fare fatica. No, non mi ci vedo proprio dietro a una scrivania. Però mi piacerebbe provare a riuscire a lavorare e a studiare. Ma quasi esclusivamente per gusto e soddisfazione mia».

Quando ci salutiamo gli dico che può contare su di me se ha bisogno di un “pusher di libri”. Lo dico e mi mordo la lingua: ma guarda che scemo che sono… Ahmed capisce e mi libera dall’imbarazzo. Gli ho promesso di fargli avere Fenoglio, che non conosce, e Primo Levi, di cui invece ha letto Se questo è un uomo: gli regalerò Il sistema periodico.

– Leggi anche: Io e B, che vuole tornare in carcere di Sofia Fabiani

Rifaccio il percorso all’incontrario. Mi si aprono davanti porte blindate e cancelli e si richiudono alle spalle con lo stesso rumore sordo di metallo pesante. Fuori c’è la primavera di poche ore prima. Mi tornano in mente altre battute del Don Chisciotte è stato qui di qualche mese prima. È un dialogo tra Ahmed e Rosario, un altro detenuto che nel laboratorio di teatro di Maliminori ha scoperto la forza rigenerante per dare un nuovo senso alla sua vita (una vita, quella di Rosario, che meriterebbe un racconto a parte). Parlando del Cavaliere della Triste Figura, che «cerca il suo destino fuori da sé stesso», dicono della loro condizione:

ROSARIO: Sì, fuori… fuori… è una parola… Noi siamo dentro, in un tempo che è un altro tempo.
AHMED: Appunto. Perché Don Chisciotte che cosa fa?
R: Il cavaliere errante?
A: Certo! Ma in un’epoca in cui i cavalieri erranti non ci sono più. È la sua immaginazione che lo salva, capisci? Il tempo ci fa paura. Perché è crudele. Soprattutto quando non vuoi vedere davanti a te. Ma il tempo lo creiamo noi. Come Don Chisciotte, che vuole vivere un tempo che non c’è più e allora lo crea uscendo dal tempo della ragione ed entrando in quello della follia.
R: Ma noi non possiamo permetterci di impazzire. E questa non è la Mancia. Non ci sono cavalli né tantomeno…
A: E questo cos’è? Non è un castello? Col suo castellano, le sue dame e le anime erranti? Certo, in quell’epoca i castelli erano fatti per tenere la gente fuori. Questo per tenere la gente dentro. Ma non ti basta per una grande storia? Non dobbiamo mica impazzire. Ma usare l’immaginazione sì, quello possiamo permettercelo. E nessuno ce la può togliere.

Passano un po’ di settimane e ricevo una telefonata. Davide mi aveva avvisato che, se ero d’accordo, avrebbe dato il mio numero di cellulare ad Ahmed. Era lui. Dopo tanti anni il giudice, per la prima volta, gli ha concesso un permesso premio di uscita dal carcere di alcune ore. Voleva comunicarmelo di persona che era fuori, anche solo per poco, certo, ma che era fuori. Insieme a lui, anzi dentro di lui, Immanuel Kant, Sonja Marmeladova, Alonso Quijano e il suo scudiero; sopra di lui, finalmente, il cielo di una tarda primavera padana.

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