Il cambiamento climatico aumenta il rischio di disastri come quello in Nepal

Il riscaldamento globale sta modificando le condizioni dei ghiacciai e rendendo meno stabili alcune montagne

La vetta Langtang Lirung vista da sud-est (Wikimedia)
La vetta Langtang Lirung vista da sud-est (Wikimedia)
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Scienziati e gruppi di ricerca sono al lavoro per capire che ruolo abbia avuto il riscaldamento globale nel causare l’enorme esondazione tra il Nepal e il Tibet del 26 agosto scorso, che ha ucciso almeno 900 persone e ha portato a oltre quattromila dispersi (le stime sono provvisorie). Mentre non è ancora possibile dire con certezza che il cambiamento climatico abbia avuto un ruolo diretto nel disastro, i dati raccolti negli ultimi decenni dicono che l’aumento della temperatura media globale sta modificando rapidamente le condizioni dell’Himalaya rendendo più instabili ghiacciai e versanti. Aumenta quindi il rischio di fenomeni in grado di innescare alluvioni improvvise.

Le immagini satellitari e le testimonianze raccolte finora suggeriscono che una grande quantità di ghiaccio e roccia si sia staccata dal versante del Langtang Lirung, la vetta più alta di una montagna di oltre 7.200 metri nel Nepal centrale, vicino al confine con il Tibet, in Cina. Il materiale è precipitato a valle per almeno un migliaio di metri e ha raggiunto il fiume Lhende Khola, innescando una catena di eventi che ha prodotto onde di piena lungo cento chilometri a valle.

(Getty Images)

Le analisi si stanno concentrando sui fenomeni che hanno portato a quel grande distacco, partendo dalle conoscenze maturate negli anni sugli effetti del riscaldamento globale dovuto alle attività umane nella grande area dell’Himalaya, che raccoglie la più grande massa di ghiaccio dopo quelle ai poli.

Secondo i rapporti scientifici più recenti, tra il 1990 e il 2020 i ghiacciai dell’Hindu Kush-Himalaya (la vasta regione montuosa dell’Asia centro-meridionale) hanno perso circa il 12 per cento della loro superficie. C’è stata inoltre un’accelerazione nella perdita di massa con un ritmo medio, nel secondo decennio, più rapido del 65 per cento rispetto al primo. Ma il cambiamento non riguarda solamente i ghiacciai.

Sulle montagne più alte, il riscaldamento sta avendo effetti sul permafrost, cioè lo strato di terreno e roccia che rimane perennemente congelato (o per cicli di almeno due anni a seconda dei casi). Il ghiaccio nelle fratture del suolo e della roccia contribuisce a tenere insieme i versanti, ma se si verificano lunghi periodi con temperature al di sopra della media, il ghiaccio fonde, lo strato diventa intriso d’acqua e si riduce la coesione della parte rocciosa con un rischio più alto di frane e crolli.

L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite, il principale organismo scientifico internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, ha segnalato da tempo nei propri rapporti che neve, ghiaccio e permafrost sono componenti importanti della stabilità dei versanti di alta montagna. Il loro cambiamento con l’innalzamento delle temperature è considerato uno dei principali fattori di rischio non solo per le frane dove cedono i ghiacciai, ma anche per gli effetti che si possono avere a valle come avvenuto la settimana scorsa in Nepal.

Un rischio non equivale a una certezza e anche per questo motivo è presto per affermare che il crollo nell’Himalaya sia avvenuto per una conseguenza diretta del cambiamento climatico. Per dimostrarlo sono necessarie analisi dettagliate non solo del crollo, ma anche delle condizioni del versante prima del collasso. I crolli possono avvenire per molti motivi e a causa di numerose variabili come la struttura delle rocce, la proporzione di ghiaccio e acqua nelle fratture rocciose, l’alternarsi del gelo e del disgelo, i terremoti, le precipitazioni e altri eventi atmosferici.

Le immagini satellitari raccolte finora mostrano che insieme a parte del ghiacciaio è collassata anche una grande quantità di roccia sottostante. Questo indica che il fenomeno è più complesso e che potrebbero esserci stati più fattori coinvolti.

In termini più generali non è comunque necessario dimostrare che il cambiamento climatico abbia provocato ogni singola frana sull’Himalaya per sapere che il riscaldamento globale sta aumentando il rischio complessivo legato a questi eventi. Un ghiacciaio che si ritira comporta una inevitabile modifica del versante che magari ha ricoperto per millenni, esponendo la roccia ai processi di dilatazione e contrazione dovuti alla variazione di temperatura nel corso delle giornate e delle stagioni.

La scomparsa di un ghiacciaio nel gruppo svizzero del Pizol (Copernicus)

La fusione del ghiaccio modifica la quantità d’acqua disponibile e il percorso dei torrenti, che a loro volta possono rendere meno stabili alcune parti dei versanti. Il maggiore afflusso d’acqua nelle conche rocciose può portare alla formazione di nuovi laghi glaciali, con il rischio che questi collassino improvvisamente portando a pericolose esondazioni più a valle, dove è più probabile che ci siano abitazioni e infrastrutture.

Nel caso del Nepal, il disastro è avvenuto durante la stagione dei monsoni, quando le valli himalayane ricevono già normalmente grandi quantità di pioggia. Nei giorni precedenti al crollo erano state registrate temperature più alte del solito e piogge al di sopra della media in alcune zone, ma saranno necessarie ulteriori analisi per valutare se la pioggia sia stata più intensa proprio per via del cambiamento climatico.

Come segnalato già dall’IPCC, è sempre più probabile che aumenti il rischio di disastri come quello del Nepal nei prossimi anni, anche nel caso di attività di mitigazione del cambiamento climatico. Il fatto che i ghiacciai continuino a ritirarsi e che ci possano essere nuovi crolli non implica comunque che diventino più frequenti casi estremi come quello nepalese.

Secondo le proiezioni, con un riscaldamento globale compreso tra 1,5 e 2 °C i ghiacciai dell’Hindu Kush-Himalaya potrebbero perdere in un secolo il 30-50 per cento del loro volume rispetto al 2015. Nel caso di un riscaldamento di 3 °C la perdita potrebbe arrivare fino al 75 per cento, con un profondo cambiamento di interi ecosistemi. Non è un problema che riguarda soltanto l’Himalaya.

I ghiacciai di montagna stanno perdendo massa praticamente in tutte le principali catene montuose del mondo, dalle Alpi alle Ande, dall’Alaska alla Scandinavia, fino alla Nuova Zelanda. Nel periodo 2023-2024, per il terzo anno consecutivo, tutte le 19 regioni glaciali monitorate a livello globale hanno registrato una perdita netta di ghiaccio: complessivamente i ghiacciai hanno perso circa 450 miliardi di tonnellate di ghiaccio. È stata la perdita annuale più grande dall’inizio delle osservazioni nel 1950.

Su una scala più piccola, alla fine di maggio del 2025 il crollo di una porzione del ghiacciaio del Birch nel canton Vallese, in Svizzera, aveva distrutto quasi completamente il paese di Blatten, evacuato in precedenza proprio per precauzione. La caduta del ghiacciaio era attesa, perché nei giorni precedenti una frana in alta quota aveva fatto accumulare 9 milioni di tonnellate di detriti, che erano poi caduti a valle col distacco del ghiaccio.

Evitare le rotture e i crolli, quindi il pericolo, è impossibile, ma si può intervenire per provare a gestire il rischio e ridurlo il più possibile. Il ritiro e in generale i cambiamenti dei ghiacciai sono inevitabili e per questo sono sempre più importanti i sistemi di rilevazione e analisi delle loro condizioni.

Con i satelliti si possono osservare aree molto vaste e difficili da raggiungere, misurando l’evoluzione della superficie dei ghiacciai e gli spostamenti anche molto piccoli delle masse di ghiaccio e dei versanti. A questi dati si possono aggiungere quelli raccolti da radar, droni e sensori installati direttamente sui versanti, che permettono di controllare deformazioni, temperature e movimenti e di individuare eventuali segnali di instabilità.

Tutte queste informazioni possono poi essere integrate nei sistemi di allerta precoce, in modo da inviare rapidamente avvisi alla popolazione e alle autorità, permettendo di evacuare le aree a rischio prima che le ondate arrivino a valle. Non sempre è però possibile farlo con sufficiente anticipo: alcuni crolli e collassi sono così improvvisi da lasciare pochissimo tempo per reagire, mentre in molte valli la presenza di abitazioni, strade e infrastrutture è così vicina ai torrenti e ai fiumi da rendere difficile evitare completamente le aree più esposte. Per questo la prevenzione passa anche dalla pianificazione del territorio, evitando per quanto possibile nuove costruzioni nelle zone a maggiore rischio e rendendo più sicure quelle già esistenti.