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  • Martedì 25 agosto 2026

Per uscire dalla guerra in Medio Oriente, Trump si metterà contro la Cina?

Dovrebbe, per isolare davvero il regime iraniano, ma in passato non gli è andata bene

Navi nello stretto di Hormuz, 10 agosto 2026 (Ali Saeedi/Getty Images)
Navi nello stretto di Hormuz, 10 agosto 2026 (Ali Saeedi/Getty Images)
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In un editoriale pubblicato sul Financial Times, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti Scott Bessent ha descritto come dovrebbe funzionare l’Operazione “economic outcast (Operazione “emarginato economico”), il nuovo piano di sanzioni statunitensi contro l’Iran che dovrebbe spingere il regime a capitolare. Una parte fondamentale di questo piano prevede che gli Stati Uniti impongano sanzioni ai paesi che commerciano con l’Iran, o che comunque facciano di più per tagliare ogni linea di credito del regime, incluse quelle ottenute con metodi illeciti. Il paese più importante da colpire sarebbe la Cina, ma Bessent nel suo editoriale non la nomina neanche una volta.

La Cina è il principale partner commerciale dell’Iran: prima della chiusura dello stretto di Hormuz acquistava tra l’80 e il 90 per cento del petrolio iraniano, da tempo posto sotto sanzioni occidentali, contribuendo così a una parte rilevante dei commerci e delle entrate del regime. La Cina ha sempre sostenuto di non essere vincolata dalle sanzioni in quanto non approvate dalle Nazioni Unite, e che rifornirsi dall’Iran in questi anni le abbia permesso di accumulare grandi riserve di petrolio a prezzi ribassati. Anche grazie a queste scorte, a fonti energetiche alternative e al divieto di esportazione dei prodotti raffinati, la Cina ha sofferto meno di altri paesi asiatici il blocco dello stretto di Hormuz. A lungo andare però il blocco potrebbe danneggiare la sua economia.

– Leggi anche: Nessuno sa bene come la Cina abbia tenuto giù il prezzo del petrolio

Durante la guerra in Medio Oriente la Cina ha mantenuto un profilo basso, ufficialmente limitandosi a invitare le parti a trovare un accordo. Ha però aiutato il regime in vari modi. Diverse inchieste giornalistiche hanno dimostrato che ha fornito all’Iran armi e componenti usate per la costruzione di missili e droni, sostegno di intelligence e strumenti dual use (ossia che possono avere applicazioni sia civili sia militari). Un’inchiesta del Financial Times ad aprile aveva dimostrato che l’Iran ha usato un satellite acquistato dalla Cina e ha avuto accesso a informazioni e stazioni di rilevamento gestite da una società cinese.

Donald Trump, 24 agosto 2026 (AP Photo/Alex Brandon)

L’isolamento dell’Iran passa quindi necessariamente dalla Cina, ma non è detto che gli Stati Uniti vogliano mettersela contro. L’anno scorso il presidente statunitense Donald Trump aveva imposto dazi altissimi sulla Cina, superiori al 100 per cento, sperando di convincere il governo di Xi Jinping a trattare. La Cina però non aveva fatto concessioni, e Trump era stato costretto a rimangiarsi o ridimensionare molte delle misure imposte. La Cina ha anche a disposizione una leva importante: detiene sostanzialmente il monopolio sulla produzione di terre rare, fondamentali per produrre moltissimi dispositivi elettronici, e in passato ha già limitato le esportazioni creando grossi problemi sia all’Europa sia agli Stati Uniti.

Venerdì il ministero degli Esteri cinese ha fatto sapere che la Cina si oppone alle sanzioni unilaterali e che dal suo punto di vista le pressioni statunitensi non risolveranno la crisi in Iran. Nei mesi scorsi gli Stati Uniti avevano tentato di imporre sanzioni alle raffinerie cinesi che trattano petrolio iraniano, ma il ministero degli Esteri cinese aveva detto alle aziende di ignorarle.

Gli Stati Uniti avrebbero vari strumenti per interrompere o almeno limitare gli scambi tra Iran e Cina. Ad esempio, potrebbero intercettare le navi che portano il petrolio iraniano alle raffinerie cinesi, o aumentare il controllo sulle banche che aiutano l’Iran a riciclare il denaro che riceve come pagamento dalle raffinerie cinesi. Questo però potrebbe portare la Cina a reagire.

Dopo anni di rapporti altalenanti, che hanno alternato fasi di aperta ostilità a fasi di relativa distensione, negli ultimi mesi il presidente statunitense Donald Trump aveva cercato di riavvicinarsi al suo omologo Xi Jinping. A maggio era stato in visita a Pechino e tra un mese Xi dovrebbe andare a Washington. Se gli Stati Uniti dovessero mettere in pratica le loro minacce, questi sforzi potrebbero essere resi vani.