Dati e grafici per capire quanto funziona la prevenzione dei tumori in Italia

Nel 2025 ha fatto gli esami gratuiti meno della metà delle persone che ne avevano diritto, soprattutto al sud

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(LUKAS BARTH/Ansa)
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Nel 2025 il servizio sanitario nazionale ha invitato 17,7 milioni di persone a fare gratuitamente esami di prevenzione per individuare in anticipo un eventuale tumore, ma in ospedale o negli ambulatori se ne sono presentate soltanto 7,5 milioni, poco più di quattro persone su dieci. Negli ultimi anni l’adesione a questi esami è aumentata, un risultato che tutti gli esperti definiscono incoraggiante, ma dietro al dato nazionale ci sono differenze notevoli tra aree geografiche e regioni: soprattutto al sud c’è ancora molto da fare per raggiungere una copertura soddisfacente e una prevenzione davvero efficace.

Questi esami vengono chiamati comunemente screening oncologici e sono gestiti dalle regioni. Funzionano a inviti, mandati per lettera dai servizi sanitari regionali alle persone che per età e sesso rientrano nelle fasce della popolazione per cui è stato dimostrato che gli esami su larga scala riducono la mortalità. Gli screening rientrano nella cosiddetta prevenzione secondaria, mentre quella primaria si riferisce a evitare singolarmente i comportamenti dannosi e adottare abitudini sane.

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Gli esami garantiti in tutta Italia sono tre e tutti rientrano nei livelli essenziali di assistenza (Lea), ovvero le prestazioni che il servizio sanitario nazionale deve assicurare gratuitamente a chiunque: le donne tra 50 e 69 anni vengono invitate a fare una mammografia per individuare eventuali tumori al seno, quelle tra 25 e 64 anni il test per il papilloma virus o il pap test per il tumore alla cervice dell’utero, mentre uomini e donne tra 50 e 69 anni dovrebbero fare il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci, che serve per la prevenzione del tumore del colon-retto.

I dati essenziali per capire come vanno le cose vengono pubblicati ogni anno dall’Osservatorio nazionale screening, che li raccoglie dalle regioni e li verifica.

L’Osservatorio controlla per prima cosa quanti inviti vengono fatti dai sistemi sanitari regionali. È un modo per valutare l’offerta, cioè la capacità di raggiungere tutte le persone che dovrebbero fare gli esami. In questo indicatore l’Italia è messa bene: nel 2025 gli inviti hanno raggiunto il 96,1% delle donne nella fascia della mammografia, il 98,2% delle persone nella fascia del test per il colon-retto e il 107% di quelle nella fascia dello screening cervicale. I valori sopra il 100% non sono un errore: dipendono dal fatto che alcune regioni stanno recuperando gli inviti arretrati, per esempio quelli saltati durante la pandemia.

Nel 2025 all’invito per una mammografia ha aderito il 58,4% delle donne invitate, in aumento di oltre quattro punti percentuali rispetto al 2024. Allo screening cervicale il 43,5%, in aumento di un punto e mezzo percentuale. Al test per il colon-retto il 35,8%, praticamente come l’anno prima.

Le medie nazionali però nascondono differenze molto grandi tra nord, centro e sud. Allo screening per il colon-retto ha risposto poco meno della metà degli invitati al nord, tre persone su dieci al centro e poco più di due persone su dieci al sud. Tra le regioni si va dal 65,3% del Veneto al 6,4% della Calabria. Sullo screening cervicale il divario è simile. Sulla mammografia si va dal 78,7% della provincia autonoma di Trento al 39,4% della Calabria, che oltretutto è anche la regione che manda meno inviti di tutte, appena a un terzo delle donne che ne avrebbero diritto.

Nonostante le percentuali ancora basse, al sud qualcosa si sta muovendo: nel 2025 l’adesione alla mammografia è cresciuta di oltre sette punti percentuali, arrivando al 47,9%, e l’estensione degli inviti per lo screening del colon-retto ha superato per la prima volta il 91%. Secondo l’Osservatorio l’aumento si spiega con un’offerta più capillare, favorita anche da un piano portato avanti negli ultimi anni con investimenti mirati proprio nelle regioni meridionali. «Nelle regioni del sud la crescita non è rapidissima o strabiliante, ma il cammino è graduale», dice Paola Mantellini, coordinatrice dell’Osservatorio. «Un avanzamento lento rimane comunque un risultato incoraggiante e non scontato».

I dati diffusi dall’Eurostat, l’istituto europeo di statistica, aiutano a capire invece come va nel resto d’Europa. Sono dati da prendere con cautela perché i programmi di screening hanno caratteristiche diverse da paese a paese: alcuni misurano solo chi partecipa ai programmi organizzati dallo Stato o dalle regioni, altri includono anche gli esami fatti privatamente o su iniziativa del medico di famiglia.

Nel confronto internazionale l’Italia sta nella metà bassa della classifica, lontana dall’80% della Danimarca, della Svezia e della Finlandia. Sul colon-retto le nazioni con l’adesione più alta sono la Finlandia, i Paesi Bassi e la Svezia. Sullo screening cervicale la Svezia è prima in classifica con l’82,9%, l’Irlanda raggiunge il 76,2% e la Cechia il 75,3%.

Questi dati sono il punto di partenza di molti studi fatti negli ultimi anni, in Italia e all’estero, per capire cosa spinga una persona a non rispondere a questi programmi di prevenzione, che oltre a essere gratuiti hanno dimostrato da tempo la loro efficacia. Le indagini fatte dall’Istituto superiore di sanità dicono che la maggior parte delle persone che non partecipano appartiene alle fasce che ne avrebbero più bisogno, ovvero chi dichiara difficoltà economiche, chi è in condizione socialmente svantaggiata, chi ha un titolo di studio basso, le persone straniere.

«Chi si trova in condizioni di vulnerabilità economica o sociale ha spesso altre priorità quotidiane e tende a non prendere in considerazione l’opportunità dello screening, nonostante l’esame sia completamente gratuito», dice Mantellini. «Inoltre, ostacoli pratici immediati come la non conoscenza della lingua rendono estremamente difficile l’accesso e l’orientamento all’interno dei servizi sanitari». Alcuni studi hanno dimostrato che per raggiungere le fasce di popolazione più difficili da coinvolgere, come le persone straniere, non è possibile applicare formule standardizzate: i problemi di accesso sono molto diversi a seconda del territorio e richiedono sforzi di studio, coinvolgimento e personalizzazione molto complessi, quindi lenti.

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