Il governo spagnolo ha annunciato l’apertura di quattro nuove strutture a Ceuta per ospitare 1.500 persone migranti
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Il governo spagnolo ha annunciato l’apertura di quattro nuove strutture nell’exclave di Ceuta, nel nord del Marocco, per ospitare 1.500 persone migranti. La ministra per la Migrazione e l’Inclusione Elma Saiz ha spiegato che i posti saranno messi temporaneamente a disposizione di coloro che sono arrivati durante l’ondata migratoria di fine luglio e che da più di due settimane vivono all’aperto per insufficienza di spazio nei centri già attivi. Non ha detto quante persone migranti sono ancora presenti a Ceuta: si stima che a fine luglio siano entrate circa 80mila persone, che 70mila siano state rimpatriate subito dalle forze di sicurezza, e che altre 600 siano rientrate autonomamente nei giorni successivi.
Ceuta è un territorio spagnolo, e quindi europeo, sulla sponda africana dello stretto di Gibilterra. È circondata dal Marocco, da cui la divide una frontiera recintata per evitare gli ingressi delle persone migranti provenienti dal territorio marocchino. Formalmente è una Città Autonoma, una denominazione che la colloca a metà fra un comune e una nostra regione, e da oltre vent’anni è governata dal Partito Popolare, di centrodestra.
I nuovi centri verranno allestiti su proprietà statali e comunali. Il governo della Città Autonoma metterà a disposizione un parcheggio, mentre il governo centrale spagnolo contribuirà con le altre tre: un centro ippico vicino al già esistente Centro di permanenza temporanea per migranti (CETI), l’ex campo da calcio di una caserma e una struttura nel quartiere periferico di El Guano. Il sindaco-presidente della Città Autonoma, Juan Jesús Vivas, si è rifiutato di autorizzare il trasferimento dei migranti in strutture troppo vicine al centro.

(Fonte El País)
La decisione sui nuovi centri è arrivata dopo che lunedì Vivas aveva lanciato un ultimatum di 30 giorni al governo centrale prima di presentare dei ricorsi al Tribunale Supremo e alla Corte Costituzionale e accusarlo di «passività quasi assoluta» nel modo in cui ha affrontato la crisi migratoria.


