A cosa servono le minacce di Trump, a questo punto?
Da mesi le fa e poi le ritratta, e nella guerra contro l'Iran ha ottenuto il contrario di quello che voleva
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Lunedì il presidente Donald Trump ha detto, riferendosi all’Oman: «Se si mettono in mezzo, li raderemo al suolo, cazzo» («we’ll bomb the shit out of them»). Si riferiva alle trattative che l’Oman sta conducendo con l’Iran per riaprire lo stretto di Hormuz, separate rispetto a quelle statunitensi, che sono in stallo da metà giugno.
Se fosse pronunciata in un altro contesto o da un altro presidente la frase di Trump sarebbe con tutta probabilità motivo di allarme tra analisti e politici: l’Oman è un paese alleato degli Stati Uniti, e un bombardamento a tappeto sarebbe uno sviluppo sorprendente e gravissimo. Trump però ha ormai abituato pubblico, giornali e leader internazionali alle sue minacce a vuoto. Quello che dice continua a fare notizia per il ruolo che ricopre, per i toni eccessivi e per le conseguenze che potrebbe avere, ma la guerra in Medio Oriente è stata un susseguirsi di intimidazioni che non si sono concretizzate, e questo ha avuto tra gli altri l’effetto di ridurre il loro potere deterrente.
Solo nei primi mesi della guerra Trump ha minacciato di trasformare la vita in Iran «in un inferno», di riportare il paese «all’età della pietra» e di cancellare l’«intera civiltà» iraniana. Ha lanciato contro l’Iran una serie di ultimatum via via più aggressivi a cui non ha mai tenuto fede, arrivando sempre a rimandarli all’ultimo momento.
Le stesse minacce all’Oman non sono nuove. Il paese si affaccia sul lato sud dello stretto di Hormuz, e già a maggio era emerso che stava trattando con l’Iran per una gestione condivisa dello stretto. In quell’occasione Trump disse: «L’Oman si comporterà come tutti gli altri, oppure dovremo farlo saltare in aria». Eppure l’Oman ha continuato a trattare con l’Iran – tanto che ora il regime iraniano dice che sono vicini a un accordo – e gli Stati Uniti non lo hanno attaccato.
Trump ricorre a questo genere di comunicazione specialmente quando si sente messo alle strette. A fine febbraio aveva promesso che la guerra contro l’Iran sarebbe durata tra le 4 e le 6 settimane, e che queste sarebbero bastate a distruggere le capacità missilistiche e il programma nucleare iraniani, forse persino a rovesciare il suo regime. Dopo sei mesi non è successo nulla di tutto questo, il regime iraniano ne è uscito rafforzato, con posizioni più intransigenti e soprattutto ha ottenuto il controllo dello stretto di Hormuz, uno dei passaggi più importanti del commercio globale.

Un uomo sventola la bandiera iraniana, 11 agosto 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
Per un po’ Trump si è detto ottimista sui negoziati, ma vista la loro inconcludenza è poi tornato alle minacce, nella speranza di convincere l’Iran a un accordo.
Un’interpretazione sul perché Trump lo faccia è che questo sarebbe semplicemente il suo stile, o perlopiù un atteggiamento mutuato dal suo passato da imprenditore immobiliare a New York. L’idea è che avanzare richieste massimaliste, mostrarsi forte e deciso e ignorare ogni convenzione o regola morale nelle trattative, secondo Trump, lo porterà a ottenere quello che vuole, nel mercato come in politica, anche a discapito dei fatti.
Un’altra interpretazione è che ci siano dietro delle teorie politiche più ragionate. Durante il primo mandato di Trump molti analisti e commentatori suggerirono che quella di spararle grosse fosse una tattica mutuata dall’ex presidente Repubblicano Richard Nixon durante la Guerra Fredda, la “teoria del pazzo”. Il principio è che un leader che si comporta come se potesse compiere un’azione folle da un momento all’altro abbia maggiori probabilità di convincere gli altri paesi a fare concessioni che altrimenti non farebbero.
Durante la campagna elettorale del 2024 fu Trump stesso ad alludervi, quando nel contesto della guerra commerciale con la Cina disse che il presidente cinese Xi Jinping lo rispetta perché sa che è «completamente matto». Fonti di Axios dicono che aveva chiesto esplicitamente ai membri della sua amministrazione di descriverlo nelle trattative con gli altri stati come «il tipo pazzo», the crazy guy.
All’inizio del secondo mandato di Trump questa tattica sembrò funzionare perché effettivamente lui diede seguito ad alcune delle sue minacce. Lo ha fatto per esempio con i dazi, oppure con il netto cambio di posizionamento nella guerra in Ucraina, a favore della Russia, che ha dimostrato agli alleati europei l’inaffidabilità degli Stati Uniti in termini di difesa. Questo aveva portato vari leader internazionali a prendere sul serio le sue parole e a modificare le proprie politiche di conseguenza.

Donald Trump, 29 luglio 2026 (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)
Con il passare del tempo però è emersa la sostanziale incoerenza dell’amministrazione Trump, che è tornata indietro su quasi tutte le decisioni più contestate: ha annullato i dazi, almeno quelli più ingenti, e si è riavvicinata alle posizioni dell’Ucraina, anche se in modo un po’ traballante.
La guerra in Medio Oriente rappresenta il fallimento più clamoroso: anche volendo credere che Trump abbia usato consapevolmente la “teoria del pazzo”, l’ha applicata così spesso da renderla inservibile. Minacce ripetute e mai tradotte in fatti hanno dato al regime iraniano la convinzione contraria di quella che Trump intendeva infondere: che tenere duro conviene. Tanto più che l’Iran, avversario storico degli Stati Uniti, è per sua natura poco disposto a piegarsi a questo tipo di pressioni a causa di decenni di sanzioni e isolamento internazionale.
C’è infine un’ultima interpretazione, che ha più a che fare con il rapporto tra amministrazione Trump e media che con la guerra in Medio Oriente di per sé.
Nel 2018, durante un’intervista, l’ex capo stratega della Casa Bianca Steve Bannon disse: «La vera opposizione è la stampa. E il modo per gestirla è inondare la piazza di merda». L’idea è che i media tradizionali abbiano una funzione di filtro: selezionano le notizie, verificano i fatti, aiutano il pubblico a orientarsi. La tattica di Bannon punta a saturare questo filtro con un volume di dichiarazioni sguaiate, notizie (vere, false o distorte) e polemiche talmente alto da rendere impossibile per la stampa selezionare, verificare e gerarchizzare in tempo utile.
Applicata alla guerra in Medio Oriente, questa lettura suggerisce che le minacce di Trump, anche quando non vengono concretizzate, non sono inutili: più che a determinare l’esito della guerra servono a distogliere l’attenzione pubblica dalle sue conseguenze reali.
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