Ora alcune aziende italiane vogliono comprare l’ex ILVA

Sono interessate a tutti gli stabilimenti tranne l’area a caldo di Taranto, per la quale era stata decisa la chiusura

Lo stabilimento siderurgico dell'ex Ilva di Taranto in una foto del 2017 (Vincenzo Livieri/LaPresse)
Lo stabilimento siderurgico dell'ex Ilva di Taranto in una foto del 2017 (Vincenzo Livieri/LaPresse)
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14 aziende italiane del settore siderurgico hanno presentato una manifestazione d’interesse per l’acquisto degli stabilimenti dell’ex ILVA, l’enorme acciaieria che il governo sta provando da molto tempo a vendere: lo ha comunicato in una nota Federacciai, la federazione delle imprese siderurgiche italiane. La possibile vendita dell’ex ILVA è una crisi industriale e occupazionale che va avanti da anni, tra proteste di lavoratori, interventi dei governi e tentativi di trovare un nuovo proprietario (al momento gli impianti sono gestiti dallo Stato in amministrazione straordinaria).

Nei mesi scorsi il governo e i commissari dell’ex ILVA avevano trattato con due possibili acquirenti, il gruppo indiano Jindal e quello statunitense Flacks. A fine luglio una sentenza della Corte d’Appello di Milano aveva deciso la chiusura, entro 90 giorni, dell’area a caldo dell’ex ILVA di Taranto, la parte più importante dell’intero impianto, per le conseguenze ambientali e sanitarie che continua ad avere sul territorio.

L’area a caldo è quella in cui le materie prime vengono trasformate in acciaio attraverso la fusione negli altiforni: è una parte importante dell’impianto ma è anche la più inquinante, non solo per le emissioni di anidride carbonica che contribuiscono al riscaldamento globale, ma anche per i fumi, le polveri sottili e la presenza di amianto in alcune sezioni degli altiforni. L’ex ILVA di Taranto aveva quattro altiforni, che nel tempo sono stati progressivamente chiusi: solo uno era rimasto attivo.

La sentenza sulla sua chiusura ha facilitato la presentazione di una manifestazione di interesse da parte delle imprese, che si sono dimostrate più disponibili ad acquistare un impianto senza la sua parte più costosa e problematica. Allo stesso tempo la chiusura dell’area a caldo lascerebbe moltissime persone senza lavoro: ci lavorano poco meno di 3.200 operai, a cui si aggiungono altri 450 addetti alla centrale energetica connessa agli altiforni.

La manifestazione d’interesse annunciata da Federacciai riguarda tutti gli stabilimenti dell’ex ILVA salvo quello oggetto della sentenza della Corte d’Appello di Milano: quindi gli stabilimenti di Genova, Novi Ligure e Racconigi, oltre all’area a freddo di Taranto. L’area a freddo è quella in cui, una volta che si è solidificato l’acciaio, viene lavorato e trasformato in lamiere, in bramme, in tubi, a seconda delle destinazioni: gli stabilimenti di Genova, Novi Ligure e Racconigi sono a freddo.

Le 14 imprese che hanno presentato la manifestazione d’interesse sono ABS Acciaierie Bertoli Safau, Acciaieria Arvedi, Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions (Gruppo Asonext), AFV Acciaierie Beltrame, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Duferco Travi e Profilati, Feralpi Siderurgica, Ferriera Valsabbia, Lucchini RS Holding, Marcegaglia Carbon Steel, O.R.I. Martin e Rubiera Special Steel.

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