Per Matteo Salvini agosto è un mese terribile

Cos'hanno in comune il Papeete Beach, il green pass, Giorgia Meloni e Attilio Fontana?

Matteo Salvini sulla spiaggia del Papeete, il 2 agosto 2020 (STEFANO CAVICCHI/ANSA)
Matteo Salvini sulla spiaggia del Papeete, il 2 agosto 2020 (STEFANO CAVICCHI/ANSA)
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Da settimane il leader della Lega Matteo Salvini è alle prese con dissidi interni al suo partito che non sono mai stati così duri e conclamati: la crisi della Lega e il declino di Salvini appaiono ormai irreversibili, e mettono a rischio la stessa stabilità del governo di Giorgia Meloni. Per Salvini è insomma un periodo nero, e per l’ennesima volta capita in agosto: dal 2019 in avanti è stato sempre il suo mese più complicato.

In parte è un caso: del resto, nella parabola declinante di Salvini degli ultimi anni, anche in altri mesi dell’anno si potrebbero rintracciare accadimenti sfortunati o problematici. Ma la successione di errori e incidenti d’agosto resta notevolissima, e illumina in modo curioso il progressivo tracollo della sua leadership.

Il 2019 fu l’anno della cosiddetta crisi del Papeete, quella innescata da Salvini per far cadere il primo governo di Giuseppe Conte – sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega – proprio nei giorni in cui era in vacanza al Papeete Beach, noto stabilimento balneare di Milano Marittima. Di quel governo Salvini era vicepresidente del Consiglio, e nel corso dei mesi, approfittando dell’apparente inconsistenza politica di Conte e dell’inadeguatezza diffusa tra i dirigenti del M5S, la Lega riuscì ad affermare in modo nettissimo la propria egemonia, fino a ribaltare i rapporti di forza tra i due partiti. Alle elezioni politiche del marzo 2018 il M5S aveva preso il 33 per cento e la Lega il 17; alle europee di maggio 2019 la Lega prese il 34 per cento e il M5S il 17.

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Dopo il gran risultato della Lega alle europee si aprì un dibattito all’interno del partito per capire come capitalizzare quel successo, e come assicurarsi un controllo più diretto sull’operato del governo. Le fazioni erano due: da un lato c’era chi sollecitava un rimpasto, così da ottenere un maggior numero di ministri leghisti; dall’altro chi invocava una crisi a tutti gli effetti, così da andare a elezioni anticipate e vincerle agevolmente.

Salvini fu a lungo indeciso sul da farsi. E, pur riluttante, si lasciò infine trascinare dai leghisti più intransigenti. Tuttavia, aprì la crisi troppo in ritardo, ad agosto inoltrato, su un pretesto poco solido, e cioè la linea ad alta velocità (TAV) Torino-Lione, utilizzando toni e argomenti ben poco convincenti, apparendo poco lucido e molto incerto. E si fidò inoltre di un accordo di massima con l’allora segretario del Partito Democratico, Nicola Zingaretti, che gli aveva garantito si sarebbe andati a elezioni in caso di caduta del governo: nel PD però c’erano molte pressioni per scongiurare la fine anticipata della legislatura, e alla fine Zingaretti non riuscì a imporsi.

Al dunque, le cose andarono all’opposto di come Salvini sperava: il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico definirono in modo precipitoso un accordo per formare una nuova maggioranza, Conte rimase presidente del Consiglio di un governo di segno opposto, e la Lega dovette restare all’opposizione. Fu senza dubbio quello il passaggio decisivo, in negativo, della carriera politica di Salvini: da quel momento in poi, la crisi della sua figura e del suo partito sono parse di fatto irreversibili, al netto di estemporanei successi parziali.

Nel gennaio del 2021 Salvini fu convinto a entrare nel governo tecnico guidato da Mario Draghi dall’ala nordista del partito, quella più attenta alle ragioni dell’imprenditoria e del nord, che ha i suoi riferimenti in figure come l’attuale ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e l’ex presidente del Veneto Luca Zaia. Il rapporto con Draghi fu da subito segnato da incomprensioni e diffidenze reciproche.

Proprio nell’agosto del 2021 quel dissidio si inasprì moltissimo, e Salvini dovette cedere. Draghi aveva infatti annunciato l’intenzione di estendere l’utilizzo del green pass contro la diffusione dell’epidemia da Covid-19 (il green pass era il documento che attestava la vaccinazione al virus, la guarigione o il risultato di un tampone negativo); Salvini aveva minacciato una dura opposizione, ma alla fine, dopo aver polemizzato col presidente del Consiglio, lui e il suo partito si rassegnarono a quella decisione. Fu l’episodio che dimostrò, in modo plateale, l’incapacità di Salvini di condizionare le scelte più importanti del governo di Draghi.

E quando alla fine Salvini riuscì a propiziare la caduta del governo di Draghi, nel luglio dell’anno seguente, non fu comunque in grado di recuperare il consenso e l’autorevolezza di cui aveva bisogno. L’agosto del 2022 fu infatti per il leader della Lega un mese complicatissimo: in una campagna elettorale anomala, condotta in piena estate, cercò in ogni modo di ridurre la distanza tra il suo partito e quello di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia. Ma quest’ultimo era stato l’unico all’opposizione durante il governo Draghi, sostenuto da tutti gli altri partiti, ed ebbe gioco facile ad attrarre voti e simpatie.

Matteo Salvini nell’aula del Senato, circondato dai suoi parlamentari, poco prima di confermare la decisione di provocare la crisi del governo di Mario Draghi, il 20 luglio 2022 (Roberto Monaldo/LaPresse)

Proprio mentre Meloni, certa ormai di vincere, cercava di mostrarsi affidabile e credibile come futura capa del governo, Salvini cercò invece di fare propaganda speculando sui temi identitari della destra. Arrivò anche a pronosticare una Lega come primo partito del centrodestra, e ad autocandidarsi alla presidenza del Consiglio. Ma fu in realtà un mese vissuto con grande affanno e grande incertezza, e il 25 settembre i risultati elettorali furono inequivocabili: Fratelli d’Italia sfiorò il 26 per cento, la Lega si fermò all’8,8 per cento.

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Anche l’agosto successivo, col senno del poi, fu un momento terribile per Salvini. In quel mese infatti si affermò all’attenzione mediatica il generale Roberto Vannacci, per via della pubblicazione del suo libro Il mondo al contrario. La Lega e Fratelli d’Italia si contesero a lungo le simpatie del generale dell’Esercito, ma alla fine proprio Salvini riuscì a convincerlo a candidarsi col suo partito alle europee del 2024. Era in fondo un disperato tentativo di evitare un tracollo elettorale, sfruttando appunto la grande popolarità di Vannacci. L’idea parve quasi funzionare, visto che il generale ottenne circa mezzo milione di preferenze.

Ma le conseguenze di quella decisione furono in realtà negativissime, per Salvini. Il grande spazio dato a Vannacci, nominato anche vicesegretario con una procedura ad hoc in spregio alle norme e alle consuetudini decennali della Lega, generò enormi malumori tra i dirigenti storici del partito, e soprattutto tra i presidenti delle regioni del Nord. Vannacci sfruttò la visibilità per costruire una propria associazione che poi divenne un movimento politico. Era agosto, sempre agosto, del 2025, quando Salvini annunciò la partecipazione di Vannacci allo storico raduno leghista di Pontida, escludendo categoricamente che volesse fondare un proprio partito.

Matteo Salvini consegna la tessera della Lega a Roberto Vannacci durante il Congresso federale della Lega a Firenze, il 5 aprile 2025 (CLAUDIO GIOVANNINI/ANSA)

Pochi mesi dopo Vannacci ufficializzò la sua uscita dalla Lega e la creazione di Futuro Nazionale, generando un’ulteriore riduzione dei consensi nel partito di Salvini e una definitiva delegittimazione della sua leadership. Ed è con questa situazione complicatissima che Salvini si trova a dover fare i conti in questo agosto 2026. È contestato in modo plateale da storici dirigenti del partito e i gruppi parlamentari sono in subbuglio in vista delle elezioni del 2027, in cui la maggioranza dei componenti non ha alcuna concreta speranza di essere riconfermata alla Camera e al Senato.

In Lombardia, in particolare, e cioè nel posto dove la Lega è nata e dove ha il maggior radicamento, la protesta è diventata quanto mai conflittuale a partire da una riunione del direttivo regionale tenutasi il 7 agosto, con amministratori locali e dirigenti di un certo peso che hanno chiesto le dimissioni di Salvini. Il segretario lombardo, Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato, è ormai uno dei principali antagonisti di Salvini. Attilio Fontana, presidente della regione, è arrivato a proporre la nascita di un’associazione di leghisti delusi che si ponga in aperto contrasto con Salvini, e ha anche detto che non bisogna escludere neppure l’ipotesi di dimissioni di Salvini.