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  • Domenica 16 agosto 2026

Il regime di Putin non vuole problemi alle elezioni

Per questo ha escluso Yabloko, un partito che in altri tempi non lo avrebbe impensierito, nonché l'unico esplicitamente contrario alla guerra in Ucraina

Il leader di Yabloko, Nikolai Rybakov, parla coi giornalisti fuori dalla Corte suprema russa, il 10 agosto a Mosca
Il leader di Yabloko, Nikolai Rybakov, parla coi giornalisti fuori dalla Corte suprema russa, il 10 agosto a Mosca (AP Photo/Pavel Bednyakov)
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La recente esclusione di Yabloko, l’unico partito russo esplicitamente contrario alla guerra in Ucraina, dalle elezioni parlamentari del 18-20 settembre dimostra che il regime di Vladimir Putin non è disposto a correre rischi in un voto a cui si avvicina con meno sicurezza del solito. In Russia le elezioni non sono libere e la vittoria del regime non è in discussione, ma sono comunque ancora in parte un indicatore dell’andamento dell’opinione pubblica: il caso di Yabloko dice qualcosa del momento complicato che sta passando il regime.

Yabloko è un partito minore, anche se storico, e in un primo momento le autorità gli avevano consentito di partecipare alle elezioni: con i suoi pochi voti non avrebbe infastidito Putin, e anzi la presenza di un partito liberale dell’opposizione, per quanto sfibrato dalla repressione, avrebbe conferito più legittimità alle elezioni. Poi è successo qualcosa di imprevisto.

Nelle ultime settimane Yabloko è diventato rapidamente un collettore dell’impopolarità della guerra ed è stato appoggiato dall’opposizione all’estero, con cui aveva trascorsi critici. Il regime ha capito che il partito avrebbe preso più del solito 1-1,5 per cento, e non poteva consentirlo: i voti sarebbero stati visti, dentro e fuori dalla Russia, come una misura del dissenso per la guerra. Yabloko ha fatto solo cinque giorni di campagna elettorale, poi le autorità russe l’hanno escluso. Nel frattempo il partito ha fatto appello contro l’esclusione alla Corte suprema russa, che ha fissato un’udienza per lunedì 17 agosto.

In Russia c’è una cosiddetta “opposizione sistemica” e un’opposizione vera. La prima è solo di facciata: i partiti che ne fanno parte sono principalmente portatori di interessi, talvolta si spingono a criticare blandamente il governo, ma non mettono mai in discussione il regime o la guerra. La seconda, l’opposizione vera e propria, è molto indebolita e impegnata soprattutto a sopravvivere. È rimasta senza leader carismatici: tutti i principali sono morti o sono stati uccisi, in prigione o in esilio.

Yabloko sta nel secondo campo, ma la sua collocazione non è immediata. In passato era stato criticato dall’opposizione all’estero perché continuava a partecipare alle elezioni, accettando le regole del regime e cercando di prendere precauzioni per non attirare punizioni. Anche il partito si è posto il dilemma: «Partecipiamo alle elezioni perché è uno dei pochi modi che ancora abbiamo per trasmettere il nostro messaggio contro la guerra e per la libertà», disse nel 2023 il fondatore Grigory Yavlinsky in un’intervista al Foglio.

Sostenitori di Yabloko fuori dalla Corte suprema russa, a Mosca, il 10 agosto

Sostenitori di Yabloko fuori dalla Corte suprema russa, a Mosca, il 10 agosto (Yevgeny Messman/TASS via ZUMA Press)

All’inizio della carriera militarono in Yabloko due dei dissidenti più noti, Alexei Navalny e Ilya Yashin, ma furono espulsi tra il 2007 e il 2008 perché fautori di una linea troppo nazionalista e intransigente. Navalny morì in un carcere siberiano nel 2024, probabilmente avvelenato dal regime. Yashin fu liberato in uno scambio di prigionieri nello stesso anno e da allora vive in Germania come altri leader dell’opposizione, tra cui Yulia Navalnaya, la vedova di Navalny che ha cercato di prendere il suo posto.

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Nel frattempo è cambiato qualcosa: l’opposizione all’estero si è accorta dell’entusiasmo che Yabloko stava suscitando. Pochi giorni fa Navalnaya gli ha espresso il suo sostegno con un video-messaggio. Sia lei che Yashin, come vari altri leader in esilio, hanno invitato i sostenitori in Russia ad andare a votare qualunque partito tranne Russia Unita, quello di Putin, in modo da abbassarne la percentuale come forma di protesta. Hanno anche chiesto di presentarsi ai seggi a mezzogiorno, affinché si formino code che diventino un segno tangibile di quanto sono numerosi.

Intanto in Russia lunedì si sono riuniti a protestare fuori dalla Corte suprema russa decine di attivisti. Molte persone giovani, esterne alla base tradizionale di Yabloko, hanno caricato sui social post simpatizzanti, spesso mostrandosi con una mela. Ne ha fatto uno anche Danya Milokhin, un cantante e influencer molto seguito dai ragazzi. Yabloko in russo significa “mela”, che è il simbolo del partito. Il leader Nikolai Rybakov ne ha sempre una in mano.

Si sta ripetendo con Yabloko lo schema visto con Boris Nadezhdin: nel 2024, quando era un politico di secondo piano, si candidò alle presidenziali contro Putin criticando la guerra in Ucraina. Nadezhdin riuscì a raccogliere le 100mila firme necessarie, un requisito altissimo, ma la sua candidatura fu invalidata con motivazioni pretestuose. Pochi giorni fa è fuggito pure lui dalla Russia.

Anche le ragioni dell’esclusione di Yabloko sono risibili. È avvenuta dopo il ricorso di un semisconosciuto partito ultranazionalista (Rodina) che tra le altre cose contestava alla campagna violazioni del copyright su una canzone per bambini di epoca sovietica e su una foto di Hiroshima scattata dall’esercito statunitense al termine della Seconda guerra mondiale. Alla fine la Corte ha sostenuto che Yabloko abbia ricevuto finanziamenti dall’estero, uno dei pretesti più comuni usati dal regime per squalificare gli oppositori.

Vladimir Putin durante un discorso a Ulan-Ude, in Siberia, il 10 agosto

Vladimir Putin durante un discorso a Ulan-Ude, in Siberia, il 10 agosto (Contributor/Getty Images)

Temendo provvedimenti i dirigenti di Yabloko erano stati piuttosto accorti fin dall’inizio, ma non è bastato. Il programma elettorale è stringato: parla di pace e libertà senza citare esplicitamente l’Ucraina, ma con riferimenti a un cessate il fuoco, alla diplomazia e alla pace. In passato Yabloko si era rifiutato di presentare candidati nelle regioni ucraine annesse illegalmente dalla Russia, per non aderire all’imperialismo di Putin. Il leader Rybakov ha risposto alle accuse ricordando che Putin per primo parla di pace, senza volerla davvero.

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Già prima dell’esclusione, i politici di Yabloko erano stati perseguitati e intimiditi: i vicepresidenti Maxim Kruglov e Lev Shlosberg sono stati arrestati, Kruglov a fine giugno è stato condannato a 7 anni di carcere per le critiche alla guerra. In altri casi, gli arresti servono ad aprire un’indagine e così impedire una candidatura: è successo al fisico Grej Boltačëv, che voleva presentarsi con Yabloko nella regione di Ekaterinburg. L’esclusione si porta dietro un altro pericolo: la legge consente di sciogliere i partiti che non partecipano alle elezioni da 7 anni, e Yabloko non lo fa dal 2021.

Il caso di Yabloko, prima ammesso poi cancellato, fa capire quanto il regime non voglia rischiare che i risultati delle elezioni possano incrinare la sua narrazione, secondo cui il sostegno alla guerra è monolitico. In realtà la popolazione sta avvertendo le conseguenze della guerra, sia sul piano economico sia per gli attacchi ucraini che stanno causando carenze di carburante in tutto il paese. Peraltro ci sono grossi timori che, subito dopo le elezioni, Putin ordini una nuova mobilitazione per cercare di ridare slancio all’offensiva in Ucraina.