Cosa non torna nella confessione di Valter Lavitola

Secondo la giudice per le indagini preliminari ha cercato di ridimensionare il proprio ruolo nell'attentato a Sigfrido Ranucci

Valter Lavitola a Roma qualche giorno prima del suo arresto (Cecilia Fabiano/ LaPresse)
Valter Lavitola a Roma qualche giorno prima del suo arresto (Cecilia Fabiano/ LaPresse)
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La giudice per le indagini preliminari Iole Moricca ha respinto la richiesta di sostituire la custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari fatta dall’avvocato di Valter Lavitola, l’imprenditore arrestato per aver organizzato l’attentato di ottobre del 2025 contro il giornalista Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione di Rai 3 Report. Nell’ordinanza la magistrata ha motivato la sua decisione spiegando tra le altre cose che ci sono cose che non tornano nella confessione con cui Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell’attentato. In diversi passaggi la giudice ha definito le sue dichiarazioni «inverosimili», «fumose» e «assolutamente generiche».

Durante l’interrogatorio di garanzia, cioè quello che viene fatto quando a una persona viene applicata una misura cautelare (in questo caso la carcerazione preventiva), Lavitola aveva detto di aver organizzato l’attentato per far assegnare a Ranucci una scorta più consistente e quindi proteggerlo da eventuali vere aggressioni.

Aveva detto di aver chiesto a un dipendente del suo ristorante, Gomez Clesio Tavares, che agiva come una specie di suo “tuttofare”, di sparare alcuni colpi di pistola verso il muro della casa del conduttore, a Pomezia (vicino a Roma). Secondo la versione di Lavitola, sarebbe stato poi Tavares a scegliere di far esplodere un ordigno invece di sparare.

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La gip però reputa che con queste dichiarazioni Lavitola abbia solo cercato di ridimensionare il ruolo avuto nell’organizzazione dell’attentato, e ritiene inverosimile che Tavares, in qualità di fidato collaboratore di Lavitola, abbia agito in modo completamente autonomo.

Nell’interrogatorio Lavitola aveva anche detto di aver voluto fare qualcosa per potenziare la scorta di Ranucci dopo essere venuto a conoscenza di un progetto omicidiario dell’intelligence israeliana nei confronti del giornalista, secondo lui provocato da un servizio realizzato su Report. La giudice ritiene però questo movente fumoso, generico e senza nessun riscontro.

Entrerebbe anche in contraddizione con quanto detto ai magistrati da un giornalista di Report, Daniele Autieri, secondo cui Lavitola gli aveva suggerito di cercare i responsabili dell’attentato indagando proprio sulla pista dell’intelligence israeliana: cioè andando a cercare proprio quelli da cui, secondo la sua confessione, avrebbe voluto proteggere Ranucci.

La giudice, infine, ritiene che agli arresti domiciliari sarebbe stato concreto per Lavitola il pericolo di fuga, vista la sua fitta rete di contatti in Italia e all’estero (a giugno Lavitola aveva peraltro prenotato un viaggio per l’Etiopia, poi saltato perché gli era stato notificato un decreto di perquisizione). Secondo la giudice fuori dal carcere Lavitola avrebbe potuto anche comunicare più facilmente con Tavares, che dall’inizio delle indagini si trova in Camerun nonostante la gip abbia disposto l’arresto anche per lui, avviando una richiesta di estradizione.

Lavitola è stato un editore, un giornalista e un imprenditore con molti legami nella politica. In passato fu condannato due volte per tentata estorsione e patteggiò in processi per truffa e corruzione internazionale.