C’è sempre meno tregua tra un’ondata di calore e l’altra
Siamo nel picco della quarta, ma c'è un motivo se sembra che da fine maggio abbia sempre fatto caldissimo
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L’Italia, come una parte importante dell’Europa, è nel pieno di una quarta ondata di calore quest’anno, con temperature massime che in molte città si avvicinano da giorni ai 40 °C. Il bollettino sulle ondate di calore del ministero della Salute indica per oggi 27 città su 27 da “bollino rosso”, il livello di rischio più alto. I livelli di rischio più alti interessano ormai da settimane molte città italiane, con pochissime pause.
È un segnale non solo della maggiore frequenza delle ondate di calore, ma anche del minore numero di giorni in cui la situazione torna alla normalità con temperature più in linea con le medie stagionali.
Dalla fine di maggio sono state registrate quattro ondate di calore, con caratteristiche simili e pause sempre più brevi tra una e l’altra. La prima era avvenuta nell’ultima settimana di maggio e aveva interessato soprattutto il centro-nord e in particolare la Pianura padana. Diverse città avevano raggiunto i 35 °C, in un periodo dell’anno in cui le massime sono solitamente miti e in linea con la parte finale della primavera.
Dopo due settimane circa di pausa, il 17 giugno era iniziata la seconda ondata di calore, che aveva interessato gran parte del paese, con particolare intensità al Nord e sull’arco alpino. Era durata fino al 2 luglio circa portando temperature superficiali del Mediterraneo ben oltre i valori stagionali e lo zero termico sopra ai 4.500 metri, mettendo sotto forte stress buona parte dei ghiacciai alpini.
Il 7 luglio, meno di una settimana dopo la fine della seconda ondata, ne era già iniziata una terza più diffusa e che aveva interessato buona parte del paese, con picchi di calore nelle isole maggiori e in parte della Toscana. Nelle grandi città le minime erano costantemente sopra ai 25 °C con una scarsa escursione termica tra il giorno e la notte, mentre le massime avevano raggiunto spesso i 38-40 °C.
La terza ondata di calore era finita intorno al 22 luglio e circa una settimana dopo ne era iniziata una quarta, che ancora oggi sta portando alte temperature, afa e una scarsa escursione termica tra il giorno e la notte. Il picco è stato raggiunto ieri in molte città e lo zero termico è stato prossimo ai 5mila metri, quindi ben al di sopra anche dei ghiacciai alpini di alta quota.
Il grafico qui sotto riferito alla città di Milano, una delle più calde ormai da mesi, mostra gli effetti delle ondate di calore sulla temperatura media e soprattutto la breve durata delle pause tra un’ondata e l’altra. Anche nei periodi di pausa, le temperature sono rimaste comunque al di sopra delle medie stagionali.

(PointWX)
Le cause della maggiore frequenza delle ondate di calore sono numerose, ma tra le principali c’è la profonda modifica che sta subendo parte dei sistemi atmosferici a causa del riscaldamento globale, dovuto per lo più alle attività umane. Il principale protagonista è l’anticiclone africano, un’area di alta pressione che “schiaccia” l’aria verso il suolo e impedisce alle nuvole di formarsi (hanno bisogno che l’aria salga nell’atmosfera per condensarsi). Un tempo l’anticiclone africano rimaneva per lo più sul deserto del Sahara, dove ha origine, facendo qualche breve incursione verso il sud Europa, dove portava gran caldo per tre o quattro giorni prima di ritirarsi, spinto via dall’anticiclone delle Azzorre proveniente da ovest, dall’oceano Atlantico.
Oggi il clima è diverso: la fascia tropicale si è allargata verso nord e quindi l’anticiclone africano non fa solamente incursioni, ma si stabilizza per lungo tempo soprattutto sul Mediterraneo. Determina un accumulo di calore tale da impedire alle perturbazioni di aria fresca provenienti da ovest di rispingerlo verso sud. In presenza di quelle perturbazioni, il margine più a nord dell’anticiclone africano si deforma un poco, ma torna poi allo stato precedente ripristinando le condizioni di gran caldo e di assenza di piogge.
Questo meccanismo è inoltre legato al cambiamento nella corrente a getto, che possiamo immaginare come un “fiume d’aria” che scorre ad alta quota da ovest verso est e che si muove grazie alla differenza di temperatura tra l’Artico e l’Equatore. La zona dell’Artico si sta riscaldando molto più velocemente del resto del pianeta e si è quindi ridotto lo scarto di temperatura rispetto all’Equatore. Secondo numerosi studi, il rapido riscaldamento dell’Artico potrebbe contribuire a rendere la corrente a getto più ondulata e, in alcune situazioni, favorire configurazioni atmosferiche più persistenti. Il tema è ancora oggetto di ricerca, ma è una delle ipotesi considerate per spiegare la maggiore durata di alcuni blocchi anticiclonici.
Il sistema atmosferico è in un certo senso rallentato e queste condizioni rendono più probabili lunghi periodi di permanenza dell’anticiclone africano.
Gli intervalli tra un’ondata e l’altra si stanno accorciando anche perché il suolo e il mare non fanno in tempo a raffreddarsi a sufficienza, proprio per la grande quantità di calore che hanno ricevuto in giorni e giorni di gran caldo. Quando inizia un breve periodo più fresco, la temperatura dell’aria in superficie si riduce di qualche grado, ma il terreno rimane privo di umidità e non può più sfruttare l’evaporazione per raffreddarsi, mentre l’acqua del Mediterraneo ha una tale inerzia termica da rimanere calda a lungo.
Quando arriva una nuova ondata di calore, le condizioni del terreno e del mare sono quindi già anomale e si riduce il tempo necessario per raggiungere le nuove massime. Il fatto che la temperatura media globale continui ad aumentare e che il Mediterraneo sia tra i mari che si sono scaldati di più in assoluto favorisce ulteriormente la frequenza delle ondate di calore e la durata sempre più marginale dei periodi di tregua.



