Perché Baresi fu l’ultimo grande libero del calcio
L'ex difensore del Milan riuscì a interpretare un ruolo antico e a renderlo moderno, fino a farlo scomparire
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Su YouTube c’è un video che raccoglie le migliori azioni di Franco Baresi, ex difensore del Milan morto venerdì a 66 anni, in una partita del 1989 persa 1-0 contro il Real Madrid in Coppa dei Campioni, l’attuale Champions League. Lo si vede spesso posizionato dietro tutti i compagni, mentre si contende il pallone con gli avversari – in particolare con il messicano Hugo Sánchez –, rinvia la palla, imbastisce qualche bel passaggio e in certi momenti si lancia in avanti lui stesso con la palla al piede. A un certo punto il telecronista Bruno Pizzul lo definisce “libero”: è una parola che oggi non si sente più in una telecronaca, dato che si riferisce a un ruolo che ha smesso di esistere.
Baresi è stato uno dei più forti difensori della storia del calcio e, per spiegare la sua eccezionalità nella storia del calcio italiano e mondiale, è stato quasi sempre descritto come “l’ultimo grande libero”. Perché faceva tutte le cose descritte sopra, e molte altre, come pochissimi altri, quasi nessuno.
Il libero era un difensore appunto libero di non marcare direttamente nessun avversario: interveniva in caso di necessità, per esempio spazzando via il pallone, e guidava la difesa. Questo ruolo nacque in Svizzera negli anni Trenta, e fu importato in Italia alla fine degli anni Quaranta. Era un’epoca in cui ogni difensore seguiva un avversario preciso (nella cosiddetta “difesa a uomo”) e si usava molto il “catenaccio” (cioè una difesa bassa e prudente), per cui serviva un calciatore libero dietro tutti gli altri, sempre pronto a intervenire.
Alla fine degli anni Settanta, quando Baresi esordì tra i professionisti, il libero era diventato un ruolo ancora più completo (e complicato). Difensori eccezionali come il tedesco Franz Beckenbauer – a cui lo stesso Baresi sarebbe stato più volte paragonato – iniziarono anche a partecipare alle azioni d’attacco, senza calciar via il pallone e basta. Insomma, il libero era un ruolo tutt’altro che semplice da interpretare nella sua chiave moderna: uno doveva saper recuperare il pallone, spesso con la pressione di essere l’ultimo difensore tra il proprio avversario e la porta, e poi avere la giusta visione di gioco, il giusto guizzo e una buona base tecnica per far ripartire i compagni.
Ecco, Baresi sapeva fare tutte queste cose molto bene. Giocava in modo sì intelligente, ma anche – come scriveva Gianni Brera – con «uno stile unico, prepotente, imperioso, talora spietato», ben diverso da quello elegante dell’altro grande libero della sua epoca, Gaetano Scirea, morto nel 1989 in un incidente d’auto.
In difesa Baresi dava l’impressione di essere insuperabile. Al di là delle sue durissime scivolate e della sua strapotenza fisica (comunque impressionanti, per uno alto un metro e 76), Baresi aveva la capacità di dominare il gioco prima di tutto dal punto di vista posizionale e mentale: sapeva cioè quasi sempre in quale punto del campo mettersi per anticipare al meglio gli avversari.
La sua “lettura degli spazi”, come si dice in gergo calcistico, impressionò anche il regista Werner Herzog, che ne diede una bella descrizione:
Baresi era il migliore quando non aveva la palla, perché riusciva a leggere il gioco, riusciva a capire quello che sarebbe successo, e non c’è stato mai nessun altro giocatore come lui che abbia capito così bene fisicamente lo spazio come è capitato a lui, davvero sensazionale. Mi piacerebbe davvero, nel fare i miei film, essere uno che riesce a capire il cuore dell’uomo e spazi come l’Amazzonia nello stesso modo in cui Baresi ha capito il gioco.
Questa analisi della sua partita contro il San Paolo è particolarmente azzeccata
Ma il gesto per cui è più ricordato Baresi, il suo braccio alzato, è anche quello che più di tutti spiega la fine del ruolo del libero nel calcio, quello che lui stesso aveva interpretato così bene.

Franco Baresi con il braccio alzato per segnalare un fuorigioco durante un’azione d’attacco della Cecoslovacchia ai Mondiali del 1990 (Sven Simon Sport/United Archives via Getty Images)
Con quel gesto i guardalinee indicano all’arbitro un fuorigioco, quel fallo che un calciatore compie quando si trova oltre il penultimo giocatore avversario nel momento in cui un compagno gli passa la palla. Baresi invece alzava il braccio verso gli stessi guardalinee ogni volta che la sua squadra tentava di mettere in atto la cosiddetta “trappola del fuorigioco”, per avvisarli se non proprio per influenzarli.
Nella trappola del fuorigioco i difensori avanzano insieme e improvvisamente verso la metà campo, lasciando l’attaccante avversario oltre la linea difensiva al momento del passaggio e mandandolo così in fuorigioco. Il Milan iniziò a usare questa tattica dalla fine degli anni Ottanta, quando cominciò a essere allenato da Arrigo Sacchi, colui che spesso viene considerato responsabile della fine del ruolo del libero.
Sacchi, infatti, fu il promotore di un calcio diverso per l’epoca, che avrebbe influenzato tantissimo i decenni a venire; un calcio cioè offensivo, aggressivo e organizzato, basato sul controllo degli spazi e sulla difesa a zona. Tutti i giocatori dovevano partecipare sia alla fase offensiva sia a quella difensiva, muovendosi come un blocco compatto e molto stretto. In un sistema del genere così controllato, il libero non aveva più posto.
Baresi fu così schierato sulla stessa linea degli altri difensori e fu ancora più coinvolto nella costruzione del gioco: fu una scelta che, per paradosso, valorizzò maggiormente le sue capacità tecniche, di lettura degli spazi e di leadership, al punto che con Sacchi (prima al Milan, e poi in Nazionale) Baresi giocò le stagioni migliori della sua carriera.
In quegli anni Baresi era un tale punto di riferimento per il Milan, in campo, che il giornalista tifoso Carlo Pellegatti – noto per la sua enfasi – lo soprannominò “Mahatma”, cioè “grande anima”, titolo onorifico con cui era chiamato Gandhi. Ma lo chiamava anche “il Totem rossonero”, “l’immensità che diventa regola”, “la panacea di ogni male” e “la baia dove le angosce dei tifosi del Milan si placano”, per capirci.
In un altro, più celebre Milan-Real Madrid del 1989 il Milan mandò parecchie volte gli avversari in fuorigioco: lo vedete Baresi che alza il braccio?
Anche nel Milan di Sacchi, però, in un certo senso Baresi continuò a giocare da libero. Il suo carisma e la sua esplosività gli permettevano infatti di fare scelte apparentemente controintuitive e rischiose, ma sempre efficaci. Su Ultimo Uomo Gian Marco Porcellini ha notato, per esempio, che a volte Baresi lasciava la sua posizione per andare subito contro l’avversario che aveva il pallone; ma lo faceva con una tale rapidità e una tale tecnica da recuperare quasi sempre la palla.

Baresi durante un Milan-Juventus del 1984
La cosa però più impressionante della carriera di Baresi fu che riuscì a mantenere questo livello così alto per quasi vent’anni. In questo senso furono abbastanza esemplari i Mondiali del 1994, negli Stati Uniti.
Nella seconda partita del girone, contro la Norvegia, Baresi si infortunò gravemente al menisco del ginocchio destro. Si pensava che non avrebbe più potuto giocare in quel Mondiale, anche perché aveva 34 anni, che in quegli anni voleva dire essere davvero a fine carriera. Appena 25 giorni dopo, però, Baresi rimase in campo tutti e 120 i minuti nella finale contro il Brasile e giocò «una partita straordinaria» contro alcuni degli attaccanti più forti del mondo. Ma dopo i supplementari ci furono i tiri di rigore, e Baresi sbagliò il suo. Alla fine, vinse il Brasile.
Questa straordinaria continuità permise a Baresi di giocare per 13 stagioni, dal 1985 al 1997, insieme a Paolo Maldini, contribuendo a renderlo a sua volta un altro fortissimo difensore. Lo stesso Maldini lo ha riconosciuto, ricordando la morte del suo vecchio compagno di squadra, e la grande sicurezza che dava quand’era in campo.



