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  • Giovedì 30 luglio 2026

Cosa non fare se la corrente ti trascina al largo

Nuotare dritti verso la riva può servire a poco, racconta Tristan Gooley per esperienza, in "Leggere l'acqua"

(Getty Images)
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Quando siamo al mare abbiamo spesso l’impressione che tutta l’acqua si muova verso la spiaggia. In realtà va anche nella direzione opposta, naturalmente: arriva con le onde e poi torna indietro. Ma qualche volta accade che l’acqua che scorre in profondità trovi un’apertura tra i banchi di sabbia e defluisca in quel punto, formando una corrente particolarmente insidiosa. Si chiama “corrente di ritorno” e può viaggiare fino a due metri al secondo: più veloce di quanto nuotiamo in mare.

È uno dei fenomeni che Tristan Gooley racconta in Leggere l’acqua, l’ultimo libro pubblicato da Altrecose. Nel capitolo dedicato alle spiagge spiega come fondali, banchi di sabbia e onde contribuiscano a formare le correnti di ritorno, spesso confuse con le maree e difficili da riconoscere perché tendono a formarsi dove il mare sembra più tranquillo.

Gooley lo sapeva già quando nel 1998, in vacanza a Bali, nel cercare di soccorrere un bagnante, si trovò dentro una di quelle correnti. Il problema fu convincersi a fare la cosa giusta, che – spoiler – quasi mai è nuotare dritti verso la riva.

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La prossima volta che camminerete sulla spiaggia provate a notare come anche la sabbia cambi, diventando più grossa man mano che aumenta la profondità. C’è infatti un punto, chiamato “gradino”, dove la battigia si appiattisce prima che cominci il truogolo, e lì si depositano anche sedimenti più grezzi.

Mentre l’acqua torna al mare per la forza di gravità, viene trattenuta dalla barra, e ciò significa che l’acqua nel truogolo fatica sempre a tornare indietro verso il mare aperto e la libertà. A volte questo fa sì che fluisca parallela alla spiaggia: sono sicuro che avrete presente queste spiagge in cui dovete nuotare costantemente nella stessa direzione per non essere trascinati lateralmente. È un’esperienza molto comune, perché il truogolo è un punto perfetto per fare il bagno, abbastanza vicino a riva da proteggerci dalle onde ma sufficientemente profondo per una bella nuotata.

Ogni tanto l’acqua del truogolo tenta la fuga e provoca un’apertura nella barra. Immaginate tutta quell’acqua improvvisamente libera di scappare e avrete già indovinato quale sarà la conseguenza: una corrente di ritorno.

Nel 1998 ero in vacanza a Bali, in Indonesia, con la mia ragazza, poi diventata mia moglie. Ci eravamo divertiti a nuotare fra le onde e a prendere il sole su una spiaggia vicino Kuta. Stavo per uscire dall’acqua e raggiungere Sophie a riva quando sentii un rumore innaturale. Mi girai e vidi che qualcuno dalla spiaggia stava gridando e indicando una persona nell’acqua, visibilmente in pericolo, che agitava le braccia con un’espressione terrorizzata sul volto. Scrutai la spiaggia alla ricerca di un bagnino, un salvagente o qualcosa di simile, ma non vidi nulla nelle vicinanze. A quell’epoca ero piuttosto in forma e nuotavo bene, quindi pensai che dovevo fare qualcosa. Tornai indietro e mi misi a nuotare in direzione dell’uomo in pericolo. Durante le prime dieci bracciate mi passarono per la mente centinaia di pensieri e nuotai velocemente per contrastare le onde in arrivo.

Sapevo che cercare aiuto sarebbe stato molto più saggio e conoscevo bene i rischi che corre chi tenta di salvare una persona che sta affogando (la psicologia che sta dietro a tutto ciò è bizzarra e terrificante). A volte, infatti, capita che chi si dimena in acqua affoghi per sbaglio il suo stesso salvatore nel disperato tentativo di sopravvivere; ecco perché molti strumenti di salvataggio sono attaccati a lunghe corde. Pur consapevole dei rischi, non riuscii a frenare il mio desiderio di aiutare. Nuotai più velocemente e mi buttai sotto l’acqua prima che due grandi onde mi sommergessero, poi riaffiorai e sentii un altro suono spaventoso ma stranamente familiare. Mi fermai e mi guardai attorno.

Quel suono era Sophie che mi urlava a pieni polmoni di tornare a riva: ricordo di aver pensato che era più lontana di quanto immaginassi. Guardai nella direzione opposta, verso l’uomo che avrei dovuto salvare, e mi resi conto che ero ancora più distante nonostante avessi nuotato così tanto e lui non si stesse muovendo. Improvvisamente mi venne l’illuminazione (meglio tardi che mai): ci trovavamo intrappolati in una corrente di ritorno. Combattendo l’istinto di farmi prendere dal panico mi girai e nuotai più veloce che potei per tornare a riva. Ecco dove la psiche ci gioca brutti scherzi. La mia parte razionale mi diceva in maniera calma: «Non nuotare direttamente verso la riva, sei nel bel mezzo di una corrente di ritorno, non la eviterai, devi nuotare parallelamente alla costa fino a che l’avrai superata e poi potrai dirigerti verso la riva». Ma la parte emotiva del cervello mi urlava: «Stai per affogare! Guarda, davanti a te c’è una bella spiaggia. Nuota verso di là, stupido!»

Essendo sopravvissuto vi aspetterete che racconti di come ascoltai la voce della ragione, ma non andò così, e questo aneddoto non avrebbe senso se non vi raccontassi la verità. Ciò che accadde veramente fu che quella seconda voce continuò a urlare nella mia testa e dovetti trovare un surreale compromesso. Da una parte non riuscivo a nuotare parallelamente, anche se quel poco di razionalità che mi rimaneva mi diceva di farlo; ero nel panico e volevo solo tornare a terra. Dall’altra, capivo che nuotare dritto verso riva sarebbe stato controproducente e pericolosamente stancante, così iniziai a nuotare in diagonale. Mi divincolai fra le onde, ben lontano da dove mi ero tuffato, esausto e agonizzante, e alla fine collassai sulla spiaggia vicino a Sophie. Nei minuti successivi anche lei dovette trovare un compromesso tra il sollievo che fossi sopravvissuto e la rabbia nei miei confronti per essere stato così incredibilmente stupido.

Passarono pochi minuti prima che un uomo si accovacciasse vicino a me e dicesse con tono sommesso: «Grazie per averci provato, ma non lo faccia mai più o morirà. In questo periodo dell’anno muoiono sempre molte persone». Guardò verso il mare.
«L’altro signore ce l’ha fatta?» chiesi.
«Ho visto che dei surfisti gli si sono avvicinati, quindi… probabilmente sì».
Ho tentato di scoprirlo a lungo, ma non ho mai saputo che cosa gli sia successo.

Le correnti di ritorno sono molto temute e spesso poco conosciute. Vengono chiamate impropriamente anche “maree di ritorno”, ma non sono un fenomeno legato alle maree, e questo è solo l’inizio di una lunga serie di fraintendimenti che sembrano creare. La fisica parla chiaro: queste correnti si formano quando un’ampia zona d’acqua sulla spiaggia viene spinta indietro per la forza di gravità ma trova un canale stretto attraverso cui fluire. L’acqua accelera ogni volta che attraversa un passaggio più stretto – come quando mettiamo il pollice sul rubinetto o sull’estremità di un tubo per innaffiare – e questo genera una forte corrente che si sposta verso il mare aperto. Queste correnti viaggiano anche a due metri al secondo, molto più velocemente di qualsiasi nuotatore.

Alcuni di questi canali sono permanenti, per esempio nelle aperture fra le barriere coralline, e per questo gli abitanti del luogo tendono a conoscere bene i punti in cui si formano. Ma altri passaggi sono temporanei, formati dallo spostamento dei banchi di sabbia, e prendono sempre alla sprovvista. Paradossalmente, poiché possono appiattire le onde, queste correnti attraggono i nuotatori che pensano di trovarsi in una zona di acqua calma in un mare altrimenti mosso.

Le correnti di ritorno sono difficili da individuare dalla riva, ed è ancor più faticoso localizzarle quando ci si trova in acqua. L’unica regola generale da tenere a mente è che quando l’acqua appare diversa allora si comporterà in maniera diversa. Per individuare una corrente pericolosa può essere utile cercare un piccolo canale d’acqua che sia più o meno agitata rispetto a quella su entrambi i suoi lati (questo dipenderà anche dalla direzione del vento); una linea d’acqua con più spuma che si muove verso il mare aperto; una notevole interruzione dei motivi che le onde disegnano lungo una linea particolare; qualsiasi altro comportamento anomalo lungo una linea perpendicolare alla riva. La maggior parte dei bagnanti non sarà in grado di individuare questi fenomeni, ma chi sa leggere l’acqua può ambire a fare di meglio. Qualsiasi cosa facciate, non seguite il mio esempio quando a Bali non solo non riconobbi la corrente di ritorno, ma mi tuffai per nuotarci in mezzo.

Sarebbe più facile pensare che tutti questi elementi siano permanenti, ma la spiaggia è in un costante stato di evoluzione. Elementi come barre, truogoli e berme vengono riscolpiti, distrutti e ricreati ogni anno. Ogni spiaggia subisce anche dei cambiamenti stagionali: le berme tendono a essere più alte e sottili durante l’inverno, e le barre in quel periodo sono più grandi perché con le forti onde invernali la sabbia delle berme si sposta su di loro.

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Leggere l’acqua è tradotto in italiano da Sara Barbera e Sharon L. Wood, con illustrazioni di Neil Gower, ed è il secondo libro di Tristan Gooley pubblicato da Altrecose, il progetto editoriale creato del Post e Iperborea dedicato a libri che spiegano le cose del mondo. Il suo primo era Leggere gli alberi, finora il libro più venduto da Altrecose. Puoi acquistare Leggere l’acqua in libreria o sul sito del Post, con consegna gratuita.