Walt Disney si giocò tutto con “Biancaneve e i sette nani”
La sua tormentata e azzardata produzione è una delle storie raccontate da Gabriele Niola nel libro “Fare film è un inferno”

Prima di Biancaneve e i sette nani, nessuno aveva tentato di fare un lungometraggio animato. La Disney dei fratelli Walt e Roy era solo uno dei tanti studi di animazione degli Stati Uniti, e nemmeno il più vecchio. Il settore non era uno in cui si facessero grandi affari. Immaginare di fare un film con una trama complessa, esseri umani animati in modo realistico e una storia per bambini ma buona anche per gli adulti, che facesse ridere e piangere, era non solo ardito dal punto di vista creativo ma anche da quello imprenditoriale. Ma per smettere di vivacchiare con i corti, Disney doveva fare una grande scommessa. Quella di Biancaneve e i sette nani è una delle storie raccontate nel libro Fare film è un inferno, scritto da Gabriele Niola, critico e giornalista di cinema del Post, pubblicato da UTET.
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Come si capisce, quest’operazione così rischiosa, piena di cose nuove e di incognite, così costosa e difficile, stava mandando Walt al manicomio. Lavorava senza pause ed ebbe due esaurimenti nervosi in due anni. La situazione era così seria che il fratello a un certo punto lo convinse a fermarsi e prendersi una vacanza di undici settimane, cioè quasi tre mesi! Una follia, visti i problemi e i ritardi, ma era anche chiaro che il film stava iniziando a risentire delle tensioni e dello stress accumulato.
Andarono pure in vacanza insieme, a visitare l’Europa con le mogli. Un viaggio di svago, quindi, ma casualmente in Europa e casualmente proprio in giro per castelli. Fu una vacanza cruciale: non solo Walt vide castelli che avrebbe usato per quello della regina (in particolare l’Alcázar di Segovia, ispirazione ufficiale), ma entrò in contatto con stili di pittura che sarebbero stati usati in seguito come ispirazione per gli sfondi. Insomma utile, anche se non il massimo dal punto di vista del budget.
Tornati negli Stati Uniti Roy, il fratello che gestiva le finanze, diede a Walt, il fratello che le sperperava, la brutta notizia: non c’erano soldi per finire il film. A fare saltare il budget era stata l’indecisione continua di Walt. Aveva fatto lavorare una squadra per otto mesi su una scena in cui i nani mangiano la zuppa che poi era stata tagliata; e pure un’altra sequenza, in cui costruiscono un letto per Biancaneve, era stata tagliata dopo tanto lavoro. Walt ordinava continuamente di rifare perché era spesso insoddisfatto del risultato. Roy gli spiegò che servivano altri 250.000 dollari (mentiva, ne sarebbero serviti molti di più). Ma era troppo tardi per tornare indietro: avevano investito due anni di lavoro che non potevano essere buttati, sarebbe stata la fine. Per trovarli Disney ragionò come un esordiente. Prese tutto quello che aveva di pronto, cioè i pezzi di film ultimato, un proiettore e un telone, e andò con il fratello da Joe Rosenberg, direttore della Bank of America di Los Angeles.
Rosenberg è stato il primo, privilegiato spettatore di Biancaneve e i sette nani, o almeno di alcuni pezzi del film proiettati alla buona nel suo ufficio. Nonostante non fosse un uomo di cinema, e nonostante la Disney avesse già sfiorato la bancarotta due volte, rimanendo mesi senza poter pagare gli stipendi, Rosenberg fu così sconvolto da quel che vide e dal fatto che fosse una storia grande, lunga come un film, che concesse il prestito senza discussioni. Altri 650.000 dollari. Ossigeno. Si è fatto il 1937 intanto: sono passati quattro estenuanti anni dall’ideazione del progetto “primo lungometraggio animato”, quindi è comprensibile che la RKO, cioè la società con cui Disney aveva un accordo per la distribuzione, premesse per andare in sala. Avevano anche già il periodo di uscita: Natale. E intendevano: Natale di quell’anno.
Può sembrare la classica storia di ottusità. La RKO era in effetti una casa molto grande con molte uscite da portare avanti contemporaneamente. Forse non aveva capito neanche benissimo il punto del cartone, basti dire che volevano cambiare il titolo in Biancaneve, e basta, levando i sette nani. Tuttavia, sulla data di uscita avevano ragione: non c’era altro periodo in cui un film così poteva massimizzare gli incassi. Quindi se Biancaneve e i sette nani non fosse uscito a Natale del 1937 sarebbe stato meglio aspettare il Natale del 1938. Le casse della Disney non potevano permettersi un altro anno senza ritorni, e anche la pazienza della Bank of America aveva un limite. Furono quindi indetti turni di lavoro di quindici ore al giorno per finire il cartone animato.
A settembre, a meno di quattro mesi dall’uscita, Walt Disney ancora approvava sfondi da usare, e a novembre il film fu finalmente chiuso. Arrivarono così a ridosso che il trailer fu distribuito solo dieci giorni prima della première, e dopo pochi giorni dovettero ritirare tutte le copie in circolazione perché c’era un errore di cui non si erano accorti: un paio di fotogrammi nel punto sbagliato facevano sembrare che il principe, chinandosi per il bacio, si rialzasse e poi riabbassasse.
Il trailer urlava: «L’avventura più audace nell’intrattenimento cinematografico dalla nascita del cinema». Era vero per la storia, ma era vero anche per la lavorazione del film.
Quando Biancaneve e i sette nani uscì in sala la Disney aveva debiti giganteschi con le banche, e se la scommessa del primo lungometraggio non avesse pagato la società avrebbe certamente chiuso per fallimento.
I concorrenti fratelli Fleischer seguivano da vicino l’evolversi degli incassi, in tensione anche loro: si sarebbero dovuti adeguare, uguagliando Disney in follia o sarebbero rimasti gli unici sul mercato? Alla première del film, sul tappeto rosso, Disney è così nervoso che, intervistato dalla radio, non riesce a ricordare i nomi di tutti e sette i nani. Come farebbe chiunque. La première è una proiezione celebrativa, a inviti, piena di persone famose. Non è uno spettacolo vero, è più una festa di lancio. Per questa ragione non è possibile che una première vada male, anche se il film è brutto tutti si complimentano con gli autori. Ma da Biancaneve e i sette nani escono tutti rapiti. Estasiati. Non sono i complimenti di circostanza e cortesia, è che nessuno aveva mai visto una cosa del genere (tranne Joe Rosenberg della Bank of America). Hanno effettivamente assistito al futuro. Piangono, ridono, applaudono e tutto finisce con una standing ovation.
È difficile immaginare oggi che traguardo fosse e che novità! Un film animato, una fiaba modernizzata, personaggi raccontati con pochi tratti, umani animati con minuzia di movimenti e quella che all’epoca era eccezionale espressività, una storia romantica e tenera, per bambini e adulti, commovente e divertente. Come vedere il più grande dei film Pixar senza che prima ci sia stato mai niente di simile. Biancaneve e i sette nani fu eletto film dell’anno dai critici e l’Academy consegnò a Walt Disney un Oscar speciale con sette Oscar più piccoli. La colonna sonora fu pubblicata in vinile e in totale incassò 8 milioni di dollari, più di sei volte il suo costo. Il maggiore incasso di sempre in quel momento, record che sarebbe durato due anni, cioè fino all’arrivo di Via col vento.
Era un traguardo di Walt Disney principalmente, un traguardo da produttore, che era ciò che poi Disney sarebbe diventato a tutti gli effetti: un produttore di storie animate e non. Certo, era anche la mente creativa, ma questa figura ibrida all’epoca era inusuale e non sempre compresa.
Gli animatori che avevano lavorato al film, infatti, non vedevano di buon occhio la maniera in cui Walt Disney era esposto. Gli sembrava che si stesse prendendo tutto il merito senza lasciarlo a loro. Per questo, nella sua prima distribuzione, Biancaneve e i sette nani fu preceduto da un piccolo segmento in cui Walt Disney, rivolgendosi al pubblico, ringraziava il suo staff di animatori, «senza i quali tutto questo non sarebbe stato possibile».
Il cinema era una pratica industriale e il concetto moderno di “autore”, cioè la singola mente creativa e intellettuale responsabile di tutte le decisioni e della visione che guida la realizzazione di un film, non esisteva. Sarebbe arrivato almeno quindici anni dopo. Walt Disney era un autore a tutti gli effetti, anche se di quel film non aveva firmato né la sceneggiatura né la regia, ma lo era in un’epoca in cui quel concetto non esisteva e per questo era tenuto a chiedere scusa pubblicamente per il suo protagonismo, prima di ogni proiezione del suo più grande trionfo.

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