Come si orientavano i navigatori del Pacifico senza bussole?
Lo racconta Tristan Gooley in “Leggere l’acqua”, il nuovo libro di Altrecose che esce oggi in libreria

Quando il vento soffia su uno stagno, le increspature che si formano intorno a un masso al centro dell’acqua disegnano motivi diversi. In piccolo, sono gli stessi fenomeni che per secoli hanno permesso ai navigatori delle isole del Pacifico di trovare minuscole terre disperse nell’oceano senza mappe, bussole o strumenti moderni di navigazione. Oltre a osservare il sole e il cielo, sapevano interpretare i segnali lasciati dall’acqua: le correnti, i riflessi delle onde, o il modo in cui queste cambiavano direzione dietro un’isola, creando quella che chiamavano “l’ombra del mare lungo”. Questa conoscenza, che può sembrare straordinaria, nasce da fenomeni che si possono osservare quasi ovunque: lungo un fiume, in una pozzanghera dopo la pioggia, o nel mare davanti a un porto.
È l’idea da cui parte Leggere l’acqua, il nuovo libro di Tristan Gooley che esce oggi in libreria ed è disponibile anche sul sito del Post, con spedizione gratuita. Come in Leggere gli alberi – il libro fino a oggi più venduto tra quelli pubblicati in due anni e mezzo da Altrecose – anche qui Gooley parte da osservazioni apparentemente piccole e familiari per offrire spiegazioni più ampie, mostrando quante cose si possano imparare dall’acqua che incontriamo tutti i giorni.
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Nel 1773 il capitano Cook era in massima allerta mentre navigava vicino a una zona piuttosto infida del Pacifico, l’arcipelago delle Tuamotu, molto temuto dai marinai che avevano visto fin troppe navi frantumarsi sugli scogli. Cook non riusciva a scorgere né le isole né le scogliere disseminate lì intorno, ma sapeva benissimo che c’erano, perché le avvertiva; no, il capitano non aveva un sesto senso, ma essendo in sintonia con il comportamento dell’acqua aveva notato che l’onda lunga che avrebbe dovuto scorrere da sud a nord, quella che di norma si identificava facilmente, era decisamente assente. Per Cook non fu difficile dedurre che l’arcipelago doveva trovarsi a sud e fargli da scudo contro le onde. Come il capitano sapeva bene, il mare era calmo perché la nave si trovava, come dire, “all’ombra” del mare lungo. Non appena sentì tornare le onde, Cook poté rilassarsi un po’: aveva capito che il pericolo era ormai alle spalle.
Mentre guardavo il masso più grande nello stagno, avevo notato che le increspature vi arrivavano a gruppi quando il vento soffiava sull’acqua. Appena sottovento rispetto al masso, però, c’era una zona di acqua calma, l’unica in mezzo allo stagno. Era “l’ombra delle increspature”, una zona al riparo dal vento che mi aveva fatto venire in mente l’ombra del mare lungo del capitano Cook.
Pur essendo un navigatore straordinario, Cook aveva una conoscenza solo elementare della lettura dell’acqua e ignorava le tecniche più avanzate che già all’epoca erano ben note nel Pacifico. Oggi, invece, ognuno di noi ha la possibilità di comprendere questi segni complessi grazie alle ricerche scientifiche dell’ultimo secolo, più di quanto sarebbe mai stato possibile per il capitano. E nello stagno davanti a me vedevo alcuni di questi disegni bellissimi per la prima volta, con il risultato che arrivai all’appuntamento con un ritardo notevole, ma felicissimo. Dopo quella prima volta, ho cominciato a fare attenzione ai disegni che si formano sulla superficie dell’acqua: negli stagni, nei laghi, nei fiumi e nei mari, sia vicino sia lontano da casa. Sono segni visibili a tutti, basta volerli cercare.
C’erano cinque disegni chiari e distinti intorno a uno dei massi. Innanzitutto c’era “l’acqua aperta”, diciamo il corpo principale dello stagno, dove il vento faceva increspare la superficie in modo regolare e ordinato. Poi, dal lato del masso dove le increspature non potevano arrivare e l’acqua era calma, c’era “l’ombra delle increspature”. Ma potevo vedere anche altri tre disegni interessanti. Nel momento in cui le increspature urtavano contro il masso, infatti, parte dell’energia rimbalzava, come fosse un’eco. Di conseguenza, dal lato del masso da cui arrivavano le increspature – il lato opposto all’“ombra delle increspature” –, sulla superficie dell’acqua erano presenti sia le ondulazioni prodotte dall’urto contro la roccia sia quelle create dal vento; in questo punto l’acqua appariva diversa da tutto il resto dello stagno. Guardando ai due lati del masso, poi, notai che c’erano due sezioni di acqua molto simili tra loro e al tempo stesso molto diverse da tutto il resto. E poi c’era una linea dove le ondulazioni di senso opposto si rincontravano dall’altra parte del sasso, intrecciandosi e dando vita a un nuovo motivo.
A un tratto mi resi conto che stavo guardando una “mappa di increspature” e che i disegni creati dipendevano dalla posizione del masso, in perfetto accordo con le leggi della fisica. Questa mappa corrispondeva alle mappe del mare lungo usate nel corso dei secoli dai navigatori delle isole del Pacifico per trovare l’isola di destinazione: una conoscenza essenziale quando si cerca un puntino piccolissimo in mezzo all’oceano. Il masso nello stagno si era trasformato davanti ai miei occhi in un’isola del Pacifico.

A questo punto vale la pena parlare della differenza fra increspature, onde e mare lungo. In tutti e tre i casi si tratta di onde prodotte dal vento che soffia sull’acqua. Le increspature sono create in modo quasi istantaneo e scemano altrettanto velocemente quando cala il vento; possiamo produrre piccole increspature soffiando dentro una tazza di tè, per esempio. Per creare delle onde, invece, ci dev’essere un vento che spazza una superficie più grande. Le onde non calano subito quando cala il vento, ma si fermano dopo qualche ora. “Mare lungo” è invece il nome dato alle onde che hanno energia sufficiente per viaggiare oltre la zona del vento. Avremo modo di vedere da vicino questi diversi tipi di onda in un altro capitolo, ma per il momento possiamo pensare alle increspature in uno stagno come alle onde dell’oceano.
Mentre guardavo la superficie dello stagno, sempre più in ritardo per un impegno forse più importante ma senz’altro meno interessante, immaginavo di essere una delle piccole foglie secche che ondeggiavano sulle increspature. La traiettoria cambiava quando la foglia, spinta dal vento, passava intorno al masso. Se fossi stato una formica sopra quella foglia, avrei potuto intuire la mia posizione rispetto all’isola di pietra. I navigatori del Pacifico chiamano quest’arte meaify, cioè l’arte di navigare leggendo il comportamento dell’acqua. A volte è più facile percepire il movimento con gli occhi chiusi, e infatti alcuni navigatori, come sappiamo, si sdraiavano nelle loro imbarcazioni e chiudevano gli occhi.
Se conosciamo così bene il modo in cui gli abitanti delle isole del Pacifico leggono i disegni nell’acqua, lo dobbiamo alla curiosità del capitano Winkler della Marina militare tedesca che, con l’aiuto del suo interprete Joachim de Brum, il quale divenne in seguito un navigatore assai esperto, verso la fine del XIX secolo raccolse e preservò esempi straordinari di saggezza.
Le isole Marshall sono situate vicino all’Equatore e fanno parte del gruppo micronesiano. Essendo prive di montagne, non sono visibili ai marinai se non da molto vicino. In un mondo in cui la vita dipendeva dal viaggiare sul mare e trovare altre isole – un mondo però senza bussole, né mappe, né sestanti –, le condizioni erano perfette per far nascere una cultura dei segni dell’acqua ricca e raffinata.
Il capitano Winkler scoprì che gli abitanti delle isole Marshall consideravano l’acqua come un cartografo europeo avrebbe potuto considerare la terra: non tanto un’entità che si muoveva al minimo cambiamento del tempo, bensì un terreno con caratteristiche proprie riconoscibili. Ma, al di fuori del Pacifico, l’idea che valesse la pena rappresentare su una carta il carattere dell’oceano era ancora sconosciuta. Per secoli i marinai europei avevano attribuito grande importanza alla profondità del mare, e anche la natura del fondale marino era tenuta in considerazione, sia come aiuto alla navigazione sia nella scelta del punto in cui calare l’ancora. Al massimo, si erano spinti a notare come le condizioni dell’acqua cambiassero in prossimità della terraferma, dove il mare si faceva confuso e agitato. Ma a quel punto, in genere, anche la costa era ormai visibile, per cui quel tipo di osservazione veniva ritenuto inutile ai fini dell’orientamento durante la navigazione in mare aperto.
Gli abitanti delle isole Marshall, invece, assunsero la prospettiva opposta. Una volta a terra, la navigazione era finita: per loro la sfida era fra le isole, sul mare, e quindi impararono a leggere il mare a partire da tracce e indizi disseminati tutto intorno.
Avevano notato che i venti soffiano da certe direzioni in modo prevedibile: sono le direzioni dominanti del vento, e ciascun angolo della Terra ha le proprie. Nell’oceano questi venti producono grandi masse ondose che, quando urtano contro un’isola, provocano un effetto altrettanto prevedibile. Da ciascun lato dell’isola, infatti, l’acqua si comporta in modo indicativo: le onde che colpiscono l’isola frontalmente rimbalzano all’indietro per riunirsi col mare lungo in arrivo, quelle che le passano vicino vengono deviate e formano un motivo diverso ai due lati dell’isola, e infine dalla parte opposta c’è l’ombra del mare lungo.
L’aspetto geniale di queste conoscenze sta in due osservazioni semplici e tra loro connesse. La prima è che i venti sono stagionali, quindi le onde prodotte sono in gran parte prevedibili, come lo sono i motivi che si creano intorno alle isole. La seconda è che, osservando il comportamento dell’acqua e i disegni formati dalle onde, si capisce da che parte si trova la terraferma. Come un esploratore riesce a dedurre la direzione di un fiume osservando la pendenza di una collina, allo stesso modo gli abitanti delle isole del Pacifico riuscivano a dedurre la posizione dell’isola dalle oscillazioni della barca.
Queste conoscenze – e le loro implicazioni pratiche – sono diffuse in tutto il Pacifico. Certo, ogni isola ha i suoi disegni specifici da decifrare, conoscere e tramandare, ma gli aspetti in comune sono più numerosi delle differenze. La cosa non dovrebbe stupirci: i navigatori di diverse aree dell’oceano avevano le stesse necessità, dovevano affrontare situazioni sostanzialmente simili ed erano tutti privi delle moderne tecnologie di navigazione. La loro conoscenza dell’acqua si diffondeva da un’isola all’altra grazie agli intensi scambi culturali. Del resto, l’acqua ubbidisce alle stesse leggi intorno a qualunque isola, ovunque essa si trovi e quali che siano le sue dimensioni. Anche quando l’isola non è altro che un masso in uno stagno inglese.
Nelle isole Marshall il capitano Winkler trovò qualcosa di assolutamente unico nella storia dell’umanità. In nessun’altra parte del mondo, infatti, è mai stato rinvenuto un oggetto materiale capace di rappresentare altrettanto bene questa conoscenza profonda dell’acqua. I navigatori delle isole Marshall costruivano delle “cartine di bastoncini” usando le nervature centrali delle foglie di palma, legate con il sennit, un tipo di corda ottenuta dalle fibre essiccate, per creare una rappresentazione delle diverse configurazioni di mare lungo che i marinai avrebbero potuto incontrare in alto mare. Queste cartine di bastoncini non erano delle mappe nel senso occidentale della parola, non venivano mai portate a bordo né adoperate per raffigurare in modo preciso il mondo reale: avevano infatti una funzione didattica e venivano usate da un navigatore esperto per istruire un principiante.
Fu Winkler ad accendere l’interesse degli occidentali per i metodi del Pacifico, e dopo di lui lo studioso e marinaio David Lewis, nato in Inghilterra ma cresciuto in Nuova Zelanda. Negli anni Settanta del Novecento, Lewis visse per lunghi periodi con la popolazione delle isole Marshall, viaggiò per mare con loro, fece moltissime interviste e fu l’artefice della rinascita dell’interesse per questo campo.

La sapienza racchiusa nelle cartine di bastoncini non era completamente svanita, e Lewis andò in mare con gli ultimi navigatori rimasti nelle isole per preservarla. Si unì al locale tia borau, cioè “navigatore”, di nome Iotiebata Ata in un breve viaggio dall’isola di Tarawa fino al vicino atollo di Maiana. Si misero in mare su una canoa lunga nove metri, un’imbarcazione elegante e veloce che Iotiebata usava per le gare e per la caccia agli squali; avrebbero coperto appena una ventina di miglia nautiche, ma la distanza era irrilevante. Nel corso del viaggio Lewis osservò come Iotiebata sapesse indicare la loro posizione rispetto alle varie isole avendo quale unico riferimento il comportamento delle onde.
Quando Iotiebata mostrò a Lewis come l’acqua cambiasse aspetto nel momento in cui il mare lungo orientale veniva piegato dalle singole isole, la massa confusa del mare si trasformò sotto gli occhi di Lewis in una carta nautica. Iotiebata era capace perfino di indicare il punto in cui le onde più piccole cavalcavano quelle più grandi, sovrapponendo il loro disegno sul mare lungo più vasto e dominante. Interpretando le onde provvisorie fino al mare lungo sottostante e individuando il modo in cui il moto ondoso era stato condizionato dalle isole distanti, Iotiebata era in grado di percepire e tracciare la posizione delle terre invisibili.
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Leggere l’acqua, tradotto in italiano da Sara Barbera e Sharon L. Wood, con illustrazioni di Neil Gower, fa parte del progetto Altrecose, creato dal Post in collaborazione con Iperborea e dedicato a libri che raccontano e spiegano le cose del mondo. Puoi trovare tutti i libri pubblicati finora a questa pagina.



