Quella sensazione di quando guardiamo tutti la stessa cosa
Come Mondiali e "Odissea" ci hanno ricordato il piacere di condividere un'esperienza culturale con milioni di persone
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Nelle ultime settimane è successa una cosa che capita sempre più raramente: due prodotti culturali hanno monopolizzato le conversazioni di decine di milioni di persone di paesi, età, estrazione sociale e interessi diversi, sia sui social sia fuori. Uno è Odissea, il nuovo film di Christopher Nolan, e l’altro sono i Mondiali di calcio. Ne ha parlato praticamente chiunque, per organizzarsi su come e quando vederli, per commentarli, o anche solo per snobbarli. C’è stata persino una sovrapposizione: il primo weekend di programmazione del film è stato quello del 18 e del 19 luglio, i giorni in cui si sono tenute la finalina e la finale dei Mondiali.
È una cosa notevole oggi più che in passato, poiché negli ultimi anni l’offerta culturale è andata nella direzione opposta, cioè verso una frammentazione di qualsiasi offerta culturale, dalla musica al cinema e alla letteratura, e verso contenuti sempre più pensati per un pubblico profilato e segmentato, più o meno ampio, ma quasi mai globale e trasversale.
I Mondiali di calcio maschile sono storicamente l’evento sportivo più seguito al mondo e non è inaspettato che siano riusciti a interessare così tante persone anche questa volta. Quest’anno però i numeri sono stati particolarmente alti, probabilmente anche per il coinvolgimento degli Stati Uniti, dove si teneva parte delle partite e che hanno sempre una grande influenza nel monopolizzare il dibattito culturale sui media e sui social. Negli Stati Uniti la finale tra Spagna e Argentina è stata la partita di calcio più vista di sempre: ha avuto circa 63 milioni di telespettatori, di cui 39 milioni su Fox, che la dava in lingua inglese, e 24 milioni su Telemundo, che la dava in spagnolo.
In Italia l’hanno vista circa 13 milioni di persone, più di quelle dello spareggio perso dalla nazionale italiana contro la Bosnia a fine marzo, e più di quelle della finale del Festival di Sanremo, un altro evento che da alcuni anni in Italia ha la capacità di attrarre milioni di persone di età e interessi diversi, monopolizzando il dibattito. I dati complessivi di telespettatori nel mondo non sono ancora stati diffusi, ma sulla base di quelli parziali è plausibile che il precedente record di 1,42 miliardi della finale del 2022 sia stato superato.

Un gruppo di residenti palestinesi guarda una partita dei Mondiali proiettata in un campo nella Striscia di Gaza, a Nuseirat, il 27 giugno 2026 (Ramzi Abu Amer/Nexpher Images/ZUMA Press Wire)
Odissea ha incassato dopo appena due weekend di programmazione nelle sale circa 560 milioni di euro in tutto il mondo, più della metà dei quali fuori dagli Stati Uniti. È distribuito in 62 paesi, tra cui l’Italia, in cui in proporzione sta andando meglio che altrove, nonostante fine luglio non sia un periodo in cui molte persone vanno al cinema: ha venduto in 11 giorni 3,4 milioni di biglietti.
Ma al di là dei dati, anche nella percezione comune i Mondiali e Odissea sono apparsi come qualcosa di eccezionale. Che i Mondiali siano stati un evento unificante si è capito una volta che sono finiti, ha scritto Vox, notando con un certo rammarico come dopo settimane di tregua gli argomenti e i toni sui social e sui giornali siano tornati subito divisivi e faziosi come sempre.
L’interesse per Odissea è stato il risultato di un’attesa cominciata molto prima dell’uscita del film: con la pubblicazione delle prime immagini del set all’inizio del 2025 e le prime polemiche sulla fedeltà filologica dell’adattamento di Nolan ai testi omerici. Il coinvolgimento trasversale che è riuscito a ottenere è dovuto a una serie di fattori: è il film di un regista famosissimo e divisivo, ma è anche l’adattamento di una storia che tutti a grandi linee conoscono ed è un grande film di intrattenimento, con scene d’azione ed elementi horror, oltre a un cast pieno di facce famose.
Tutto questo ha avuto il risultato di portare su Odissea attenzioni estesissime persino riguardo ad aspetti che di solito appassionano solo i cinefili. La discussione sui vari formati delle proiezioni, per esempio, ha portato moltissime persone che non si sarebbero mai poste il problema di dove andare al cinema a informarsi su questioni molto tecniche, salvo poi decidere di ignorarle in molti casi.

La pubblicità di una proiezione di Odissea in formato IMAX al TCL Chinese Theatre a Hollywood, California, il 18 luglio 2026 (AaronP/Bauer-Griffin/GC Images)
A giudicare dai primi dati, Odissea alla fine potrebbe arrivare a eguagliare i migliori film di Nolan di sempre per incassi nel mondo: il terzo e il secondo film della sua trilogia di Batman, del 2012 e del 2008, vicini al miliardo di euro, e Oppenheimer, del 2023.
Non è raro che nel 2026 i record di incassi al cinema, o quelli di vendita di altri prodotti o eventi culturali, siano superati. Ma di solito i film che ci riescono sono sequel, prequel o remake – come i Batman di Nolan, appunto – o comunque prodotti ed eventi pensati per un pubblico di fan ben definito, magari fissato con un certo universo narrativo, un certo autore o un certo gruppo musicale. È un fenomeno noto a produttori, editori e distributori, che puntano sempre di più a soddisfare gusti che possono conoscere in anticipo. Odissea sfrutta con furbizia questo approccio, prendendo un testo studiato in molti paesi e raccontato da millenni, quindi largamente noto, ma al contempo molto lontano da quello che immaginiamo quando pensiamo a saghe, franchise e universi narrativi.
L’esperienza collettiva dei Mondiali e di Odissea, che fosse la visione dello spettacolo o anche solo il parlarne dopo, ha coinvolto generazioni diverse, ma probabilmente ha dato sensazioni più familiari alla parte del pubblico meno giovane. Perché è quella abituata a modalità di distribuzione dell’offerta culturale tipiche d’altri tempi, quando i prodotti erano limitati e la fruizione rigidamente vincolata alla programmazione televisiva.
«La cultura pop un tempo era un fenomeno di massa di routine, e anche quando faceva schifo dava a tutti qualcosa di cui parlare», ha scritto il giornalista statunitense Matthew Yglesias. Oggi, invece, la sensazione di partecipare a un evento visto e discusso da milioni di persone diverse tra loro in tutto il mondo è rarissima e per questo ha un forte impatto. È un evento così eccezionale che potrebbe persino avere ammorbidito alcuni giudizi sulla qualità della manifestazione o dell’opera.
Non dovrebbe suonare strano, secondo Yglesias, perché il valore di certi prodotti culturali non si misura soltanto sulla base di una qualità intrinseca, ma sulla capacità di generare esperienze condivise. Un ritorno alla cosiddetta «monocultura» – cioè un contesto dominato da un’offerta limitata e non personalizzabile, con molta selezione a monte – è impossibile e probabilmente nemmeno augurabile. Ma oggi come allora certi prodotti hanno valore perché generano esperienze che rendono le comunità più coese e avvicinano fisicamente le persone, anche più di tante iniziative pensate apposta per ridurre l’isolamento sociale.
– Leggi anche: La frammentazione della cultura è un bene o un male?



