Avremo abbastanza elettricità per tutti i data center?
In Italia se ne costruiscono e progettano sempre di più, con un impatto sulla rete elettrica, sul mix energetico e forse sui costi in bolletta
di Francesco Gaeta
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La costruzione di nuovi data center, cioè gli edifici che ospitano i server necessari a cloud, siti, app e sistemi di intelligenza artificiale, sta cominciando a pesare sul sistema elettrico italiano. Per capire perché basta guardare all’Irlanda, dove queste strutture assorbono ormai quasi un quarto dell’elettricità nazionale, o agli Stati Uniti, il paese che ne ospita di più al mondo: in Virginia la quota è intorno al 26 per cento e in altri cinque stati supera il 10 per cento.
È una prospettiva che riguarda anche l’Italia. I data center attivi sono già circa duecento e altri 83 sono stati annunciati per il periodo compreso tra il 2026 e il 2028. Hanno dimensioni sempre maggiori e consumano molta elettricità, perché i server e gli impianti necessari a raffreddarli devono funzionare ventiquattro ore su ventiquattro.
Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, nel 2025 la potenza installata dei data center italiani – cioè quella che i server e gli impianti di raffreddamento possono assorbire quando funzionano a pieno regime – è cresciuta del 19 per cento in un anno, arrivando a 609 megawatt. È come sommare la potenza dei contatori di circa 200mila case, dato che una casa ha in genere un contatore da 3 kilowatt. Ed è ancora poca cosa rispetto a quello che potrebbe arrivare.
La crescita potenziale infatti è molto più grande, stando alle richieste presentate a Terna, la società pubblica che si occupa della trasmissione ai distributori locali dell’energia elettrica sulla rete nazionale.
Alla fine di giugno 2026 le richieste di connessione alla rete ad alta tensione riconducibili ai data center erano 520, per una potenza complessiva di 96 gigawatt, 160 volte la potenza installata oggi. Sono numeri che danno la misura di quanto questo settore stia trainando la domanda elettrica del paese: i data center rappresentano infatti l’88 per cento di tutta la nuova potenza richiesta per allacciarsi alla rete ad alta tensione, cioè quella usata dai grandi consumatori industriali.
Nessuno si aspetta che i progetti collegati alle richieste vengano tutti realizzati. Molte domande sono preliminari, alcune possono essere alternative tra loro e altre non hanno ancora un finanziamento o un cliente finale. Spesso a presentare la richiesta non è infatti l’azienda che gestirà il data center, ma uno sviluppatore immobiliare: individua un terreno, avvia la procedura di connessione e cerca poi un operatore che rilevi il progetto. È un modo per “prenotare potenza energetica” e provare a rivendere il terreno a un valore maggiore perché dotato di quella potenza.
Il numero delle richieste, insomma, è in buona parte teorico: per legge Terna deve valutare e conteggiare tutte le domande, quale che sia il loro esito. Ma se anche solo una parte venisse accolta e diventasse consumo reale, il sistema elettrico si troverebbe ad assorbire in pochi anni una domanda enorme.
La questione, quindi, è se l’Italia abbia abbastanza elettricità e soprattutto la rete per portarla dove serve, ovvero l’insieme di linee e stazioni elettriche che trasportano la corrente dalle centrali elettriche ai luoghi di consumo. In astratto la disponibilità c’è, ma non necessariamente nei luoghi, nelle ore e con la continuità richieste.
Per capire il problema bisogna distinguere tra energia e potenza. L’energia è la quantità complessivamente consumata in un determinato periodo di tempo e si misura in kilowattora (kWh) o su grandi quantità in terawattora (TWh): nel 2025 il fabbisogno italiano è stato di 311 TWh, coperto per l’86 per cento dalla produzione nazionale netta e per il restante 14 per cento da importazioni. La potenza invece indica la quantità di energia fornita (o consumata) in un istante e si misura in Watt, su grandi numeri in gigawatt (GW). Alla fine del 2024, ultimo dato consolidato, l’Italia disponeva di 137,6 GW di potenza installata.
Il confronto potrebbe far pensare che il margine per soddisfare la potenza richiesta dai nuovi (eventuali) data center ci sia, ma il fatto è che la potenza installata non è tutta disponibile nello stesso momento. Mentre una centrale nucleare da 1 GW produce energia per l’80 per cento del tempo, un parco eolico da 1 GW raggiunge a stento il 25 per cento. Questo perché le turbine eoliche producono elettricità solo quando soffia il vento e non continuativamente come le centrali.
Inoltre l’elettricità deve poter arrivare dove serve, e qui il problema è proprio nella rete, che fa da collo di bottiglia. L’elettricità viene prodotta in centrali e impianti spesso lontani dai luoghi di consumo, trasportata attraverso linee ad alta e altissima tensione e poi fatta passare per stazioni e sottostazioni, che ne trasformano la tensione e distribuiscono i flussi. Per collegare un grande data center servono quindi linee sufficientemente capienti, una stazione vicina e collegamenti affidabili con il resto del sistema. Oggi, nelle aree dove si concentrano i progetti, queste strutture o non ci sono o non bastano a reggere quella domanda.
È un problema anche geografico. Milano concentra il 68 per cento della potenza installata a livello nazionale e gran parte dei nuovi progetti di data center è prevista nel territorio intorno alla città. La nuova domanda si concentra quindi nel Nord, mentre una parte crescente della produzione rinnovabile viene installata a Sud. Avere elettricità disponibile nel sistema nazionale non significa attualmente poterla trasferire verso l’area milanese. Il piano di sviluppo di Terna per il 2025 prevede oltre 23 miliardi di euro di investimenti in dieci anni per aumentare la capacità di scambio tra le zone di mercato. Ma sono interventi che avranno tempi ben più lenti di quelli dei nuovi data center.
Inoltre non c’è soltanto un problema di disponibilità dell’elettricità e della rete, ma anche dei costi che tutto questo comporterà.
Uno studio della Banca d’Italia pubblicato a giugno ha rilevato che nelle regioni statunitensi con una maggiore capacità di data center i prezzi pagati dai consumatori tendono a essere più elevati. Gli autori parlano di correlazione, cosa che non dimostra da sola un rapporto di causa ed effetto: sui prezzi incidono le fonti disponibili, il costo del gas, la struttura della rete, le imposte e altri fattori.
Ciò che sta avvenendo negli Stati Uniti indica comunque una tendenza: se una grande domanda concentrata non può essere soddisfatta con l’energia meno costosa disponibile da fonti rinnovabili, devono entrare in funzione impianti più cari, spesso centrali a gas. Se linee e sottostazioni non bastano, occorrono potenziamenti per mantenere il sistema in equilibrio. La questione decisiva è stabilire quanta parte di questi costi debba essere sostenuta dagli operatori dei data center e quanta possa essere distribuita, attraverso prezzi e tariffe di rete, alle persone.
Un altro rischio riguarda l’impatto che i data center possono avere sulla transizione verso fonti energetiche decarbonizzate. Nel 2025 le fonti rinnovabili hanno fornito circa il 48 per cento della produzione elettrica nazionale, quota che è aumentata molto nel tempo. Il punto è che solare ed eolico producono in modo variabile, mentre server e raffreddamento funzionano continuamente. Per trasformare quella produzione in una fornitura stabile servono batterie e altri sistemi di accumulo, e anche fonti programmabili per le ore in cui sole e vento non bastano. Se queste infrastrutture non crescono abbastanza rapidamente, la soluzione più immediata può essere aumentare la produzione delle centrali a gas.
Uno studio delle università di Bergamo e Milano-Bicocca, basato su 722 aree statunitensi tra il 2002 e il 2022, ha rilevato che nei territori interessati la maggiore diffusione di data center è associata a una quota più alta di elettricità prodotta da fonti non rinnovabili. Le centrali più vicine alle infrastrutture tendono a utilizzare un mix più dipendente dai combustibili fossili e a produrre più emissioni. Non è una conseguenza inevitabile: dipende dalle caratteristiche del sistema elettrico e dalla rapidità con cui si realizzano nuovi impianti puliti, accumuli e rete.
I grandi operatori digitali che costruiscono data center – in gergo hyperscaler – stanno cercando di legare una parte dei propri consumi alla nuova produzione di energia rinnovabile attraverso contratti di lungo periodo. In Sicilia Amazon ha appena avviato sette impianti fotovoltaici in collaborazione con società energetiche. L’elettricità prodotta non alimenta direttamente i suoi data center perché mancano sistemi di trasporto efficienti fino al Nord. Entra però nella rete nazionale come una specie di compensazione di ciò che è necessario utilizzare da altre fonti che garantiscono maggiore continuità.



