Come funziona in Italia l’uso delle bodycam nelle forze dell’ordine
Quando si possono azionare, che problemi hanno e perché l'agente che ha immobilizzato Abderrahim Fakir ne aveva una personale
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Subito dopo la morte di Abderrahim Fakir a Bologna, avvenuta mentre veniva immobilizzato dalla polizia, la questura di Bologna aveva fatto sapere che gli agenti intervenuti indossavano delle bodycam, e che i video sarebbero stati messi a disposizione dei magistrati per le indagini giudiziarie. Tre giorni dopo Gabriele Bordoni, avvocato dei due agenti, ha fatto intendere in un’intervista al Corriere della Sera che solo uno dei due avesse una bodycam, e che fosse personale: significa che non gli è stata data in dotazione dalla polizia, ma è lui a usarla volontariamente per documentare i propri interventi, come forma di tutela. Secondo l’avvocato sarebbe stata azionata appena prima di iniziare l’intervento per immobilizzare Fakir (qui ci sono i primi secondi, diffusi dal Tg1) e spenta 20 minuti dopo.
Le bodycam sono piccole videocamere indossate dagli agenti durante le ore di servizio e servono a riprendere le loro operazioni. In Italia sono state introdotte in via sperimentale nel 2014, poi si è passati a un impiego più strutturato nel 2022 e infine nel 2025 il loro utilizzo è stato regolamentato dal governo. La norma non obbliga a usare le bodycam, ma consente di farlo a polizia di stato, carabinieri, guardia di finanza e polizia penitenziaria durante certe operazioni: mantenimento dell’ordine pubblico, controllo del territorio, vigilanza di siti sensibili, a bordo dei treni e per il controllo di persone detenute.
Può usarle anche la polizia locale, ma sotto la responsabilità degli enti locali, che si sono via via mossi in autonomia (ci sono poi sperimentazioni anche sul personale medico e ferroviario, ma è un’altra storia).
Visto che le bodycam raccolgono dati personali, si è consolidata anche una specifica disciplina a cui ci si deve attenere per il loro utilizzo pratico, basata soprattutto sulla direttiva europea del 2016 che si occupa di protezione dei dati personali, quando questi vengono trattati dalle autorità competenti per fini penali e di pubblica sicurezza. I protocolli disciplinari sono unici e centralizzati per le forze dell’ordine dello stato, mentre per la polizia locale funziona diversamente.
A livello nazionale i protocolli dicono che le bodycam, montate sulle divise all’altezza del petto o delle spalle, devono essere attivate solo in situazioni considerate necessarie: concrete e reali situazioni di turbamento dell’ordine e della sicurezza pubblica, o di fronte a fatti che possono costituire un reato.

Un fotogramma del video registrato dalla bodycam dell’agente che ha immobilizzato Abderrahim Fakir a Bologna, pubblicato dal Tg1 (ANSA/TG1)
Le bodycam utilizzate dalle forze dell’ordine hanno una funzione che consente di registrare continuamente video in una memoria temporanea anche quando non sono state attivate e sono in una specie di modalità di attesa. Se non vengono attivate, registrano 2 minuti che vengono sovrascritti continuamente; quando invece l’agente preme il pulsante per avviare la registrazione effettiva, la camera preleva il segmento video salvato nella memoria temporanea e lo incolla all’inizio del file definitivo.
Il personale sul campo non può guardare o modificare i video registrati dalla bodycam, e in caso di attivazione involontaria, o di criticità che non si sono poi concretizzate, le registrazioni vengono cancellate. La registrazione in modo continuo durante il servizio è vietata, così come l’uso dei filmati per finalità diverse da quelle originarie (per il riconoscimento facciale, per esempio).
Una volta finito il turno, i filmati devono essere eliminati dalla memoria della videocamera e scaricati su uno spazio di archiviazione a cui possono accedere solo alcuni operatori. I filmati si possono conservare per al massimo sei mesi, un termine reputato sufficiente per soddisfare le eventuali esigenze della polizia giudiziaria. Alla scadenza dei sei mesi, se i video non sono stati richiesti o sottoposti a sequestro dall’autorità giudiziaria, i dati vengono cancellati automaticamente e in modo irreversibile.
I dispositivi privati, come quelli dell’agente che ha immobilizzato Fakir, sono potenzialmente problematici perché potrebbero non avere le misure tecniche e organizzative necessarie a renderli conformi alle direttive e ai regolamenti vigenti: la crittografia per impedire accessi non autorizzati, metodi per impedire che vengano visualizzati o cancellati dall’operatore che indossa la bodycam, il caricamento automatico dei filmati su server protetti e centrali in modo che siano accessibili esclusivamente con specifiche chiavi di decrittazione, per assicurare che i filmati non vengano manomessi. E rischiano di violare la normativa sulla privacy.
L’agente che ha immobilizzato Fakir ha consegnato la propria bodycam alla procura, e i filmati sono utilizzabili nelle indagini come lo è in generale la registrazione fatta da un privato in un luogo aperto al pubblico (purché autentica e purché rispetti altre condizioni previste dalla legge).
Nel 2025 l’introduzione regolamentata delle bodycam fu presentata come una forma di tutela per gli agenti delle forze dell’ordine, e i sindacati di polizia sono sempre stati per lo più favorevoli a usarle. Si sono invece opposti con fermezza all’introduzione dei cosiddetti codici identificativi, cioè codici assegnati a ciascun agente da mettere sul casco o sulla divisa in modo visibile, utili soprattutto per ricostruire i fatti nelle situazioni di ordine pubblico, come le grandi manifestazioni, e anche per individuare un agente che eventualmente commette degli abusi.
L’opposizione al governo aveva chiesto che fossero introdotti insieme alle bodycam, per completarne l’azione: una bodycam documenta un intervento, mentre il codice permette di capire chi la indossava e chi sono eventuali altri agenti che compaiono nel video, se hanno subìto violenze o se le hanno compiute. Il governo in ogni caso rifiutò: il sottosegretario al ministero dell’Interno Nicola Molteni disse che i codici erano «strumenti contro le forze di polizia». I codici identificativi sono obbligatori in molti paesi europei e diversi organi internazionali caldeggiano il loro utilizzo, tra cui il Parlamento europeo. Il governo fu accusato di voler ostacolare l’individuazione dei responsabili in caso di abusi, ma fu anche criticato per non aver reso le bodycam obbligatorie.

Bodycam sulle divise del personale delle Ferrovie dello Stato alla stazione centrale di Milano, 6 giugno 2025 (Foto Claudio Furlan/Lapresse)
Dopo l’entrata in vigore della legge e la progressiva diffusione di delibere comunali, l’impiego di bodycam sul campo è effettivamente aumentato, ma al momento non sono disponibili dati aggiornati sulla loro diffusione proprio perché la gestione è frammentata: c’è un piano nazionale, c’è il piano degli enti locali e manca un database pubblico che li assembli e li incroci monitorando quante bodycam siano state acquistate, quante siano attualmente in uso, a quali reparti o municipi siano assegnate.
Nel caso degli enti locali l’uso delle bodycam ha creato problemi sulla protezione dei dati personali, e diverse pronunce del Garante della privacy hanno portato a protocolli disciplinari un po’ diversi da quelli stabiliti a livello nazionale. Le registrazioni audio e video effettuate dalla polizia locale, per esempio, possono essere conservate per tempi più limitati, al massimo 7 giorni invece che 6 mesi, fatte salve eventuali esigenze per indagini giudiziarie.
E poi gli agenti della polizia locale sono tutelati dallo Statuto dei lavoratori (una legge del 1970 che nel caso delle forze dell’ordine statali si applica, ma con molte eccezioni dovute al loro ordinamento speciale): le bodycam sono uno strumento suscettibile di controllo a distanza, e quindi i comuni devono preventivamente stipulare accordi con i sindacati e ottenere un’autorizzazione dall’ispettorato del lavoro. Ci sono stati casi di comuni sanzionati per come raccoglievano i dati o per la mancanza di accordi sindacali.



