Christopher Nolan o lo ami o lo odi
E, anche se è il regista di maggior successo al mondo, molti lo odiano: per queste ragioni
- Condividi
- X
- Regala il Post

Il successo che sta avendo il film Odissea come incassi e come fenomeno culturale è un’ennesima conferma del fatto che Christopher Nolan è il regista più influente e rilevante di questi anni. Grazie a film come Interstellar, Inception e Oppenheimer ha raggiunto uno status simile a quello che in un’altra epoca ebbe gente come Steven Spielberg, Martin Scorsese, Alfred Hitchcock: un autore di blockbuster estremamente popolari, ma anche molto riconoscibili e celebrati dalla critica. Nolan è uno capace di portare in massa il pubblico al cinema, i cui film sono vissuti come “eventi” e generano discussioni intense e durature, e il cui nome è scritto più grande di quello degli attori sulle locandine.
Ma Nolan è anche un regista divisivo come pochi altri. Proprio le caratteristiche che rendono i suoi film così originali e così amati da una parte del pubblico, infatti, sono quelle che li rendono insopportabili a molti altri.
Anche i suoi critici gli riconoscono un enorme talento, e solitamente apprezzano il rigore formale della sua regia, o la sua passione per i formati analogici e per gli effetti speciali pratici. In pochi negano che sia il cineasta più tecnicamente dotato in circolazione, con un grande senso del ritmo e un talento raro nel montaggio, pur con alcune pecche legate per esempio alle scene di combattimento. Ma Nolan ha una capacità unica di mettere alla prova gli spettatori, anche quelli non propriamente cinefili, richiedendogli un livello di attenzione e partecipazione insolito per il cinema contemporaneo.
Ma altri elementi che accomunano quasi tutti i suoi film gli hanno attirato negli anni molte critiche: il gusto per gli intrecci esageratamente cervellotici, la magniloquenza e la retorica delle storie che racconta, il ricorso frequente agli spiegoni per portare avanti la trama, una specie di rigetto per la tenerezza, l’erotismo, l’umorismo e la leggerezza, e un’ambizione narrativa smisurata che spesso viene grandemente ridimensionata, quando non direttamente smentita, da finali frettolosi o traballanti.
Non è così per tutti i film di Nolan, ovviamente. Dunkirk e The Prestige sono per esempio due suoi film che piacciono anche a molti suoi critici. E anche le recensioni di Odissea uscite finora sono in larghissima parte positive, e fanno intendere che potrebbe essere ricordato come uno dei suoi lavori migliori. Ma negli ultimi vent’anni la critica ai tic registici di Nolan è diventata una specie di genere giornalistico a sé stante, alimentato da decine di saggi, approfondimenti, tesi di laurea e interminabili discussioni sui forum frequentati dai cinefili.

Christopher Nolan all’anteprima di Odissea a Mumbai, in India (Aalok Soni/Getty)
Una delle critiche più frequenti rivolte a Nolan è quella di realizzare film freddi, ambiziosissimi e ostentatamente cerebrali, in cui la spettacolarità della messa in scena e la complessità delle trame finiscono per fagocitare ogni cosa, prevalendo sulla spontaneità, sull’empatia, sulla tensione emotiva e sull’approfondimento psicologico dei personaggi.
Lo ha scritto ad esempio Kofi Outlaw di ScreenRant, secondo il quale le trame costruite da Nolan sono così contorte da rendere sostanzialmente impossibile un pieno coinvolgimento emotivo dello spettatore, costretto a concentrarsi più sugli intricati sviluppi narrativi dei suoi film che sui rapporti tra i personaggi e sulla loro evoluzione.
Molti personaggi di Nolan, talvolta anche quelli principali, sono più monodimensionali di quanto ci si aspetterebbe da un regista così importante e rispettato: spesso a guardar bene sono più che altro funzioni utili a portare avanti la storia, a far comprendere meglio alcune trame secondarie, a rendere più esplicito un determinato sottotesto o a incarnare concetti e idee molto generali. A volte questa superficialità nella caratterizzazione riguarda anche i protagonisti: il critico di Far Out Magazine Calum Russell per esempio individua come particolarmente prevedibili e piatti Dom Cobb di Inception e Joseph Cooper di Interstellar.
Questi limiti nella caratterizzazione dei personaggi dipendono anche dalle trame in cui sono inseriti, che li vedono puntualmente in una disperata lotta contro tutto e tutti per salvare sé stessi o il mondo. Ma anche dal fatto che il cinema di Nolan si prende molto sul serio, è sempre epico, solenne e drammatico, e quasi mai si cimenta con altri registri – comico, romantico, poetico, onirico – che altri registi impiegano per rendere più tridimensionali i personaggi.
Un’altra cifra di Nolan particolarmente detestata da una parte della critica sono gli “spiegoni”, cioè lunghe sequenze di dialogo dedicate a chiarire agli spettatori il funzionamento degli intricati meccanismi narrativi dei suoi film. Nella maggior parte dei casi si tratta di elementi indispensabili per fruire le sue storie, visto che in loro assenza gli spettatori faticherebbero moltissimo a comprenderne la struttura temporale, le regole interne o gli elaborati sviluppi narrativi.
Nolan non è ovviamente l’unico regista a servirsene. Negli ultimi vent’anni sono diventati una costante nei grandi blockbuster, per compensare alla diminuzione della soglia di attenzione ma anche per via dell’enorme popolarità degli universi narrativi condivisi, che richiedono spesso di introdurre e ricapitolare una grande quantità di informazioni per permettere al pubblico di orientarsi all’interno di trame sempre più vaste e interconnesse.
Nolan però ne fa un uso massiccio e molto superiore a quello normale nel cinema d’autore. Il suo ricorso agli spiegoni viola platealmente il principio dello “show, don’t tell” (“mostra, non descrivere”), una delle prime regole che vengono insegnate in qualsiasi corso di scrittura: meglio evitare di esplicitare a parole concetti, emozioni o informazioni che la narrazione dovrebbe invece lasciare emergere implicitamente attraverso la messa in scena. Per non risultare troppo didascalici, e per non trattare gli spettatori come totali sprovveduti.
La sovrabbondanza di spiegoni è un tratto distintivo di quasi tutti i lavori di Nolan ma per molti è risultata particolarmente indigesta e invadente nel caso di Tenet, film del 2020 incentrato su un agente segreto che deve sventare un’apocalisse globale. I dialoghi erano in larga parte dedicati alla spiegazione del concetto alla base di tutto il film: quello di “inversione”, una misteriosa tecnologia futuristica che inverte la direzione del tempo per oggetti e persone. Solo che alla fine il suo funzionamento rimase comunque poco chiaro agli spettatori, che uscirono dal cinema più confusi che confortati.
Questo elemento è presente in una certa misura anche in Odissea, con risultati talvolta involontariamente comici. Ulisse ad esempio a un certo punto fa una previsione in cui si riferisce alla propria come «età del Bronzo», concetto storiografico che fu formalizzato e a cui fu dato un nome soltanto molti secoli dopo.
Oltre all’appiattimento dei dialoghi, che in molti casi risultano didascalici e ripetitivi, gli spiegoni sono direttamente collegati a un’altra caratteristica dei film di Nolan contestata dagli appassionati di cinema: i finali, giudicati spesso sbrigativi e non all’altezza della complessità narrativa delle sue storie. Uno degli esempi più noti è quello di Inception, con la celebre scena finale della trottola: uno stratagemma d’effetto ma anche piuttosto facile, che lascia irrisolta la distinzione tra sogno e realtà e ha lasciato insoddisfatti molti spettatori.
Anche il finale di Interstellar è molto controverso. Per quasi tutta la sua durata il film, che parla della necessità di trovare un nuovo pianeta abitabile dopo il collasso della Terra e ha per protagonista un ex pilota della NASA, dà una centralità enorme al rigore scientifico. Per scriverlo Nolan si era fatto aiutare da suo fratello, lo sceneggiatore Jonathan Nolan, e dal fisico teorico Kip Thorne, incaricato di supervisionare la sceneggiatura per garantire che fenomeni come i buchi neri e la dilatazione temporale fossero rappresentati in modo coerente con le leggi della fisica.
Nel finale però il film ha un’inaspettata e frettolosa svolta metafisica, incentrata sull’amore come forza trascendente capace di superare i limiti dello spazio e del tempo; e quindi in totale antitesi con l’approccio razionale e meticoloso con cui era stato scritto il resto.
Diversi critici contestano poi il modo in cui Nolan tratteggia i personaggi femminili, spesso superficiali e molto meno approfonditi rispetto alle controparti maschili. È un aspetto che torna ciclicamente al centro del dibattito dopo l’uscita di ogni suo nuovo film, e sta accadendo anche nel caso di Odissea.
La giornalista di USA Today Clare Mulroy ha scritto che, come la maggior parte dei film di Nolan, anche in Odissea «le donne sono presenti solo per far progredire i personaggi maschili». Mulroy ha però aggiunto anche che, a differenza dei precedenti film di Nolan, Odissea mostra una maggiore consapevolezza nel rappresentare il dominio patriarcale, e «Penelope e Circe contestualizzano in modo toccante l’orrore che le donne subiscono a causa degli uomini e delle loro guerre».
La scarsa dedizione di Nolan alla scrittura dei personaggi femminili era emersa con particolare forza anche nel caso di Oppenheimer, film dedicato alla vita dell’omonimo fisico a capo del Progetto Manhattan, con cui Nolan vinse l’Oscar nel 2024. La psichiatra Jean Tatlock (Florence Pugh), inizialmente trattata come una delle persone più importanti nella vita dello scienziato, appariva in poche scene superficiali e slegate dal resto della narrazione. E il personaggio della moglie Kitty (Emily Blunt) rimaneva a sua volta piuttosto secondario nel film, pur riscattandosi verso la fine.
Joseph Bevan, critico cinematografico e collaboratore del British Film Institute, ha scritto che nei film di Nolan «le donne rimangono intrappolate negli archetipi della femme fatale, della vittima o dell’ingenua dagli occhi dolci», e che «la paura di una femminilità emancipata» che pervade i suoi lavori potrebbe essere «un retaggio della tradizione noir, in cui qualsiasi accenno di sessualità aggressiva o volgarità tende a indicare corruzione (…), come nel caso della studentessa sfacciata in Insomnia, punita per la sua dissolutezza da Al Pacino. Le donne di Nolan, a quanto pare, sono solo da desiderare, compiangere o diffidare».
Nonostante le sue grandissime capacità tecniche, a Nolan è stata spesso rimproverata una certa povertà nella gestione delle scene di combattimento, che non hanno coreografie studiate ed elaborate come quelle di altri film d’azione con budget molto inferiori, e fanno un grande affidamento sul montaggio, che ne rende molto più semplice la realizzazione ma anche meno coinvolgente la resa. La scena della strage dei Proci in Odissea, in particolare, è stata giudicata una delle meno riuscite di tutto il film.
Un altro elemento che i detrattori di Nolan citano di frequente per evidenziare il distacco emotivo dei suoi film è la quasi totale assenza di scene di sesso, anche quando risulterebbero utili a fini narrativi. Si tratta di un tratto ricorrente nella sua filmografia, sebbene risulti più evidente in alcune opere rispetto ad altre. In Odissea per esempio è stato totalmente eliminato ogni riferimento alle avventure sessuali di Ulisse con Circe, mentre quelle con Calipso sono sottintese con un certo pudore.
Nolan ha filmato una (breve) scena di sesso solo in Oppenheimer. Lui stesso ha raccontato che prima di girarla era molto ansioso, dato che prima di allora non gli era mai capitato, e di averla interpretata come una sfida. La scena mostrava un breve rapporto intimo tra Oppenheimer (Cillian Murphy) e la sua amante, la psichiatra Jean Tatlock (Florence Plugh), e fu talmente eccezionale per i canoni di Nolan da attirare l’attenzione di tutte le riviste di cinema. La resa finale però non convinse tutti: IndieWire per esempio definì la scena «robotica» e sbrigativa.
– Leggi anche: Gli effetti speciali di “Odissea” sono perlopiù fisici



