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  • Lunedì 20 luglio 2026

Come si vincono due Mondiali e tre Europei di calcio in 18 anni

La Spagna ce l'ha fatta cambiando radicalmente il suo modo di concepire e insegnare il calcio; tutto è iniziato con un olandese

L'allenatore della Spagna Luis de la Fuente alza la Coppa del Mondo assieme ai suoi calciatori (Jean Catuffe/Getty Images)
L'allenatore della Spagna Luis de la Fuente alza la Coppa del Mondo assieme ai suoi calciatori (Jean Catuffe/Getty Images)
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Domenica sera la Spagna ha vinto i Mondiali maschili di calcio battendo 1-0 in finale i campioni in carica dell’Argentina. Negli ultimi diciotto anni aveva vinto anche un altro Mondiale, nel 2010, e tre Europei, nel 2008, nel 2012 e nel 2024. In questo lasso di tempo nessun’altra nazionale ha vinto di più. E la cosa impressionante è che la Spagna ci è riuscita quasi sempre allo stesso modo, cioè con un centrocampo fortissimo che controlla il gioco, un’ottima fase difensiva e attaccanti che fanno gol quando serve.

E dire che fino a una ventina d’anni fa la Spagna era una nazionale sì talentuosa, ma inconcludente: aveva vinto solo gli Europei del 1964, e poi null’altro. Se ha iniziato a vincere, è frutto di un radicale cambiamento del modo di concepire e insegnare il calcio nel paese, che dà risultati molto presto. Basta pensare che nella finale contro l’Argentina c’erano due 19enni in campo, titolari: il difensore Pau Cubarsí, che ha vinto il premio di miglior Under 21 del torneo, e Lamine Yamal, già considerato da tempo uno dei migliori calciatori al mondo.

La Spagna, infatti, non ha sempre giocato il calcio tecnico e raffinato che conosciamo oggi, basato sul possesso palla, sul controllo del ritmo e su un pressing continuo. Fino agli anni Ottanta puntava su uno stile più duro, più fisico e più diretto, che le valse il soprannome di Furia Roja. Poi Johan Cruijff arrivò a cambiare le cose.

Cruijff, olandese, aveva giocato nel Barcellona negli anni Settanta ed era stato uno dei calciatori più forti e innovativi di sempre. Quando vi tornò come allenatore, nel 1988, impose sin da subito uno stile di gioco tecnico e brillante, fondato su una gestione rapida e intelligente della palla e sulla chiara volontà di dominare la partita e attaccare. Vi ricorda qualcosa?

Cruijff durante gli anni al Barcellona (Christian Liewig/TempSport/Corbis via Getty Images)

Cruijff fece in modo che anche i ragazzi della Masia, l’accademia giovanile del Barcellona, giocassero con lo stesso stile della prima squadra. Così loro potevano imparare fin da subito un calcio moderno, basato meno sulla forza fisica e più sul controllo della palla e sull’uso intelligente degli spazi. Il club era quindi spinto a puntare non solo sui giovani più grandi e forti fisicamente (come si faceva allora in Spagna e come si fa spesso anche oggi), ma soprattutto su quelli dotati di grande tecnica e intelligenza.

Queste idee si rivelarono fin da subito vincenti per il Barcellona, e trasformative per tutto il calcio spagnolo. Il giornalista Graham Hunter ha spiegato che in quegli anni la volontà di emulare la squadra di Cruijff e competere con essa spinse parecchi calciatori, allenatori e persino la stessa federazione nazionale (la RFEF) a promuovere e adottare quella filosofia di gioco.

La RFEF, per esempio, cercò di incentivare un gioco più offensivo adottando nel 1995 il nuovo sistema di punteggio dei principali campionati europei, che premiava una vittoria con 3 punti anziché con 2. Allo stesso tempo, riorganizzò a livello nazionale la formazione degli allenatori per garantire al maggior numero possibile di giovani calciatori una formazione di qualità e accessibile.

La formazione degli allenatori è ancora oggi uno dei grandi punti di forza del “sistema calcio” spagnolo, che fa leva su due elementi: bassi costi d’iscrizione e molte ore di lezione. Per ottenere una Licenza UEFA A, tra le più importanti, la RFEF richiede 1.200 euro di tassa d’iscrizione e garantisce 750 ore di formazione. Al confronto, in Inghilterra quel patentino costa 3.400 euro per sole 250 ore di lezione, mentre in Italia il costo è di 2.500 euro per 192 ore.

Ma se dalla Spagna continuano a venir fuori parecchi dei migliori allenatori al mondo, il merito è soprattutto di quell’idea di calcio di cui abbiamo parlato prima. Lo ha spiegato bene Pep Guardiola, ex giocatore del Barcellona di Cruijff poi diventato uno degli allenatori più influenti e vincenti al mondo, prima al Barcellona (proprio negli anni dei primi successi della Spagna) e poi altrove. Per lui il «segreto» del successo degli allenatori spagnoli è proprio «lavorare sin da giovani sulla tattica, sui metodi di allenamento e sulla comprensione del gioco. In uno sport di squadra bisogna capire perché le cose accadono: ecco, gli allenatori spagnoli lavorano tanto per riuscire a capire il gioco».

Guardiola nel 2008, quando allenava il Barcellona (Jasper Juinen/Getty Images)

Questa stessa cosa vale anche per i calciatori spagnoli, ai quali la “comprensione del gioco” viene insegnata molto presto. Non si tratta soltanto di imparare schemi o movimenti prestabiliti, ma soprattutto di capire come funziona una partita e come collaborare con i compagni nel modo più rapido ed efficiente possibile.

Di recente Rodri, il capitano della nazionale, ha raccontato che in Spagna viene insegnato sin da piccoli il principio per cui «la palla viaggia più veloce quando la passi rispetto a quando corri con essa». Si cerca di trasmettere l’idea che il calcio sia prima di tutto uno sport di squadra: muovere rapidamente la palla, trovare il compagno libero e sfruttare gli spazi è cioè spesso più efficace che cercare la giocata individuale. La tecnica è importante, ma deve servire alla squadra.

In Spagna la crescita dei giovani calciatori è sempre stata affidata alle canteras, i settori giovanili delle varie squadre. È un sistema ben diverso da quello francese, un altro molto celebrato in Europa, che ruota invece attorno al noto centro federale di Clairefontaine.

Anche l’Italia segue un modello decentralizzato come quello spagnolo, ma senza un’idea di gioco moderna e condivisa, un progetto ben definito o squadre disposte a puntare sui calciatori più giovani. Rispetto alle squadre italiane, i club spagnoli danno molta più importanza ai propri “vivai”, per ragioni identitarie (per i club baschi, galiziani e catalani è importante avere tanti giocatori locali) ed economiche (molti club non possono permettersi di spendere tanti soldi per acquistare giocatori già formati).

La vecchia sede della Masia, la cantera del Barcellona, da cui sono usciti alcuni dei migliori calciatori degli ultimi vent’anni (Catherine Ivill – AMA/Getty Images)

Per raggiungere un’organizzazione tattica moderna e coerente, nel 2003 anche la Spagna si è infatti dotata di un centro federale: la Ciudad del Fútbol di Las Rozas, vicino a Madrid. A differenza di Clairefontaine, però, non è una sorta di collegio: i giocatori selezionati ogni anno si allenano lì appena tre volte ogni mese, per un anno, perché la loro formazione rimane comunque appannaggio dei club. Per questo dal 2022 la RFEF ha avviato un piano per migliorare la collaborazione tra le squadre di club e rendere più uniforme il lavoro delle diverse canteras.

I principali campionati di Spagna, poi, sono strutturati affinché le squadre locali abbiano ogni interesse (e a volte persino l’obbligo) a far esordire in prima squadra i giocatori dei propri settori giovanili.

Insomma, in Spagna i calciatori imparano a giocare in modo moderno, intelligente e collaborativo molto presto e in un contesto coerente e ben strutturato, che garantisce buone possibilità di fare carriera e, soprattutto, tanta continuità – nel metodo, ma anche nel gruppo. L’allenatore della Spagna Luis de la Fuente, per esempio, è arrivato in nazionale maggiore dopo aver allenato l’Under 18, l’Under 19 e l’Under 21, e quindi anche molti dei calciatori che oggi giocano nella nazionale maggiore.

Per questo, anche quando arrivano giocatori diversi dal solito – bravi, creativi e a volte più portati a giocare da soli, come Lamine Yamal o Nico Williams – riescono comunque a inserirsi bene nel sistema di gioco della nazionale, che spesso li esalta invece che limitarli. Con loro due la Spagna non rinuncia alla sua ormai storica strategia di controllare la partita con tanti passaggi, ma certo può permettersi di essere un po’ più verticale, rapida e imprevedibile di prima.

Si era visto soprattutto agli scorsi Europei; in questi Mondiali, col fatto che entrambi non erano molto in forma, la Spagna ha puntato molto sull’attenzione e sull’organizzazione difensiva. Lo ha fatto sempre in modo attivo e ambizioso, con l’idea di fondo che se si riescono a controllare il pallone e gli spazi, alle squadre avversarie resta ben poco da fare.