Com’è che nella pallavolo ci sono pochissime allenatrici
Pur essendo uno degli sport più praticati dalle donne, per loro arrivare a guidare una squadra è ancora complicato
di Susanna Baggio
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Delle squadre che stanno partecipando o hanno partecipato agli Europei femminili di pallavolo, nessuna ha un’allenatrice: sono tutte e 24 allenate da uomini.
Fino all’anno scorso la Bulgaria (eliminata lunedì agli ottavi degli Europei dall’Italia) era allenata da Antonina Zetova, che però è stata sostituita dall’italiano Marcello Abbondanza (peraltro uno dei nove allenatori italiani a questi Europei). Anche fuori dall’Europa nessun’altra tra le nazionali femminili più forti al mondo è allenata da una donna. Le allenatrici nelle squadre femminili sono rare anche nel calcio, ma nella pallavolo la loro mancanza si nota di più, visto che a livello femminile la pallavolo è molto seguita e che in Italia è lo sport più praticato dalle donne. La questione riguarda le difficoltà di conciliare la vita personale e quella professionale, ma non solo.
Al momento l’allenatrice con l’incarico più in vista in Italia è Monica Cresta, che guida la Nazionale Under 17 femminile ed è anche la seconda allenatrice del Club Italia (un progetto della Federazione italiana di pallavolo, voluto da Julio Velasco, per formare giovani pallavoliste promettenti, e che comprende una squadra che gioca in A2). Nelle serie maggiori però le donne sono praticamente assenti anche nei ruoli di vice e assistenti allenatori.
Per Alessandra Campedelli, che è l’allenatrice della nazionale femminile della Tunisia, uno dei motivi è che in Italia il percorso per allenare ad alto livello «passa per una rete di fiducia molto maschile», che coinvolge le donne ancora di rado.
Campedelli ha 51 anni, è nata a Rovereto e ha allenato anche le nazionali femminili di Iran e Pakistan, esperienze che ha raccontato nel libro Io posso pubblicato nel 2025 per Baldini+Castoldi. Secondo lei ai livelli più alti si continuano a preferire tecnici con maggiore esperienza, che per come sono andate le cose finora sono spesso uomini.
C’è poi una sorta di «pregiudizio implicito», dice Campedelli. Si dà cioè per scontato che una donna sia più portata ad allenare le squadre giovanili e che non sappia invece gestire un gruppo di professioniste, con le pressioni che comporta.
La conseguenza è che mancano le opportunità sia per smentire queste convinzioni, sia per fare esperienza nei campionati e nei tornei più importanti. È un circolo vizioso.
Il problema principale, comunque, è che allenare una squadra ad alto livello comporta un impegno continuo di tempo ed energie, che comprende trasferte, ritiri, partite fino a tarda sera e weekend fuori casa. Campedelli dice che nella sua carriera è sempre stata sostenuta dalla sua famiglia, ma che in una società in cui i doveri di cura della famiglia ricadono soprattutto sulle donne questo «diventa un filtro silenzioso che elimina molte candidate ancora prima che si presentino».
Alessandra Campedelli con la capitana della nazionale tunisina, Nihel Kbaier
Anche Julio Velasco, che è l’attuale allenatore della Nazionale femminile, crede che la ragione principale della scarsità di allenatrici stia nel «filtro silenzioso» di cui parla Campedelli. Quando Velasco arrivò in Italia dall’Argentina, nei primi anni Ottanta, gli allenatori delle migliori squadre erano della stessa città che allenavano: Silvano Prandi a Torino, Gian Paolo Guidetti a Modena, Marco Paolini a Falconara. Oggi invece una persona che vuole allenare «deve avere la valigia pronta», racconta, e questo spesso per le donne «è un problema più grande» (o è percepito come tale) perché di solito sono loro a occuparsi di più dei figli, ma anche dei genitori.
Ai livelli più alti chi allena deve trasferirsi per poter seguire la squadra, e torna dalla famiglia una volta ogni quindici giorni, continua Velasco, per di più di lunedì, perché nel fine settimana ci sono le partite. Nel settore giovanile ci sono diverse donne, aggiunge, ma riescono a gestirlo come un qualsiasi altro lavoro proprio perché l’impegno è minore.
Giuseppe Manfredi, il presidente della FIPAV (cioè la Federazione), dice che nel settore arbitrale, nelle società sportive o nell’organizzazione degli eventi la presenza femminile è ormai rilevante e in aumento, ma quelli sono ruoli che non richiedono una presenza costante come quella di chi allena e gioca. In generale un uomo che lascia la famiglia per fare l’allenatore viene comunque visto come uno molto dedito al proprio lavoro, fa notare Campedelli, mentre una donna che fa lo stesso sembra quasi dover giustificare le proprie scelte.
– Leggi anche: Per giocare a pallavolo bisogna stare nel “qui e ora”
Un altro tema, secondo Velasco, è che molte giocatrici preferiscono essere allenate da uomini, perché sostengono che funzionino in maniera più semplice rispetto alle donne (alle giocatrici lui risponde scherzando che va così perché nei secoli le donne hanno imparato come gestirli, mentre fregare un’altra donna è più difficile).
Per Campedelli invece tra atlete e un’allenatrice ci si intende in maniera più immediata, e vedere una donna al comando dello staff tecnico può essere un ulteriore stimolo e motivo di incoraggiamento per loro. Maria Ilaria Donadi, che allena la SilVolley di Trebaseleghe, una squadra maschile di A3, in provincia di Padova, dice di non aver mai percepito una distinzione di genere con i ragazzi che allena, e che viene semplicemente vista «come il loro allenatore».
Quanto alla sua esperienza in Iran e in Pakistan, che sono paesi islamici, Campedelli dice che il fatto di essere una donna «non è stato un ostacolo in più, ma paradossalmente parte della soluzione»: le ha permesso di creare un rapporto di fiducia con atlete che devono già superare le diffidenze quotidiane delle loro famiglie, delle loro comunità e delle loro istituzioni religiose solo per il fatto di praticare uno sport.
Ci sono anche casi virtuosi, come il sistema universitario degli Stati Uniti, dove le allenatrici possono seguire un percorso strutturato, che parte dal ruolo di assistente e da lì offre molte più opportunità per allenare squadre via via più importanti, anche all’estero.
Nel 2025 la Federazione internazionale di pallavolo (FIVB) ha inoltre presentato un’iniziativa per incoraggiare tutte le nazionali femminili che partecipano alla Nations League ad avere almeno un’allenatrice in uno staff tecnico di sei persone. Nel torneo di quest’estate, 13 nazionali su 18 ne avevano effettivamente registrata almeno una: tra queste non c’erano però né l’Italia, che è arrivata terza, né la Turchia, la vincitrice.
Manfredi dice che una misura simile può aiutare, ma riconosce che ancora prima di pensare alle opportunità bisognerebbe incoraggiare donne e ragazze a intraprendere questa carriera. Se si vogliono davvero cambiare le cose, secondo Campedelli, da un lato sono necessarie misure concrete per sostenere chi ha responsabilità di cura di altre persone; dall’altro serve un cambiamento culturale più profondo, che porti a elevare la leadership femminile, non soltanto nello sport, e nel frattempo normalizzare le donne che allenano ad alto livello, senza vederle come eccezioni.
Per Manfredi, comunque, la scarsa presenza di allenatrici in Italia non è assolutamente un discorso di competenze: «Sulla qualità le ragazze non hanno nulla di invidiare ai ragazzi».



