Come si fa memoria di un evento come il G8 di Genova

Storia dell'archivio che custodisce i documenti sui fatti di luglio 2001, e del perché si trova in un centro sociale di Bologna

di Alice Facchini, da Bologna

I fascicoli con i documenti del processo per i pestaggi alla scuola Diaz (Alice Facchini/il Post)
I fascicoli con i documenti del processo per i pestaggi alla scuola Diaz (Alice Facchini/il Post)
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Quattro stanze piene di scatoloni, un paio di tavoli, una fila di sedie impilate e una serie di scaffali metallici con centinaia di faldoni numerati. Ai muri sono appesi alcuni cartelloni del doposcuola con le tabelline, e i festoni colorati rimasti dalle ultime cene di autofinanziamento. In pochi sanno che qui, al Centro di documentazione dei movimenti di Bologna, è conservata la gran parte dei documenti dei processi per il G8 di Genova del 2001, messi insieme negli anni dai manifestanti e dai loro avvocati.

Da quel G8 sono passati venticinque anni. Mentre a Genova si incontravano i leader delle maggiori potenze mondiali, avvennero alcuni degli episodi più violenti e importanti della storia italiana recente. Tra il 19 e il 21 luglio del 2001 ci furono grandi manifestazioni dei movimenti no global, contrari al modello di sviluppo economico basato sulla globalizzazione, che furono represse ferocemente: Amnesty International definì quei giorni «la più grave sospensione dei diritti umani e democratici in un paese occidentale dal dopoguerra».

Questi episodi sono ricordati e discussi ciclicamente e con grande partecipazione, provocando ancora oggi tensioni e scontri politici. Nonostante questo, la documentazione che si trova oggi a Bologna al Centro di documentazione, noto anche come Centro doc, rischiava di andare perduta.

I documenti vennero raccolti dal Genoa Legal Forum, un gruppo di sostegno legale attorno a cui orbitavano i circa 150 avvocati che difendevano gli imputati e le persone offese durante le giornate del G8. Nella sede del Genoa Legal Forum, che si trovava in via San Luca, gli avvocati si incontravano per coordinarsi, condividere materiale e definire le strategie processuali.

I processi principali furono tre: quello per i pestaggi nella scuola Diaz, dove dormivano gli attivisti del Genoa Social Forum, quello per le torture nella caserma di Bolzaneto, e quello per devastazione e saccheggio contro 25 manifestanti.

– Leggi anche: Cosa successe al G8 di Genova

Oltre ai documenti di questi tre processi, al Centro doc ci sono anche quelli delle indagini preliminari per i fatti di piazza Alimonda, dove venne ucciso il manifestante Carlo Giuliani. Giuliani aveva 23 anni. Il caso fu archiviato perché il giudice stabilì che il carabiniere che sparò, Mario Placanica, avrebbe agito per legittima difesa, e così non venne fatto nessun processo.

La memoria difensiva di Placanica (Alice Facchini/il Post)

Alla fine dei processi, nel 2013, il materiale raccolto era tantissimo: 310 faldoni con migliaia di documenti, 6.275 articoli di giornale, 1.350 ore di filmati in VHS, 80mila foto e 18mila audio, tra cui le comunicazioni radio di carabinieri e polizia, e le telefonate del 112, 113 e 118. Un po’ di questo materiale venne caricato sul sito processig8.net, che ancora oggi è attivo. Restava da collocare tutto il materiale cartaceo e in videocassetta che non era stato digitalizzato.

Il Genoa Legal Forum aveva esaurito la sua funzione, e di lì a poco avrebbe cambiato sede. Non poteva conservare tutti quei documenti, bisognava trovare un altro posto. L’obiettivo era restituire alle persone quel materiale, mettendolo a disposizione per la consultazione. A quel punto era rimasto solo il consulente legale e documentarista Carlo Bachschmidt, responsabile della segreteria del Genoa Legal Forum, a occuparsi dell’archivio. Inizialmente la sua idea era di aprire un centro di documentazione a Genova, ma il confronto con il comune e con l’università non portò a nulla. Bachschmidt parlò di «disinteresse» delle istituzioni.

Il rischio era che i documenti finissero per restare chiusi in una cantina o in un magazzino, e chi si occupa di archivistica sa che conservarli in ambienti umidi o comunque inadeguati significa rovinarli, alla lunga. Fu allora che Heidi Giuliani, madre di Carlo, suggerì di spostarli a Bologna, nel Centro doc, che già da anni si occupava di raccogliere materiali sui movimenti come quello no global.

Nel febbraio del 2021 i documenti vennero spostati: «Usammo la mia macchina e un furgone a noleggio», racconta l’attivista Chiara Di Stefano. «C’era la pandemia e non si poteva circolare fuori regione. Avevamo l’autorizzazione di un’avvocata, fu un po’ un’avventura».

Il Centro doc era nato nel 2004 all’interno dello spazio sociale Vag61 di Bologna, in via Paolo Fabbri, per raccogliere documenti, volantini, manifesti e rassegne stampa. Oggi è intitolato a Francesco Lorusso e Carlo Giuliani e va avanti grazie al lavoro di quattro attivisti e alcuni tirocinanti dell’università di Bologna, che catalogano i materiali, li digitalizzano e periodicamente organizzano iniziative per fare memoria di quegli eventi.
«C’è sempre tanto da fare», dice Nicola Pezzi, anche lui attivista. «Abbiamo ancora moltissimi documenti da scannerizzare e decine di VHS e audio da digitalizzare. Ci vuole molto tempo e noi siamo pochi».

Valorizzare tutto questo materiale facendo affidamento solo sul volontarismo è difficile. Nel 2015 la Soprintendenza archivistica dell’Emilia-Romagna ha riconosciuto il Centro doc come sito di interesse culturale. Nonostante questo, il progetto non riceve finanziamenti pubblici e le attività vanno avanti grazie a iniziative di autofinanziamento, come concerti e cene sociali organizzate dentro Vag61.

L’archivio è aperto alla consultazione ogni martedì o su richiesta, ed è frequentato da ricercatori, studenti universitari e giornalisti. Orientarsi tra gli scaffali non è semplice, ci sono vari fondi chiamati con il nome della persona che ha raccolto i materiali, e al loro interno ciascuno ha documenti di vario tipo (c’è per esempio un fondo dedicato a Roberto Roversi, poeta e intellettuale bolognese). Gli “elenchi di versamento”, ossia le liste di tutti i materiali contenuti in un fondo, spesso hanno solo delle diciture tecniche, senza spiegare il contenuto effettivo dei singoli documenti: insomma, non è sempre possibile sapere dove trovare quello che si cerca.

Per consultare gli elenchi è necessario andare in presenza al Centro doc e usare il computer che si trova nella sala principale. «Vogliamo entrare in relazione con le persone, si tratta di documenti sensibili, che contengono anche i dati personali, non vogliamo caricarli su internet senza nessun tipo di controllo», dice Nicola Pezzi.

L’attivista del Centro di documentazione di Bologna Nicola Pezzi consulta i video digitalizzati (Alice Facchini/il Post)

Per quanto riguarda il fondo del G8 c’è una difficoltà ulteriore, perché alcuni fascicoli hanno una doppia numerazione riferita a due diverse catalogazioni, fatte in due diversi momenti all’epoca del Genoa Legal Forum. Pezzi racconta che, quando portarono i fascicoli al Centro doc, non fu facile fare ordine: «Alcuni fascicoli erano numerati usando dei post-it che nel trasporto si sono staccati. Non siamo ancora riusciti a visionare tutto il materiale».

«Conservare documenti come questi è importante non solo per conoscere il nostro passato, ma per avviare riflessioni sul nostro presente», dice Chiara Di Stefano. Per questo il Centro doc organizza periodicamente incontri, presentazioni di libri e mostre, che di solito si tengono dentro allo spazio autogestito del Vag61.

L’attivista del Centro di documentazione di Bologna Chiara Di Stefano mostra la locandina di uno spettacolo teatrale sulla morte di Carlo Giuliani (Alice Facchini/il Post)

Non è un caso che il Centro doc sia dedicato a Francesco Lorusso, ucciso a Bologna nel 1977, e Carlo Giuliani, ucciso a Genova nel 2001: «La storia si ripete», dice Chiara Di Stefano. «Ancora oggi non esistono organi di monitoraggio indipendenti per verificare la condotta delle forze di polizia, per questo è così importante tramandare la memoria».

Farlo di eventi dibattuti e tuttora dolorosi come il G8, però, non è facile perché mancano gli spazi di condivisione e analisi che vadano oltre la contrapposizione politica. Il Centro sta provando a crearli. Ma oltre a questo ha anche una funzione molto pratica: i faldoni occupano spazio, e ci vuole un posto dove conservarli.

«C’è bisogno di difendere questi presidi che ospitano fonti preziose, che portano una narrazione alternativa rispetto a quella ufficiale, e proprio per questo rischiano di essere perse», dice Toni Rovatti, storica dell’università di Bologna che si occupa di archivi privati e storia orale. «Chi consulta questi materiali sa che rappresentano solo un punto di vista, quello dei manifestanti, così come però rappresentano solo un punto di vista anche gli archivi istituzionali, che spesso hanno la pretesa di custodire “la verità”. Dobbiamo renderci conto che la prospettiva è sempre parziale».

Quello di Rovatti è un discorso che vale anche al di là del G8. Oltre a conservare fogli e fascicoli, gli archivi sono il luogo da cui possono avere inizio rielaborazioni collettive sulla base di quei fogli e fascicoli. Quando una società non ha memoria di sé diventa inconsapevole della propria identità, e conseguentemente più fragile, più esposta a narrazioni distorte e manipolazioni.

Grazie al materiale raccolto dal Centro doc, in futuro ci potranno essere nuove analisi storiche e riflessioni critiche sui fatti del G8. «Oggi ognuno rilegge i fatti del G8 di Genova con i propri occhi: questi archivi ci aiutano a conservarne la memoria in tutta la loro complessità, e a non appiattirli in una narrazione cristallizzata».