I ragazzi stanno bene, forse

«Perché ogni generazione adulta ripete lo stesso schema di sfiducia verso le generazioni più giovani? Si potrebbe parlare di nostalgia selettiva o di capro espiatorio collettivo, ma anche di qualcosa di meno facile da ammettere, il risentimento mascherato da preoccupazione. Una forma di invidia, forse?»

Tre ragazzi attraversano la strada su motorini elettrici a Tallinn in Estonia, mercoledì 13 maggio 2026. (AP Photo/Sergei Grits)
Tre ragazzi attraversano la strada su motorini elettrici a Tallinn in Estonia, mercoledì 13 maggio 2026. (AP Photo/Sergei Grits)
Emanuele Nicolotti
Emanuele Nicolotti

È scrittore e ricercatore. Ha collaborato con Il Tascabile, con la rivista inglese Anima Loci e ha scritto testi teatrali per diverse istituzioni europee. Vive a Berlino.

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«The floor is lava!»

Alzo gli occhi verso il parco giochi di fianco al bar dove sto bevendo un caffè. È una bella giornata di sole a Berlino. È una bambina ad aver appena gridato quella frase in inglese. Il pavimento è lava! Avrà cinque o sei anni, non di più. Ora si è messa a contare: «Uno, due, tre», e un’orda di bambini della sua stessa età comincia a correre. Alcuni saltano sulle panchine, altri si lanciano sulle altalene, altri ancora si arrampicano su un castello di legno a forma di carota.

«Quattro, cinque!»

La bambina finisce di contare. Tutti salvi, tranne gli adulti: tre insegnanti rimasti nella lava. Uno di loro finge di bruciare. I bambini ridono.

In quel bar vado quasi ogni giorno dopo pranzo prendendomi una pausa dal lavoro. Di solito lascio il telefono a casa. Mi piace questa cosa di uscire senza telefono. Cerco di farlo il più spesso possibile. Invece di provocarmi nomofobia, mi dà una sorta di eccitazione. Mi sento come un piccolo rivoluzionario. Senza telefono addirittura mi sembra di camminare con una leggerezza diversa.

Arrivo al bar, ordino il mio caffè, e se la giornata è bella mi siedo ai tavolini fuori. Dopodiché mi incammino di nuovo verso casa, ma non è raro che allunghi il rientro con una capatina al supermercato per comprare un paio di cose anche qualora non avessi nulla di urgente da comprare. Me la prendo comoda, in questa autoimposta pausa dalla tecnologia. Perché per parafrasare quella bambina, ultimamente e sempre di più per me the screen is lava.

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Da un annetto sto cercando di limitare il tempo che passo di fronte agli schermi. Non che ne sia dipendente, e allo stesso modo non è mia intenzione diventare un neoluddista. Non sono mai stato contrario alla tecnologia, sebbene non abbia un televisore e il mio primo smartphone l’abbia comprato solo nel 2015, a trentadue anni. A volte, però, succede che ci caschi, come tutti.

Capita nei momenti di noia, o di particolare fragilità, che passi lunghe mezz’ore (mi vergogno a scrivere «ore», magari prendo coraggio quando rileggo) a fare doomscrolling, specialmente prima di dormire o la mattina appena sveglio. Quando succede mi sento in colpa, ma poi entra in scivolata il solito senso di autoconservazione e mi ripeto che dopotutto me lo merito, di staccare il cervello ogni tanto, soprattutto se so di essere stato abbastanza produttivo durante il giorno: se ho letto, scritto, fatto i miei 10 mila passi – ovvio: per verificare questo devo guardare il telefono una volta in più e controllare sulla mia Health App.

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Questa piccola abitudine di appstinenza nasce certamente da un desiderio di non voler dipendere troppo dalla tecnologia, ma allo stesso tempo mentre la metto in atto giorno dopo giorno non riesco a fare a meno di chiedermi se tutto l’allarmismo attorno alla cosiddetta “dipendenza da internet” sia fondato. Si discute molto in questi mesi della necessità di limitare l’uso di dispositivi digitali tra i più giovani. Solo nell’ultimo anno, in Australia è stata introdotta una normativa che vieta l’uso dei social media ai minori di 16 anni, così come in Malaysia e in Indonesia; in Francia è stata approvata una legge analoga per i minori di 15 anni. Quello che non convince del tutto, però, è come le preoccupazioni che alimentano queste iniziative precedano il consenso scientifico, considerando che il dibattito accademico sul legame tra internet e salute mentale e cognitiva è tuttora aperto.

Sebbene esista una correlazione tra la diffusione degli smartphone e l’aumento di problemi quali comportamenti depressivi, ansiosi e autolesionistici tra gli adolescenti, tali evidenze non dimostrano un rapporto di causalità. La “dipendenza da internet” non è una diagnosi riconosciuta dal DSM, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. L’American Psychiatric Association la considera un’area che richiede ulteriori ricerche. Finora gran parte delle prove portate a sostegno della tesi che esista una simile dipendenza e che abbia effetti negativi sulla salute mentale e cognitiva si basano su opinioni e dichiarazioni raccolte attraverso questionari e interviste. Materiale prezioso, certo, ma non ancora supportato da solidi dati quantitativi e relazioni di causalità, quindi non immune alla distorsione di presentimenti, paranoie, paure: le tre grandi P – ho deciso di battezzarle così – che, come la storia insegna quando si parla di nuovi trend e tecnologie, vengono spesso proiettate dalle generazioni adulte su quelle che le seguono.

Ricordo quando verso la fine degli anni Novanta per Natale i miei genitori comprarono a me e ai miei fratelli una console per videogiochi SEGA. Credo fosse il modello Mega Drive. Erano gli anni in cui andavano per la maggiore gli sparatutto e i picchiaduro. Inutile dire che mia madre si pentì immediatamente di averci fatto quel regalo, quando ci vide passare pomeriggi interi davanti alla televisione ad ammazzarci di botte virtuali su Mortal Kombat e Street Fighter.

Una volta, sentendomi esclamare «Ora t’ammazzo!» rivolto al personaggio controllato da mio fratello maggiore, mia madre non ci vide più dalla paura che diventassimo dei criminali veri e ci sequestrò l’intera console. Tutte le lacrime del mondo non le fecero cambiare idea, finché non riuscimmo a elemosinare un compromesso: ce l’avrebbe restituita, ma senza i giochi violenti. Io e i miei fratelli passammo quell’estate a fare a turno per giocare a Sonic the Hedgehog, anche se con grande delusione dovemmo constatare che quel gioco non dava lo stesso brivido dei picchiaduro.

Erano gli anni in cui la generazione dei miei genitori discuteva dei rischi legati alla violenza interattiva – virtuale, estetizzata. Si temeva che potesse tradursi in comportamenti di immedesimazione e imitazione da parte dei loro figli nel mondo reale. Ne parlavano ai telegiornali, nei talk show, persino nelle omelie in chiesa la domenica. Come oggi avviene con gli smartphone e i social media, c’era chi voleva vietare del tutto i videogiochi violenti. In alcuni casi eclatanti ci riuscirono.

Tra il 1997 e il 1998, il parlamento decise di vietare la vendita di Carmageddon, un popolarissimo simulatore di crimine decisamente splatter in cui il giocatore deve guidare un’auto cercando di investire il maggior numero possibile di pedoni. Il blocco fu poi ritirato dopo che la casa produttrice del videogioco pubblicò una versione in cui i pedoni erano zombie dal sangue verde. Nel 1998 una sorte simile toccò a Resident Evil 2, la cui distribuzione fu vietata in Italia fino all’anno successivo; persino la sua pubblicità venne bandita perché reputata troppo esplicita.

La fama dei videogiochi violenti tra le generazioni adulte precipitò ulteriormente il 20 aprile 1999, quando Eric Harris e Dylan Klebold uccisero 12 studenti e un insegnante e ne ferirono altri 23 in una scuola superiore del Colorado, in quello che viene oggi ricordato come il Massacro della Columbine High School. Giornalisti, psicologi, commentatori non tardarono a sottolineare quanto i due ragazzi amassero Doom, uno sparatutto che veniva utilizzato anche dall’esercito statunitense per addestrare i soldati.

Eppure oggi, dopo decenni di studi, non è stato identificato un nesso causale statisticamente significativo tra violenza virtuale e reale come omicidi e sparatorie di massa. Al punto che, nel 2020, l’American Psychological Association (APA) ha invitato nuovamente alla cautela, precisando che sebbene i videogiochi come sparatutto e picchiaduro potrebbero avere una responsabilità in una certa predisposizione a comportamenti come urla e spintoni tra ragazzini, lo stesso non è stato provato per quanto riguarda episodi di violenza.  E continuare a pensare il contrario, continua l’APA, distoglie l’attenzione da cause ben più rilevanti che generano violenza, come salute mentale e contesto familiare, sociale, economico. È ufficiale: gli adulti degli anni Novanta si erano sbagliati.

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Tra i vari interessi che mi allontanarono dai videogiochi qualche anno più tardi, fece la sua comparsa nella mia vita di sedicenne la musica metal. Fu un amore breve ma intenso, durato un paio d’anni in cui non volevo altro: sarei diventato un metallaro. La prima cosa da fare, a parte masterizzare CD e copiare cassette di quante più band dai nomi illeggibili mi consigliavano amici e compagni di classe, fu quella di farmi crescere i capelli. Cosa che non mancò di offrire a mio padre l’occasione di cominciare a prendermi in giro chiamandomi “scavioc”, parola che nel dialetto delle mie parti significa qualcosa come “capellone”, “spettinato”, e invitandomi ad andare dal “barbè”. Quanti pianti! Eppure qualcosa non tornava.

Nei vari album di famiglia le vedevo bene le foto in cui mio padre da giovane, da buon figlio dei fiori appassionato di Beatles e Nomadi, compariva con i capelli lunghi almeno quanto i miei. Non gli ho mai chiesto cosa ne pensasse suo padre di quella pettinatura, ma immagino fosse tutt’altro che felice, considerando le idee politiche di mio nonno che per usare un’espressione gentile definiremo “particolarmente reazionarie” e l’allarmismo con cui gli adulti parlavano dei “capelloni” in Italia nella seconda metà degli anni Sessanta.

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Tornando a oggi. Non sto sostenendo che non esista un uso problematico e potenzialmente disfunzionale di dispositivi come smartphone e tablet. Oltre a scrivere, lavoro come ricercatore nel campo della user experience e so bene che molte applicazioni vengono progettate per catturare e trattenere l’attenzione il più a lungo possibile, proprio come da decenni vengono progettati videogiochi, costruiti programmi televisivi e confezionate merendine.

Cliccando in alto a destra sul mio MacBook, una finestrella mi fornisce in tempo reale una statistica complessiva delle ore che passo sui miei due dispositivi interconnessi – laptop e smartphone – distinguendo tra app utilizzate e categorie. A quanto pare ogni settimana trascorro oltre 13 ore al giorno davanti a uno schermo. A volte tocco quota 16. Eccessivo o nella norma: chi lo può dire con certezza? È ancora da chiarire in termini di ore e tipologia di utilizzo cosa si intenda per “eccessivo”.

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Intanto suppongo che non tutto lo screen time venga per nuocere. Se escludo l’attività su Gmail, Pages, Excel, Apple Books, software di lavoro e varie testate giornalistiche – attività che implica un uso produttivo degli schermi – risulta che passo comunque circa 3 ore al giorno di uso passivo, tra contenuti brevi e video su YouTube e Instagram. Quando l’ho scoperto mi è sembrato tanto, così ho deciso di regalarmi quella mezz’oretta al giorno senza telefono al bar dietro casa.

Per parlare di dipendenza ci vogliono criteri diagnostici specifici, tra cui soglie di tolleranza, sintomi di astinenza, compromissione del funzionamento personale, sociale, lavorativo. E nel caso di una possibile “dipendenza da internet” o da schermi, questi criteri non sembra siano applicabili. Il fatto che un uso prolungato di dispositivi digitali e condizioni come depressione, ansia sociale e solitudine siano spesso correlati nei più giovani non chiarisce automaticamente il loro rapporto causale. È plausibile, infatti, che siano proprio quelle condizioni – depressione, ansia sociale e solitudine – a favorire un uso smodato di smartphone e tablet, e non il contrario.

La domanda che mi faccio sempre più spesso è perché ogni generazione adulta sembra condannata a ripetere lo stesso schema di sfiducia verso le generazioni più giovani, i loro comportamenti, i loro linguaggi e trend? Non ho ancora trovato una risposta univoca. So che in alcuni casi si potrebbe parlare di nostalgia selettiva, per un passato idealizzato, ricordato come migliore perché vissuto in prima persona, con quell’eccitazione adolescenziale che fa sembrare tutto possibile, sotto controllo: «Ah, quand’ero giovane io…».

In altri casi potrebbe trattarsi invece del suo rovescio: quello del capro espiatorio collettivo. Quando in momenti di cambiamento sociale, ansie e paure si concentrano su chi è arrivato dopo – i novellini, gli inesperti. Capita ancora di più oggi con le nuove generazioni che, se confrontate per esempio con i baby boomer, sono già numericamente in svantaggio, hanno meno potere contrattuale e meno strumenti di negoziazione economica e sociale: insomma, sono le vittime sacrificali perfette.

Quello che mi sembra mancare in entrambe queste letture è qualcosa di meno facile da ammettere. Qualcosa di simile al risentimento mascherato da preoccupazione. Una forma di invidia, forse, certo un po’ subdola, verso chi ha ancora il futuro davanti. Mi chiedo se sia lì che si annidano alcune delle accuse secondo cui i giovani di oggi sprechino il loro tempo di fronte agli schermi e che possano diventarne dipendenti. Che sia un modo un po’ ipocrita di noi adulti per non fare i conti con il tempo che abbiamo sprecato noi? Come a dire: i giovani non sanno proprio come si usa la giovinezza – se solo potessimo riaverla indietro noi e dimostrarglielo!

Eppure, ironia della sorte, le proposte di legge che limitano l’uso di smartphone e social media sono scritte oggi da adulti che su Instagram e TikTok passano la stessa quantità di ore dei giovani, se non di più. Tra questi adulti ci saranno indubbiamente alcuni di quei ragazzi che, negli anni Ottanta e Novanta, si lamentavano quando il loro videogioco violento preferito veniva sequestrato dalla madre o minacciava di essere tolto dal mercato. E quelli che, negli anni Sessanta e Settanta, contro il volere dei propri genitori o di una più vasta opinione pubblica, volevano portare i capelli lunghi o passavano le giornate ad ascoltare lo stesso disco.

(Senza contare quegli adulti che oggi leggono poco o nulla, visto che in Italia solo il 68% delle persone di età compresa tra i 55 e i 74 anni dichiara di aver letto almeno un libro nell’arco del 2025, risultando la coorte meno lettrice di tutte, ben trenta punti percentuali sotto i giovanissimi. Ma come, i giovanissimi non erano a rischio di dipendenza da internet, e ora salta fuori che leggono largamente più degli adulti?)

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Quando feci notare a mio padre, foto alla mano, che lui stesso era stato uno “scavion”, rise e disse che era solo una moda, che i capelli non lo definivano interamente. Ma allora cosa gli faceva pensare che l’essere capellone metallaro potesse definire interamente me? E ugualmente, cosa fa pensare agli adulti di oggi che le nuove generazioni, i giovani – i veri digital natives, non come me e i vari legislatori che agli smartphone ci siamo arrivati dopo e meno preparati – non siano in grado di gestire le proprie mode, il proprio tempo?

Non è mai stato facile essere giovani, ma i ragazzi stanno bene, loro forse lo trovano sempre il modo. Come quei bambini al parco giochi di fianco al bar: quando il pavimento all’improvviso si è fatto lava, l’hanno annunciato «The floor is lava!» e sono corsi subito tutti al riparo. Mentre gli unici a finirci dentro sono stati gli adulti.

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