Fare il commissario esterno alla maturità, con 40°
«Fra tutti i compiti, questo è probabilmente il più straniante: occuparsi delle stesse cose di cui ci si occupa ogni santo giorno con persone che non si conoscono affatto. Il tutto commentando il caldo infernale tra ventilatori fruscianti e un certo numero di albicocche»

Sto mangiando un’albicocca, mentre mi chiedo quale relazione esista fra il concetto di fatica proposto nella traccia d’esame e le considerazioni formulate da un candidato a proposito dell’umorismo pirandelliano. Sono seduto vicino all’uscita d’emergenza della seconda ala nord dell’istituto, al primo piano, in fondo al corridoio.
La mia condizione, albicocca o meno, è la stessa di svariate migliaia di insegnanti d’Italia in queste settimane insopportabili e divertenti, cioè quella di lavorare come membro esterno in una commissione dell’esame di maturità.
A marzo, dato che la mia materia non risultava fra quelle selezionate dal ministero per il mio corso di studi, mi sono messo a disposizione come commissario esterno; durante la prima settimana di giugno ho ricevuto la nomina e ora eccoci qua: io, una collega, l’albicocca, un ventilatore, e cinquanta temi da correggere.
Fra tutti i compiti richiesti alla nostra categoria, quello del commissario esterno è probabilmente quello più straniante: da un lato bisogna occuparsi delle stesse cose di cui ci si occupa ogni santo giorno di lavoro – accogliere i ragazzi, accompagnarli nelle attività, valutare il rendimento e adempiere alle inimitabili esigenze burocratiche – e dall’altro bisogna fare tutto questo al servizio di persone che non si conoscono affatto.
Si tratta peraltro di uno straniamento asimmetrico, perché grazie ai siti ministeriali e al combinato disposto social/WhatsApp, i ragazzi possono invece strappare informazioni preziose in anticipo. Su ogni commissario esterno circolano infatti domande e boxini (È empatico?, Com’è con i voti?, Chiede tanto il lessico specifico?) e risposte (È cattivissimo, pare abbia riferito qualche mio studente a chi chiedeva informazioni sul mio conto sui social, giudizio con il quale il mio ego non ha ancora capito cosa fare).
In termini generali credo che la composizione della commissione sia pensata in modo equilibrato e che questi meccanismi siano sensati, eppure il lavoro del commissario esterno comincia così: con decine di nomi e cognomi. Nomi, cognomi e numeri, certo: il credito scolastico accumulato durante il triennio finale e il voto in pagella ottenuto nella materia di cui si è commissari sono cinicamente i più interessanti fra cui curiosare.
Non si conoscono i ragazzi, ma generalmente nemmeno i colleghi. E così nel corso del primo giorno di lavoro della commissione si percepisce un clima di tabula rasa, di nuovo inizio. Osservare da esterno i primi andamenti della commissione è sempre un esercizio stimolante: qual è l’atteggiamento del presidente? Che rapporti ci saranno fra i commissari interni? Chi dovrà cedere sui compromessi normalmente necessari per pubblicare il calendario delle attività?
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Tutto questo accade, nel mio caso, in un edificio costruito fra un centro commerciale e un lungo corso stipato di capannoni industriali e pensiline scardinate, dove i livelli medi di temperatura dell’atmosfera oscillano nell’intervallo stretto che separa le ambientazioni di certi quadri di Giorgio de Chirico e il duodeno infiammato di un drago sputafuoco.
E tutto questo accade anche, figurarsi, mentre alcuni ventilatori a piantana sfrusciano con solerzia per smuovere l’aria nei locali scolastici, molto calda già alle otto della mattina. Ce ne sono due o tre per corridoio; con la loro attività benemerita e inadeguata alla soluzione del problema, sembrano voler contraddire tutti gli utenti social che commentano laconici «È finito il Novecento» alla notizia della morte di Pippo Baudo, Maurizio Costanzo o Mikhail Gorbaciov. È sufficiente guardare quei ventilatori per concludere che il Novecento è ancora in corso, altroché, almeno fino a quando non riusciremo a godere dei sistemi di condizionamento dell’aria anche nelle aule scolastiche della Repubblica.
Durante i giorni delle prove scritte, i commissari esterni incontrano i candidati e alcune facce cominciano ad appiccicarsi su alcuni nomi. Bisogna aspettare parecchio, anche un’oretta, perché le tracce d’esame contenute nel plico ministeriale diventino fotocopie distribuite a ciascun candidato. Così i ragazzi più intraprendenti ne approfittano per rompere il ghiaccio con noi esterni, qualcuno sfrutta conoscenze in comune per attaccare bottone e in fin dei conti c’è abbastanza tempo per le care, vecchie, impagabili frasi di circostanza: si commenta il caldo infernale, si elencano le provviste di snack e bevande disposti sul banco di fianco ai ventilatori portatili, e si tirano a indovinare i possibili nomi degli autori dei brani proposti.
La sensazione di spettatore esterno si attenua un poco durante queste ore di sorveglianza, ma ricompare con prepotenza durante le giornate di correzione delle prove. Due classi composte da venticinque studenti sono cinquanta prime prove da leggere, rileggere, commentare e valutare; sono quattro giornate di lavoro, una quarantina d’ore di ventilatori sfruscianti e un certo numero di albicocche.
È piacevole leggere la bella prosa di alcuni testi, l’efficacia di alcuni riferimenti culturali, la sintassi articolata dei passaggi più ispirati: sembra di intravedere il respiro di un polmone, il dispiegarsi di un gesto intellettuale. Ma è un piacere che non si trasforma mai in piena soddisfazione: del resto, chissà chi è, questo candidato che scrive così bene. Lo stesso vale, in modo speculare, per i peggiori errori ortografici, per i ragionamenti che girano a vuoto, per i periodi bizzarramente privi della frase principale.
A proposito di straniamento, queste sono inoltre giornate durante le quali i commissari esterni ricevono mail dai propri studenti, a loro volta alle prese con una commissione d’esame e con altri commissari esterni: «Prof, come imposto la presentazione iniziale?», «Conviene parlare del capolavoro?», «Questa presentazione FSL (formazione scuola lavoro) può funzionare?».
«No, ragazzi, non mi sono dimenticato di voi», penso, mentre scarico un pdf dopo l’altro, rispondo a una mail, lascio commenti su un documento in condivisione.
Quando comincia la sessione delle prove orali, il cosiddetto colloquio, emerge infine un pezzetto di tempo durante il quale i candidati e i commissari esterni fanno qualcosa insieme. Ogni mattina sono convocati cinque candidati; per una cinquantina di minuti hanno finalmente una voce e un taglio di capelli, salutano un po’ emozionati quando entrano in aula, arrotolano le maniche della camicia, bevono un sorso d’acqua e si agitano per le domande più insidiose. Talvolta sono momenti piuttosto interessanti perché consentono a noi esterni di dialogare con studenti sconosciuti, di osservare come lavorano colleghi mai incontrati, di ripensare le cose facendo un passo a lato.
Nel frattempo il sole, non che lo si possa seriamente rimproverare, persiste nel cercare di trasformare il colloquio in un tormento, l’esame in uno strazio. I commissari sono seduti attorno a banchi disposti a ferro di cavallo, ma verso le undici della mattina c’è sempre qualcuno che si deve spostare, dicendo: «Scusate, è arrivato il sole». Poche cose sono più irriducibili del geocentrismo percepito.
Intanto i candidati rispondono alle domande, provano a intuire collegamenti fra una materia e l’altra, fanno esercizio di quel pensiero critico con cui li stoniamo per un quinquennio, e raccontano cosa vorrebbero fare una volta usciti dalla porta. Finché a un certo punto escono davvero, da quella porta, perché il tempo è finito e c’è un’estate intera che fa capolino. Mancano quarantanove candidati, poi quarantotto, poi quarantasette, poi un giorno di luglio dalla porta non entra nessuno. Ma dato che non sono le anatre di Central Park su cui si arrovellava il vecchio Holden, nessuno di noi si chiede dove siano finiti: a diciannove anni, avranno senz’altro un posto in cui stare.
E allora, non resta che firmare gli ultimi documenti, impacchettare tutto e salutare colleghe e colleghi, commissari interni ed esterni. Ci vediamo la prossima volta, magari fra due anni, magari sentiamoci, abbiamo lavorato bene insieme. L’esame di maturità l’abbiamo sostenuto da tanti anni, ma abbiamo preferito non uscire da quella porta.
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