La terribile storia di Christian Ranucci e della fine della pena di morte in Francia

«La decapitazione ebbe luogo all’alba del 28 luglio 1976, cinquant’anni fa, e scatenò un caso che portò all'abolizione della ghigliottina. Nel cimitero di Avignone, la sua lapide è la sola scritta in cirillico»

Una pagina del “Corriere della sera” del 28 novembre 1978
Una pagina del “Corriere della sera” del 28 novembre 1978
Giulia Depentor
Giulia Depentor

Si occupa di esplorazione cimiteriale, ricerca genealogica e narrativa investigativa. È l'autrice del podcast Camposanto e del libro Immemòriam (Feltrinelli, 2023).

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Nel quarto quadrante del Cimetière de Saint-Véran di Avignone, uno dei più antichi di Francia, si trova la tomba della famiglia Mathon. Il motivo per cui è impossibile non notarla è che, tra tutti i nomi incisi in alfabeto latino sulla lapide frontale, uno solo è scritto in caratteri cirillici.

Quando mi ci sono trovata di fronte per caso, ho cercato di immaginare quale potesse essere la spiegazione più plausibile. Ho ipotizzato che l’origine della famiglia fosse da ricercare in Europa orientale, ma poi mi sono chiesta quale fosse il senso di scrivere solo uno dei nomi in cirillico. E perché proprio quello?

Non sapendo decifrarlo, mi sono concentrata sull’unico elemento comprensibile: i numeri 1954 e 1976, cioè le date di nascita e morte. La presenza di un misterioso defunto russo (o almeno scritto in russo, che fosse russo l’avevo deciso io) sepolto in un cimitero francese e morto a soli 22 anni, mi è sembrata il migliore presupposto per una storia promettente, anche perché quando ho inserito in Google Translate l’immagine della lapide, ho scoperto che apparteneva a un certo Christian Ranucci. Nome italiano.

La tomba di Christian Ranucci al Cimetière de Saint-Veran di Avignone. L’espressione russa ortodossa «vechnaïa pamya» può essere tradotta come «Che il suo ricordo sia eterno» (Foto di Giulia Depentor)

Dove avevo già sentito quel nome? Il conduttore di Report? Poteva essere un antenato di Sigfrido? Una veloce ricerca in rete, approfondita in seguito attraverso la consultazione dei giornali dell’epoca, mi ha rivelato che mi trovavo di fronte alla tomba di uno degli ultimi condannati a morte di Francia, il terzultimo per la precisione.

All’inizio, pensavo di aver letto male: com’era possibile che quegli eventi riguardassero un periodo così recente? Forse la data di morte era 1796 e non 1976?

Non c’era nessun errore: Christian Ranucci, riconosciuto colpevole di un crimine agghiacciante, era stato ghigliottinato nel carcere delle Baumettes di Marsiglia proprio nel 1976, cioè appena cinquant’anni fa.

Sapevo ormai chi fosse, cosa avesse fatto e come fosse morto, ma ancora non riuscivo a spiegarmi come mai quell’uomo, che tra l’altro era di origine italiana e con la Russia non aveva nulla a che fare, fosse sepolto sotto quella strana lapide in cirillico.

Per scoprirlo ho dovuto rileggere una pagina fondamentale del lungo cammino della Francia verso il riconoscimento dei diritti umani dei condannati a morte e verso l’abolizione della pena capitale. I fatti che porteranno Ranucci al patibolo (la ricostruzione completa del caso si può leggere su Spazio70) si verificano alla fine della primavera del 1974.

Verso le 11 del 3 giugno, una bambina di otto anni di nome Marie-Dolorès Rambla scompare da Marsiglia. A rapirla, stando alla testimonianza del fratellino che era con lei, è un giovane che le chiede aiuto per ritrovare il suo cane e la fa salire sulla sua auto. Dopo due giorni di ricerche, la bambina viene ritrovata morta tra i cespugli di un boschetto fuori città. Le prove raccolte e le testimonianze puntano subito verso un commesso viaggiatore ventenne che vive con sua madre a Nizza: il suo nome è Christian Ranucci.

È lui l’uomo alla guida di una Peugeot 304 grigia che provoca un incidente appena un’ora dopo la scomparsa di Marie-Dolorès e che viene visto fuggire trascinando per mano una bambina. Ed è sempre lui che poco distante, nel pomeriggio del 3 giugno, viene aiutato da due operai perché è rimasto impantanato con una Peugeot 304 visibilmente incidentata. Christian Ranucci, identificato grazie al numero di targa dell’auto, ammette di aver provocato l’incidente e di essere fuggito in preda al panico, ma nega il suo coinvolgimento nel delitto.

In seguito, di fronte alle prove presentate dalla Gendarmerie, è costretto ad ammettere di aver rapito la piccola Marie-Dolorès e di averla poi pugnalata e finita a colpi di pietra. Nella sua auto, infatti, vengono trovati pantaloni sporchi di terra e sangue, e un capello compatibile con quello della bambina. Ranucci indica addirittura con precisione il luogo in cui ha sotterrato il coltello a serramanico che ha usato per uccidere la bambina.

Anche se mesi dopo ritratta la sua confessione affermando di essere stato forzato durante il lungo interrogatorio, Christian Ranucci viene incriminato per il rapimento e l’uccisione di Marie-Dolorès Rambla. Il processo che si svolge a Marsiglia nel marzo del 1976 dura soltanto due giorni e ha una carica mediatica potentissima. Pochi giorni prima, è stato ucciso un altro bambino in circostanze simili e l’opinione pubblica è inferocita. L’aula del tribunale è gremita, la folla invoca la pena di morte e i giornali contribuiscono ad alimentare l’agitazione, scegliendo titoli come «La France a peur» (la Francia ha paura). L’accusato è condannato a morte, senza che gli sia riconosciuta alcuna attenuante.

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La decapitazione ha luogo all’alba del 28 luglio 1976, cinquant’anni fa, dopo che il presidente della Repubblica Valéry Giscard d’Estaing ha respinto la richiesta di grazia. Ranucci, fino agli ultimi istanti di vita, continua a proclamare la sua innocenza, chiedendo di essere riabilitato, ma nessuno dubita mai della sua colpevolezza, a parte sua madre Héloïse Mathon che, dopo l’esecuzione, si pone come missione di vita la sua riabilitazione.

La foto segnaletica di Christian Ranucci (via Wikimedia)

Le cose cambiano un paio di anni dopo, nel 1978, quando lo scrittore e giornalista Gilles Perrault pubblica Le pull-over rouge, un saggio mai tradotto in italiano che diventerà popolarissimo in Francia e che, sulla base di alcuni elementi ritenuti dubbi, avanza la tesi che dietro alla condanna di Ranucci ci potesse essere un grave errore giudiziario. Gilles Perrault, che è un esponente del movimento a favore dell’abolizione della pena di morte, sostiene che la confessione di Ranucci sarebbe stata estorta dopo un interrogatorio violento ed estenuante. La polizia, inoltre, avrebbe trascurato una pista fondamentale: il “famoso” maglione rosso ritrovato sul luogo del delitto (che dà il titolo al libro), troppo grande per essere appartenuto a Ranucci ma, secondo lo scrittore, indossato dal vero assassino. L’indizio non sarebbe stato preso in considerazione nonostante la sua importanza per non prolungare le indagini, dato che in quel momento la polizia era sotto pressione e voleva chiudere il caso in fretta.

Anche se le prove elencate da Gilles Perrault sono state in larga parte smontate (sembra che alcune fossero state create ad arte dalla madre di Ranucci che, in questa missione di riabilitazione a tutti i costi, aveva “assunto” dei testimoni a favore del figlio), il libro ha avuto l’enorme merito di riportare il dibattito sulla pena di morte in primo piano. L’opinione pubblica francese è profondamente turbata da quanto sostenuto da Perrault. Se Ranucci fosse stato innocente, non ci sarebbe più stato modo di rimediare. Gli stessi giornali che nel 1976 esultavano per la sua decapitazione scrivendo «Giustizia è fatta», ora cambiano registro e scrivono «Ranucci, tué par rien?» («Ranucci: ucciso per niente?»). Nel 1981, dopo altre due esecuzioni, le ultime, di Jérôme Carrein e di Hamida Djandoubi, la Francia abolisce la pena di morte.

Il presidente della Repubblica francese Valérie Giscard d’Estaing rifiuta il ricorso dei legali di Christian Ranucci e «decide che la giustizia segua il suo corso». (via Wikimedia)

Ero arrivata a ricostruire tutta la storia, ma non avevo raccolto nessun elemento utile a spiegare la lapide in cirillico al cimitero di Avignone. Avrei scoperto che Héloïse Mathon, la madre di Christian Ranucci, ebbe un ruolo fondamentale. Una delle (tantissime) problematiche che la pena capitale porta con sé riguarda anche il trattamento dei cadaveri dei condannati, a prescindere dalla gravità del crimine da loro commesso. In Francia, in particolare, sul destino delle salme dei condannati a morte c’era un vuoto normativo.

Fin da prima della Rivoluzione Francese, quando ancora la pena di morte avviene tramite squartamento e impiccagione, i corpi dei condannati vanno incontro a una punizione perpetua. Certe condanne prevedono addirittura la privazione di una degna sepoltura cristiana: i corpi dei giustiziati vengono distrutti, esposti, gettati nelle discariche degli scarti di macelleria oppure, nei casi migliori, sepolti in modo totalmente anonimo in fosse comuni separate dai cimiteri civili. Si tratta di pratiche dalla carica simbolica potentissima che sanciscono ulteriormente l’esclusione dei suppliciés, anche dopo morti, dalla società come se la loro colpa non fosse stata ripagata con la morte.

In questo contesto l’intervento di Joseph-Ignace Guillotin nel 1789 è decisivo: il medico francese non propone solo un metodo di esecuzione più rapido e umano, perché più veloce per quanto cruento (la ghigliottina che da lui prende il nome), ma suggerisce anche che, su richiesta, i corpi dei condannati vengano riconsegnati alle famiglie per una sepoltura dignitosa. A due condizioni: nei registri cimiteriali non deve essere indicata la causa della morte e le esequie devono avvenire discretamente e sans aucun appareil (senza celebrazioni).

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L’articolo 14 del Codice penale allora in vigore che recepisce questa proposta, tuttavia, non dice nulla sul destino della maggioranza delle salme, cioè quelle di chi, per varie ragioni, non viene reclamato. Il trattamento riservato a questi resti continua a essere ancora lontanissimo da qualunque standard minimo di dignità umana. Secondo alcune testimonianze dell’epoca, è generalmente il boia stesso a occuparsi delle sepolture in modo brutale: i cadaveri, testa e tronco separati, vengono rovesciati nelle fosse e ricoperti con la segatura ancora intrisa di sangue. Talvolta, i cadaveri dei giustiziati vengono donati alla scienza e sottoposti a esperimenti e le loro teste sotto formaldeide destinate alle collezioni frenologiche o a esperimenti scientifici. La storia di Frankenstein, che non era francese, testimonia quanto questa usanza fosse diffusa.

Malgrado l’articolo 14 non dica nulla al riguardo, l’ostracismo che vige nei corpi dei giustiziati è ancora fortissimo. Come ricorda il giurista Jean-Pierre Tricon in un articolo del 2020, in alcuni cimiteri francesi esistono i cosiddetti carrés des suppliciés, sezioni riservate alle sepolture dei condannati a morte. Queste tombe continuano a essere anonime e di difficile individuazione, anche per le famiglie che chiedono in seguito la restituzione dei resti. Vengono perpetuate convenzioni senza alcuna base legale come la sepoltura anonima e in luoghi appartati, che impediscono di esercitare l’unico diritto chiaramente sancito dal Codice penale, quello di poter reclamare i corpi. È proprio in questo impasse normativo che entra in scena l’affaire Ranucci.

Dopo l’esecuzione, il corpo di Christian Ranucci è sepolto nel riquadro riservato ai suppliciés del cimitero di Saint-Pierre a Marsiglia. Il suo tumulo si trova in un angolo appartato, è anonimo e identificato solo da un bastone infilato nella terra che reca il numero 13. Héloïse Mathon, convinta che il figlio sia vittima innocente di un errore giudiziario, non può accettare quella che secondo lei è una seconda ingiustizia. Lasciarlo sepolto nel quadrante dei condannati sarebbe come accettare che quello è il posto giusto per lui e quindi ammetterne la colpevolezza. Mathon vuole a tutti i costi portare via il figlio dal cimitero dove, tra l’altro, è sepolta anche la piccola Marie-Dolorès Rambla.

È André Fraticelli, il suo avvocato, a occuparsi della questione. Avanza la richiesta di trasferimento al procuratore della Repubblica il quale, però, risponde negativamente. Fraticelli, allora, gli fa notare che l’articolo del codice che regola la materia sancisce il diritto delle famiglie alla restituzione del corpo, e che è stata solo la prassi amministrativa a negarlo. Il procuratore è costretto a riconoscere che non esistono basi normative dietro a quelle che di fatto sono solo consuetudini e autorizza la riesumazione. È la prima volta, nella storia delle esecuzioni capitali a Marsiglia, che a un condannato viene accordato il permesso di essere sepolto al di fuori del carré des suppliciés.

Il giorno dell’esumazione, al cimitero di Marsiglia, non ci sono preti, in ossequio al divieto di ogni celebrazione. Héloïse Mathon trova comunque un modo di arrangiarsi, recitando alcune preghiere e aspergendo il feretro del figlio con l’acqua di Lourdes che si è portata da casa.

È un giorno di metà agosto, il caldo è torrido e il fatto che Ranucci sia sepolto da oltre due settimane rende le manovre di esumazione a dir poco spiacevoli. Anche se l’odore è insopportabile, dicono le cronache, Héloïse pretende di fare il viaggio verso Avignone seduta nel retro del furgone, accanto alla bara del figlio.

Al suo arrivo, sono presenti un commissario di polizia e alcuni impiegati delle pompe funebri.  Durante la sepoltura, accade un incidente che Gilles Perrault racconta nel suo libro, e che ritengo emblematico dell’assoluta fiducia e venerazione che Héloïse Mathon aveva nei confronti del figlio. La semplice bara nella quale Ranucci è stato sepolto subito dopo l’esecuzione è stata inserita in un secondo feretro di qualità migliore. Il problema è che la doppia bara è ora troppo grande e i necrofori non riescono a farla entrare nella tomba. Per questo, decidono di romperla sul posto. Dal feretro esce liquido di decomposizione che forma una piccola pozza sul terreno. Héloïse Mathon raccoglie alcune schegge di legno della bara appena rotta, le impregna di quel liquido e se le mette nella borsa.

Nonostante la legge, le consuetudini continuano. Anche il direttore del cimitero di Avignone rifiuta di far incidere il nome di Ranucci sulla lapide. Non sono riuscita a trovare una fonte certa che spieghi la scritta in cirillico. Ci sono due versioni, ignoro quale dei due sia corretta. La prima sostiene che le lettere cirilliche fossero semplicemente un espediente per aggirare il divieto, escogitato da Héloïse Mathon che non può accettare, ancora una volta, che il figlio rimanga anonimo come tutti gli altri condannati a morte.

L’altra spiegazione, quella più diffusa e considerata quella “ufficiale”, a mio avviso ha un grosso punto debole. Quando il direttore rifiuta di far scrivere il nome di Ranucci sulla lapide, un nuovo intervento del Procuratore impone la revoca del divieto in mancanza di fondamenti legali. Per proteggere la tomba del figlio da vandali e profanatori, Héloïse Mathon ne avrebbe nascosto l’identità dietro alle lettere cirilliche, anche se in un cimitero quasi interamente composto da lapidi in alfabeto latino quella lapide sarebbe stata ancora più visibile.

Héloïse Mathon, fino alla sua morte avvenuta nel 2013, ha continuato a portare fiori bianchi sulla tomba del figlio, come simbolo di innocenza. Tutti, però, sanno dove è sepolto Ranucci, ed è probabilmente per questo che a quei fiori bianchi se ne aggiungono, puntualmente, anche di rossi. Chi li porta, probabilmente, vuole ricordare a tutti che quella è la tomba di un uomo giudicato colpevole di avere versato il sangue di una bambina.

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