Quel gol lì, quarant’anni fa

«Prima ci furono l’Heysel, l’Aids e Chernobyl. Poi arrivò il 22 giugno 1986 e il 55° minuto di Argentina-Inghilterra. Da quando esiste YouTube ho rivisto quel gol migliaia di volte, moltissime con la radiocronaca leggendaria di Victor Hugo Morales, il canto di un invasato davanti a un miracolo. “Barrilete cosmico, ¿de qué planeta viniste?”, “Aquilone cosmico, da quale pianeta sei venuto?"»

Diego Armando Maradona, Argentina, contro l'Inghilterra nello stadio Azteca di Città del Messico ai Mondiali di calcio del 1986 (Jean-Yves Ruszniewski/TempSport/Corbis/VCG via Getty Images)
Diego Armando Maradona, Argentina, contro l'Inghilterra nello stadio Azteca di Città del Messico ai Mondiali di calcio del 1986 (Jean-Yves Ruszniewski/TempSport/Corbis/VCG via Getty Images)
Christian Raimo
Christian Raimo

Nato nel 1975 a Roma, dove ancora vive, insegna filosofia e storia al liceo. Collabora con diverse testate, fa parte del progetto di giornalismo indipendente Sveja. Il suo libro più recente è L’invenzione del colore (La nave di Teseo).

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Vista retrospettivamente, l’adolescenza mia e di quelli nati a metà degli anni Settanta, a un certo punto, tra la metà del 1985 e la metà del 1986, subì, se non un Grande Trauma, una sorta di Grande Disincanto collettivo.

Avevo dieci anni quando la Juventus, la squadra che per me aveva contato quanto se non di più della mia famiglia, disputò la finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool nello stadio Heysel di Bruxelles. Avevo seguito tutte le partite ogni domenica e ogni mercoledì da anni, sapevo a memoria presenze e gol, altezza e peso, di ogni calciatore di quella squadra, e quando a scuola avevano chiesto di scegliere un libro a piacere avevo letto d’un fiato l’autobiografia di Platini, La mia vita come una partita di calcio. Il 29 maggio 1985 mio padre mi fece accendere la televisione più di un’ora prima, permettendomi di cenare sul divano. Poi, quando la scena in tv si fece atroce, con i telecronisti che non sapevano se raccontare o nascondere la strage che si consumava in diretta, mi mandò di fretta a letto, senza spiegarmi.

La mattina dopo quando mi svegliai la prima cosa che gli chiesi fu come fosse andata, e quando mio padre mi rispose che la Juve aveva vinto uno a zero, esultai per quella vittoria della Coppa dei Campioni che stavo aspettando da quando avevo memoria di me. Poi mi disse dei trentanove tifosi morti, tra cui diversi della mia età o anche più piccoli. Mi riempii di una vergogna e una rabbia che non riuscii ovviamente a tenere insieme. Platini e gli altri calciatori dichiararono nei giorni successivi che avevano giocato fino alla fine e avevano fatto un giro di campo con il trofeo in mano perché non gli era stato comunicato quello che era successo veramente. La Coppa non fu restituita.

Qualche mese dopo ero ancora, come avvenne per gran parte dei miei anni da ragazzino, davanti alla televisione, per una puntata, credo, di Domenica In. Si parlava, lì e un po’ ovunque, nelle riviste che mia madre leggeva d’estate, del bacio che Linda Evans aveva dato a Rock Hudson sul set di Dynasty.

Mesi dopo quella puntata, il 25 luglio 1985, in una conferenza stampa a Parigi dove si sta provando a curare, Rock Hudson avrebbe dichiarato di essere ammalato di Aids e di esserne a conoscenza da più di un anno. Dell’Aids non si sapeva nulla, e quel poco che si pensava di sapere bastava ad allarmare chiunque: gli attori che avevano recitato con lui e persino con Linda Evans dopo la scena in Dinasty, le compagnie aeree che non vollero prendere a bordo Hudson quando decise di tornare negli States, e ovviamente anche me e i miei amici coetanei che in quei mesi stavamo immaginando quanto sarebbe stato difficile ma vertiginoso, finita la scuola, riuscire a dare il primo bacio – che adesso all’improvviso si configurava come un salto nel buio che prevedeva anche la possibilità di contagiarsi e morire.

Qualche mese dopo, il 29 aprile 1986, un nuovo anno scolastico quasi finito e l’aria delle vacanze già sulla pelle, sempre dalla televisione arrivò la notizia di una nube radioattiva che stava avanzando velocemente dai cieli dell’est Europa fino ai confini italiani.

Il racconto dell’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl produsse una confusione e un allarme completamente fuori controllo: ci sembrò un pericolo enorme, opaco e al tempo stesso invisibile, che a sua volta produsse una serie di reazioni scomposte e indecifrabili tanto negli adulti quanto soprattutto per dei ragazzini come me. Il 2 maggio, mi ricordo, ero con mia sorella e mio nonno in giro per una passeggiata in campagna; il 3 maggio un’ordinanza del ministro della Sanità vietò in tutta Italia la vendita di insalate e ortaggi e la somministrazione di latte a bambini e donne incinte. I giornali parlavano di nuovo di peste. I miei decisero che era meglio restare il più possibile in casa.

Fu con questo stato d’animo di terrore – aver paura di andare allo stadio, aver paura di baciare qualcuna, aver paura di bere latte, aver paura di respirare, aver paura di uscire – e di risentimento e sospetto per l’inganno degli adulti – perché a Platini come a me non era stato detto nulla lì per lì dei morti? Perché Rock Hudson non aveva detto nulla per mesi sulla sua malattia mortale? Perché il governo sovietico non aveva detto nulla sullo scoppio del reattore nucleare e dei morti? – che mi lasciai venire incontro l’ultima possibilità di incanto che mi rimaneva: i Mondiali di calcio del Messico, che cominciavano il 31 maggio 1986.

Avendo praticamente smesso di tifare Juve e avendo messo in discussione la mia fede più profonda di allora, il platinismo, arrivai a quei Mondiali con una strana curiosità mista al sollievo dell’unica attività che non ci era proibita e che non comportava nessun rischio: stare davanti alla televisione.

Tifavo Italia, certo, ma ero consapevole che non fossimo i favoriti. Prima dell’inizio dei Mondiali, l’esito era davvero incerto: c’erano delle squadre fantastiche all’apice della loro parabola, la Francia di Platini ovviamente, che aveva vinto gli Europei nel 1984, l’Uruguay di Francescoli, il Belgio di Scifo, il Brasile di Zico e Careca, la Spagna di Butragueño, l’Inghilterra di Lineker, la Danimarca di Laudrup e Elkjær… L’Italia non solo non era la favorita, ma giocava un calcio insieme irruente e cauto, che sembrava la brutta e invecchiata copia di quello del 1982.

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Non capivo molto di tattiche allora, ma quando arrivò Italia contro Argentina vidi insieme agli spettatori di tutto il mondo qualcosa che andava oltre l’abilità calcistica. Il 3-5-2 di Carlos Bilardo permetteva a un giocatore come Diego Armando Maradona di spaziare lungo tutta la linea d’attacco, andarsi a prendere la palla dietro le linee difensive e poi scartarle con un colpo che poteva essere un autoassist, un dribbling o un affondo in velocità.

Nella partita contro l’Italia Maradona segnò il gol del pareggio (dopo un rigore di Altobelli assegnato per un fallo di mano inesistente), mostrando una visione di gioco e una condizione atletica oltre il limite del funambolico. Non si era mai visto su un campo di calcio niente di simile.

Grazie a un passaggio di prima da parte di Valdano, Maradona riesce a rubare il tempo a Scirea e ad agganciare la palla al volo all’altezza del petto, per calciare con il sinistro un tiro d’effetto sul secondo palo, con il portiere Giovanni Galli che resta immobile e mortificato.

Molti pensano che l’uscita di Maradona dalla dimensione terrena e l’entrata nel mito avvenne nella partita successiva – la partita – contro l’Inghilterra. Ma i prodromi di quella trasfigurazione sono già lì, e si possono intuire dalla radiocronaca argentina di Victor Hugo Morales, in cui urla che tutti noi spettatori sospingiamo in rete la palla appena baciata da Maradona, che in quel momento dimostra di essere indubitabilmente il miglior giocatore del mondo.

Maradona contro l’Italia è l’anticipazione di quello che accade il 22 giugno 1986, e la radiocronaca di Morales è la preparazione a quella con cui racconterà il gol che oggi persino Wikipedia riconosce come il gol del secolo.

Allo stadio Azteca di Città del Messico, al 55esimo minuto, dopo aver realizzato il primo gol contro l’Inghilterra con una scaltrezza infingarda (la famosa “mano di Dio”), Maradona riceve palla da Enrique e la tiene attaccata al piede per più di cinquanta metri, correndo da prima della linea del centrocampo fino alla porta avversaria: cinque giocatori inglesi dribblati compreso il portiere Shilton, dodici tocchi di sinistro, quarantaquattro passi in meno di undici secondi.

Quel gol ha prodotto una sterminata bibliografia, non solo di cronaca sportiva e di storia del calcio, ma anche di narrativa. Da pochi mesi è stato tradotto in Italia un libro di Carlos Aletto intitolato Undici secondi, un romanzo di formazione in cui due ragazzi argentini, Carlos e Daniel, costruiscono intorno a quell’incanto l’intera loro avventurosissima biografia: Aletto dilata quegli undici secondi per le trecento pagine del romanzo, come se dal momento in cui Maradona ha preso il passaggio di Enrique al momento in cui è entrato nella leggenda si siano susseguite una dopo l’altra tutte le possibili sliding door non solo delle esistenze di Carlos e Daniel, ma di tutta l’Argentina.

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Io non mi rendo conto in quell’istante, nessuno forse si rende conto allora, di come quel gol abbia un’importanza letteralmente storica. Il popolo argentino è uscito da poco dall’umiliazione di una dittatura e di una guerra dolorosissima e demenziale come quella delle Falklands/Malvinas, che ha perso malissimo proprio contro gli inglesi. Nella prodezza di Maradona c’è il precipitato di una possibilità di riscatto che non era stata nemmeno immaginata, così piena di grazia.

Da quando c’è YouTube ho rivisto quel gol letteralmente migliaia di volte, moltissime nella versione con la radiocronaca di Victor Hugo Morales, che ha finito per essere altrettanto leggendaria, con una serie di climax che la fanno diventare davvero il canto di un invasato davanti a un miracolo. «Barrilete cosmico, ¿de qué planeta viniste?», «Aquilone cosmico, da quale pianeta sei venuto?» è una delle frasi epiche di quell’inno al calcio e segna esattamente il minuto in cui Maradona viene portato in cielo e si passa dalla biografia all’agiografia.

Barrileteè un nomignolo che nei giorni prima dell’inizio dei Mondiali, in un’intervista a un giornale sportivo, gli aveva affibbiato César Luis Menotti (che era stato l’allenatore della nazionale argentina ai Mondiali del 1982, quando aveva perso contro l’Italia, e soprattutto del 1978, i Mondiali della vergogna, vinti dall’Argentina in casa mentre la dittatura di Jorge Videla massacrava e faceva sparire decine di migliaia di ragazzi e ragazze, e anche del Barcellona in cui giocava Maradona nel 1982-83). Menotti ci resta male che gli venga preferito Bilardo (la loro filosofia di gioco e del mondo è opposta) e così “barrilete” è il suo piccolo commento velenoso.

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Del resto Maradona nel 1986 non ha ancora vinto nulla di importante, è reduce da un infortunio terribile che gli ha spaccato la gamba: è un giocatore fatuo e inaffidabile, “come un aquilone”. Altro che Emilio Butragueño, il calciatore spagnolo che stava facendo faville con il Real Madrid e che avrebbe segnato una quadripletta contro la Danimarca in quei Mondiali, soprannominato el buitre, l’avvoltoio.

Quello che avviene a livello linguistico al 55esimo minuto di quell’Argentina-Inghilterra, l’avrei capito anni dopo, si chiama détournement, perché è il rovesciamento del significato di una parola che può cambiare un’intera prospettiva sul mondo. “Barrilete cosmico” non è più qualcosa di leggero e fatuo, ma qualcosa di così potente da poter arrivare nello spazio. In un libro uscito da poco per Tamu, Maradona mito plebeo, anche il filosofo Antonio Gómez Villar prende quell’azione di Maradona come l’inizio di un culto del maradonismo:

«Il gol di Maradona non si può insegnare. Sfida i calcoli, disautomatizza il gesto, va oltre ogni previsione, travalica. Rompe la pragmatica del calcio, gioca inventando il modo di giocare. Il suo gesto contiene un mistero, e non è solo il mistero di giocare con i piedi, è anche il mistero del plebeo».

Il maradonismo è la lotta di classe con altri mezzi, come la definisce Villar, come la racconta Aletto, come la descrive il giornalista Andrés Burgo in La partita, il saggio interamente dedicato a Argentina-Inghilterra ’86 da cui è stato tratto un documentario presentato a Cannes il mese scorso. Luca Pisapia, nel libro appena uscito per Einaudi Il calcio è potere. Una storia politica dei mondiali di calcio, racconta in moltissime pagine la lotta quasi solitaria di Maradona contro i mostri del calcio di sempre, il potere dei soldi, del colonialismo e dell’ambizione di imporsi fuori dal campo. Proprio pochi giorni fa Michel Platini e Gianni Infantino hanno ricominciato a darsi battaglia legale per vecchie e recenti storie di scalate ai vertici della Uefa e della Fifa. Sono abbastanza adulto e smagato da non credere più a quasi nessun incanto del calcio mondiale.

Ma penso al ragazzino di allora. Al Grande Disincanto che avvinghiò la nostra infanzia e preadolescenza, e che continua da allora, da cui forse si può uscire solo grazie a un grande rovesciamento improvviso, inventato chissà come in un minuto qualsiasi da “un barrilete cósmico”.

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