Cos’è per l’Argentina una partita contro l’Inghilterra
La seconda semifinale dei Mondiali si porta dietro una rivalità sportiva di lunga data, una guerra e vari precedenti memorabili
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Mercoledì alle 21 l’Argentina giocherà contro l’Inghilterra nella seconda semifinale dei Mondiali maschili di calcio. Il suo allenatore, Lionel Scaloni, ha già tenuto a far sapere che sarà «solo una partita di calcio». La maggior parte dei tifosi e dei giocatori argentini però non è della stessa idea, come dimostra il coro che cantano da settimane:
E trentadue anni dopo, la Scaloneta [l’Argentina, dal cognome del suo allenatore] vendicherà la coppa che hanno rubato al Diez. Quella che non ci hanno lasciato alzare.
Voglio vedere la quarta stella brillare sulla maglia. Sono argentino dalla culla fino alla bara. Per le Malvinas, per Diego, per l’ultima di Leo.
È evidente che per chi parla di morte e vendetta e cita nel proprio coro una guerra – quella delle Falkland/Malvinas, combattuta fra Regno Unito e Argentina nel 1982 – una partita del genere significa molto di più. C’entrano l’enorme importanza che il calcio ha in Argentina da oltre un secolo, che è anche culturale e politica, e la lunga rivalità tra l’Argentina e l’Inghilterra, che in un torneo internazionale non si incontrano dal 2002.
Un po’ di cose su questo coro, intanto. La «quarta stella» citata sarebbe, in caso di vittoria, il quarto Mondiale dell’Argentina. Le Malvinas, o Falkland, sono l’arcipelago che Inghilterra e Argentina si contendono da decenni e che ancora oggi l’Argentina rivendica come proprio, nonostante faccia parte del Regno Unito. «Diego e Leo» sono l’attuale capitano Lionel Messi e Diego Armando Maradona, l’altro storico numero 10 argentino, che 32 anni fa fu squalificato per doping durante i Mondiali di USA 1994 (squalifica che secondo gli argentini li privò della possibilità di competere per il titolo).
La rivalità fra Argentina e Inghilterra ha una storia lunga.
Il calcio in Argentina fu importato proprio dagli inglesi. Nell’Ottocento infatti molti emigrarono in Argentina per lavorare come commercianti, finanzieri e allevatori, o per seguire i grossi investimenti britannici nei porti e nelle ferrovie. Nelle loro scuole, nei loro club, ma anche nei porti e nelle ferrovie dove lavoravano, gli inglesi continuarono a praticare i propri sport. La prima partita di calcio in Argentina di cui si ha notizia fu organizzata nel 1867 proprio da due inglesi, i fratelli Hogg, sul loro campo di cricket a Palermo, un quartiere di Buenos Aires. La stessa federazione di calcio argentina, una delle più antiche al mondo, fu fondata nel 1893 da un immigrato scozzese, Alexander Watson Hutton.
Il calcio, però, divenne davvero popolare solo nel Novecento, quando iniziò a essere praticato anche nei quartieri più poveri delle grandi città. Lì il calcio creava una delle poche occasioni nelle quali le persone potevano ritrovarsi liberamente, sentirsi parte di un gruppo e costruire un senso identitario di appartenenza – soprattutto locale, ma anche nazionale. Questo fenomeno fu alimentato anche dai quotidiani. Uno di questi, El Gráfico, scrisse per esempio che gli argentini praticavano un calcio diverso da quello inglese, considerato freddo e calcolatore. Uno stile di gioco, cioè, più spettacolare, creativo e spontaneo, quello del cosiddetto “calcio di strada”.
Fu il presidente Juan Domingo Perón, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, a rendere il calcio un simbolo dell’emancipazione argentina dalle potenze europee, in linea con il suo progetto politico. Perón non nazionalizzò solo le ferrovie, ma anche la storia del calcio argentino – minimizzando in entrambi i casi il ruolo degli inglesi. In questo senso fu cruciale un’amichevole che si svolse il 14 maggio 1953 a Buenos Aires, in cui l’Argentina batté per la prima volta l’Inghilterra. Fu un evento così memorabile che il 14 maggio divenne ufficialmente la Giornata nazionale del calciatore argentino.

In quella partita l’attaccante argentino Ernesto Grillo segnò due gol, tra cui il cosiddetto “gol impossibile”, per via della sua difficoltà tecnica. (Wikimedia)
Anche dopo la caduta del governo di Perón, il calcio in Argentina rimase uno strumento con cui portare avanti rivendicazioni politiche, economiche e anche militari. L’Inghilterra spesso incarnò il bersaglio perfetto.
I rapporti fra le due nazionali (e i due paesi) iniziarono a deteriorarsi nel 1966, quando si incontrarono in un quarto di finale dei Mondiali giocati proprio in Inghilterra. Al 35esimo minuto il capitano dell’Argentina Antonio Rattín – morto qualche giorno fa – fu espulso per proteste eccessive. Rattín però non capì. O meglio, finse di non capire, agevolato dal fatto che l’arbitro era tedesco e non parlava spagnolo, che lui non parlava tedesco e che nel calcio non esistevano ancora i cartellini: sarebbero stati introdotti poco dopo proprio per via di questo incidente. Rattín uscì stropicciando una bandiera del Regno Unito.
Dopo la partita, vinta 1-0 dall’Inghilterra, l’allenatore inglese Alf Ramsey vietò ai suoi giocatori di scambiare le maglie con gli argentini, definendoli «animali». Il generale argentino Juan Carlos Onganía, che aveva preso il potere con un colpo di stato solo pochi giorni prima instaurando una dittatura, sfruttò l’indignazione popolare a suo favore: invitò la squadra al palazzo presidenziale, definendo i giocatori “campioni morali” di quella partita e vittime del razzismo europeo.

Il tiro con cui Geoffrey Hurst segnò il gol decisivo per l’Inghilterra nella partita del 1966 (Allsport Hulton/Archive)
Il momento più emblematico e carico di significato della rivalità tra Argentina e Inghilterra arrivò vent’anni più tardi. Era il 1986, e le due nazionali si incontrarono di nuovo ai quarti di finale di un Mondiale, in Messico. L’Argentina era uscita da poco da una violentissima dittatura, e solo quattro anni prima aveva perso la guerra delle Falkland/Malvinas, combattuta contro il Regno Unito per il loro controllo.
Il territorio delle isole Falkland/Malvinas è composto da tre arcipelaghi – le isole omonime, la Georgia del Sud e le isole Sandwich meridionali – sotto il controllo britannico dal 1833, nonostante distino circa 12mila chilometri dal Regno Unito (e appena 500 dalle coste argentine). Oggi sono un territorio d’oltremare britannico: significa che hanno un governo autonomo con varie competenze. Formalmente, però, il Regno Unito esercita ancora la propria sovranità e controlla direttamente la politica estera e la difesa.
In Argentina la questione delle Falkland/Malvinas non si è mai davvero conclusa: la tesi nazionalista secondo cui le isole apparterrebbero agli argentini è rimasta fortissima, è presente in numerosi aspetti della vita quotidiana, dalle banconote alla Costituzione, nei film e nelle serie tv. È una delle poche cose che uniscono gli argentini quanto la nazionale di calcio.
Questi erano i tifosi argentini qualche giorno fa: «E chi non salta, è un inglese!»
Argentina-Inghilterra del 1986, la partita forse più celebre della storia dei Mondiali, viene ricordata per i due gol di Diego Armando Maradona: uno di mano, la famosa mano de dios, e uno così bello da venir ricordato ancora oggi come il “gol del secolo”.
Parlando di quella partita, nella sua autobiografia, Maradona scrisse: «A volte penso di preferire il gol con la mia mano […]. Perché? Perché è stato un po’ come rubare dal portafogli di un inglese». Gli argentini, molto più che gli inglesi, vissero quella partita anche come una rivalsa per la guerra delle Falkland/Malvinas.
Da allora l’Argentina ha giocato altre due partite contro l’Inghilterra ai Mondiali: nel 1998 ha vinto ai rigori, dopo l’espulsione di David Beckham ottenuta da Diego Simeone con una certa malizia. Nel 2002 invece perse 1-0, con gol proprio di Beckham. Nessuna partita però ebbe lo stesso significato di quelle del 1966 e del 1986. Anche perché in entrambi i casi la squadra che passò il turno – prima l’Inghilterra, poi l’Argentina – finì per vincere i Mondiali.



