In Iran le parti più estremiste del regime stanno sabotando ogni accordo
Fomentano il nazionalismo e usano una retorica vendicativa verso i nemici, rendendo ancora più difficile il lavoro dei diplomatici
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In Iran i negoziatori e gli esponenti più moderati del regime sono in grossa difficoltà davanti alle richieste massimaliste delle parti più indottrinate, che si oppongono a qualsiasi compromesso con gli Stati Uniti. I principali rappresentanti di questa seconda fazione sono i Guardiani della Rivoluzione, il corpo militare più potente dell’Iran e quello che davvero comanda.
La distanza è evidente nei negoziati per la gestione dello stretto di Hormuz, da cui fino a febbraio passava un quinto di tutte le esportazioni di petrolio e gas naturale liquefatto e che dall’inizio della guerra è controllato dall’Iran. I Guardiani vogliono mantenere questo controllo, che è anche la loro principale leva negoziale, e non intendono cedere agli Stati Uniti che chiedono la riapertura dello stretto.
Negli ultimi giorni i Guardiani hanno attaccato più volte navi che cercavano di passare dallo stretto senza avere la loro autorizzazione. Gli Stati Uniti hanno risposto colpendo il territorio iraniano: gli attacchi sono diventati intensi e frequenti e stanno mettendo a dura prova la tenuta del cessate il fuoco, in vigore dallo scorso aprile.
Le parti più estremiste del regime iraniano stanno usando la propaganda per fomentare il più possibile i sentimenti nazionalisti tra la popolazione. L’obiettivo è indebolire ulteriormente l’opposizione al regime, ancora diffusa, a favore di un’opposizione comune verso i nemici esterni. Per farlo i Guardiani e altri corpi di sicurezza oltranzisti stanno tollerando comportamenti che prima della guerra erano severamente puniti: per esempio alle manifestazioni è molto più comune vedere donne senza velo, che però sventolano bandiere iraniane.

Un manifestante a Teheran mostra un cartellone con la scritta: «Uccidere Trump», 11 luglio 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
Sui social o alle manifestazioni pubbliche è anche diffuso l’uso di una retorica molto aggressiva verso i nemici, che di certo non favorisce i negoziati. La scorsa settimana ai partecipatissimi funerali dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei (l’autorità politica e religiosa più importante del paese, ucciso in un bombardamento israeliano nel primo giorno di guerra) erano presenti striscioni che invitavano a uccidere il presidente statunitense Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, un moderato coinvolto nei negoziati ma che nel paese ha ben poco potere, è stato accolto con cori come «Morte ai traditori». È stato molto criticato anche il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, un altro dei principali negoziatori: alcune persone in strada l’hanno insultato e gli hanno lanciato addosso delle pietre.
È un segno che le divisioni tra la parte politica e quella militare del regime iraniano, già emerse chiaramente durante la guerra, sono diventate ancora più acute e inconciliabili con il procedere dei tentativi di negoziato.

Un cartellone ai funerali dell’ex Guida Suprema iraniana Ali Khamenei a Teheran mostra la faccia del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nel mirino e la scritta: «Ci sarà del sangue», 5 luglio 2026 (AP Photo/Altaf Qadri)
Domenica il giornale Hamshahri, legato all’amministrazione ultraconservatrice della capitale Teheran, ha pubblicato una pagina con le foto di politici di vari paesi stranieri e la scritta: «La vendetta è certa». Tra i politici ci sono Trump e Netanyahu, ma anche il presidente francese Emmanuel Macron e la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni.
Questa posizione aggressiva è condivisa anche dall’attuale Guida Suprema Mojtaba Khamenei, figlio di Ali e altrettanto intransigente. Un messaggio trasmesso dalla tv statale IRIB attribuito a lui dice: «Abbiamo una lista di criminali che hanno ucciso i nostri leader e i nostri cittadini nelle ultime due guerre. La morte di questi criminali e assassini non avverrà per cause naturali».
Mojtaba Khamenei è il leader del paese, ma la sua autorità è molto debole e dall’inizio della guerra non si è mai fatto vedere né sentire in pubblico. Secondo varie ricostruzioni dei media è stato ferito nello stesso attacco che ha ucciso il padre, ed è in condizioni di salute precarie.



