Come le spie russe si procurano tecnologie militari in Giappone
Aggirano le sanzioni con l'obiettivo di costruire armi migliori da usare in Ucraina: lo racconta un'inchiesta del New York Times
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Negli ultimi quattro anni un’unità di intelligence militare russa con base a Tokyo ha reperito macchinari specializzati e componenti per costruire armi usate nella guerra in Ucraina, soprattutto microchip e trasmettitori. L’ha fatto eludendo le sanzioni internazionali che vietano la vendita di queste tecnologie alla Russia. È la conclusione di un’inchiesta del New York Times pubblicata domenica, secondo cui la fiorente industria tecnologica del paese, unita alla mancanza di un robusto apparato statale di controspionaggio, ha reso il Giappone il luogo perfetto per questa operazione.
Il governo ucraino ha recentemente stimato che il 90 per cento dei missili e dei droni russi contenga ormai componenti giapponesi, diventati indispensabili per la Russia per continuare a fabbricare armi capaci di stare al passo con quelle ucraine, sempre più avanzate. La Russia se le deve però procurare illegalmente, visto che a causa delle sanzioni non può importarle; e il Giappone è il maggiore esportatore mondiale delle tecnologie “dual use”, ossia che possono avere applicazioni sia in ambito civile che militare.
Secondo il New York Times, l’unità di intelligence militare russa incaricata di questa operazione si chiama 20° Direttorato ed è stata potenziata dopo l’invasione russa dell’Ucraina iniziata a febbraio del 2022. In quel periodo molti paesi occidentali cominciarono a espellere funzionari e diplomatici sospettati di essere spie russe e vietarono alle loro aziende di avere rapporti commerciali con quelle vicine al governo russo. Decine di funzionari e diplomatici espulsi arrivarono in Giappone.
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Il Giappone è uno dei pochi paesi a non avere ancora delle agenzie di intelligence centralizzate (come l’AISI e l’AISE italiane o l’FBI e la CIA statunitensi). Porta avanti le sue attività di intelligence e controspionaggio attraverso dipartimenti e uffici più piccoli che dipendono dai ministeri, dalla polizia e dal governo e che collaborano fra loro molto raramente. È un’organizzazione poco funzionale che ha permesso negli anni a molte spie di agire indisturbate nel paese, soprannominato da tempo proprio «paradiso delle spie».
Questa situazione ha ragioni storiche e culturali. Dopo essere stato sconfitto nella Seconda guerra mondiale, il Giappone fu occupato dalle forze armate statunitensi, che scrissero anche la sua Costituzione, in cui gli vietarono di avere un vero esercito. Dopo aver lasciato ufficialmente il paese, nel 1952, gli Stati Uniti continuarono comunque a esercitare un’influenza importante e fra le altre cose si opposero alla creazione di agenzie di intelligence che fossero indipendenti dal loro controllo.
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Secondo quanto ricostruito dal New York Times, il 20° Direttorato è guidato da Maksim Vladimirovich Filchenkov, un uomo di 49 anni che vive a Tokyo sotto copertura come dipendente della compagnia aerea di stato russa Aeroflot. Aeroflot non è sanzionata dal Giappone ma non ci vola più perché ha interrotto tutti i collegamenti diretti con i paesi che hanno adottato sanzioni contro la Russia, tra cui appunto il Giappone. Inoltre ha sempre meno aerei funzionanti perché le sanzioni internazionali l’hanno tagliata fuori dal mercato dei pezzi di ricambio. Può però spedire merci appoggiandosi ad altre aziende giapponesi, fra cui Proco Air, che si occupa di spedizioni cargo.
Il New York Times scrive che Filchenkov riesce a far arrivare i componenti dal Giappone alla Russia in questo modo: Proco Air noleggia dello spazio su aerei cargo di compagnie che volano in paesi che ancora commerciano con la Russia, come lo Sri Lanka, l’Uzbekistan e il Vietnam. Da lì la merce viene acquistata dal governo russo e portata in Russia da Aeroflot. Questo sistema non è intrinsecamente illegale, dato che le sanzioni internazionali non vietano alla Russia di acquistare merci e beni da usare in ambito civile. Lo è se viene usato per nascondere il trasferimento di attrezzature usate per fabbricare armi.
Parlando con il New York Times, il proprietario di Proco Air, Takehiko Miki, ha confermato di avere un rapporto di lavoro continuativo con Filchenkov dal 2024, dopo averlo conosciuto nel 2018. Secondo il giornale, nel 2025 Miki avrebbe chiesto aiuto a un suo socio in Cina per spedire articoli la cui esportazione in Russia era vietata. Miki ha negato questa ricostruzione, aggiungendo di non aver mai saputo che Filchenkov avesse legami con i servizi segreti russi.
Miki ha detto di spedire per conto di Aeroflot solo merci autorizzate, «principalmente attrezzature mediche e alcuni cosmetici». Un foglio che ha fornito ai giornalisti, sebbene avesse delle parziali cancellature fatte con la penna, mostrava una spedizione di apparecchiature mediche verso la Russia attraverso lo Sri Lanka, in cui il destinatario era R-Pharm: un’azienda farmaceutica russa non sottoposta a sanzioni, ma il cui fondatore, Aleksei Repik, è stato sanzionato da Australia, Regno Unito e Canada per i suoi stretti legami con Putin e per le sue dichiarazioni a sostegno all’esercito russo al fronte.

Il grattacielo dove si trova l’ufficio di Aeroflot a Tokyo, a dieci minuti a piedi dalla sede dell’Agenzia nazionale di polizia, che si occupa di indagini di controspionaggio (妖精書士/Wikimedia Commons)
Da tempo inoltre l’Ucraina invia lettere ufficiali al ministero degli Esteri giapponesi (otto solo nel mese di aprile del 2025) elencando con prove fotografiche decine di componenti di fabbricazione giapponese recuperati dalle armi russe esplose sul suo territorio. Alcune erano state fabbricate dalle più grandi aziende giapponesi, come Nippon Electric Corporation, Panasonic e Toshiba, che però secondo il governo ucraino non erano a conoscenza delle attività illegali. Nelle lettere era citata anche la compagnia Proco Air.
Nonostante le segnalazioni ucraine, al momento le autorità giapponesi non hanno accusato formalmente né Proco Air né Aeroflot e il governo non ha voluto commentare nel dettaglio la vicenda. La prima ministra giapponese Sanae Takaichi sta però tentando di far approvare al parlamento una legge per riformare completamente il settore dell’intelligence, creando un nuovo organo centralizzato più simile a quelli dei paesi occidentali.



