Inizia la settimana decisiva per la legge elettorale

E il governo ci arriva profondamente diviso

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini nell’aula della Camera, il 23 aprile 2025 (Roberto Monaldo/LaPresse)
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini nell’aula della Camera, il 23 aprile 2025 (Roberto Monaldo/LaPresse)
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Lunedì è iniziata una settimana molto importante per la riforma della legge elettorale voluta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in vista delle elezioni politiche del 2027. Ed è iniziata nel modo peggiore, per il governo. E cioè con la maggioranza di governo nettamente divisa, su un argomento in particolare: le preferenze, il sistema che permette a chi vota di indicare esplicitamente il proprio candidato e sceglierlo, come succede anche per le elezioni regionali e per quelle europee.

Il testo condiviso da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia era stato definito dopo lunghe e travagliate trattative. Ha un impianto proporzionale, cioè prevede la ripartizione dei seggi sulla base dei voti presi, ma prevede anche un cospicuo premio di maggioranza (di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato) alla coalizione che arriva prima, superando il 42 per cento dei consensi. Il testo non contempla le preferenze, e i leader di Lega e Forza Italia, cioè Matteo Salvini e Antonio Tajani, sono coerentemente rimasti sempre contrari a questa ipotesi. Meloni però ne ha fatto una battaglia di principio: siccome in passato aveva sempre invocato le preferenze, ora che tocca a lei scrivere la legge elettorale vuole che ci siano. È intorno a questo che si è consumato lo scontro.

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Alle 13 di lunedì era fissato il termine per presentare emendamenti al testo già esaminato dalla commissione Affari costituzionali della Camera, che inizierà a essere discusso da martedì in aula. Se Fratelli d’Italia fosse riuscito a convincere gli alleati, ci sarebbe stato un emendamento condiviso per introdurre le preferenze. Invece, a metà mattinata, si è saputo che Fratelli d’Italia ha depositato un emendamento con le preferenze, ma col solo sostegno di Noi Moderati e dell’UDC, due piccoli partiti centristi che fanno parte della coalizione di governo da posizioni marginali. E senza quindi il sostegno degli altri due grandi partiti di maggioranza.

L’emendamento non introduce le preferenze in modo cristallino, così come ci sono alle europee o alle regionali. Prevede invece un capolista bloccato – vuol dire che saranno comunque i partiti a indicare in ciascun collegio qual è il candidato a cui viene data la maggiore garanzia di essere eletto – e poi altri sei candidati, elencati nel rispetto dell’alternanza di genere, che concorrono con le preferenze.

Gli elettori, secondo questa proposta, potrebbero votare per un partito e poi esprimere fino a tre preferenze (includendo per forza candidati di entrambi i generi) tracciando una X accanto al nome dei candidati non bloccati. Chi tra questi prende più preferenze, potrà essere eletto, ma solo a patto che in quel collegio il partito elegga più di un candidato. Se invece ne passa uno solo, toccherà al capolista, a prescindere dal numero delle preferenze ottenute dagli altri.

Questo è il motivo per cui Lega e Forza Italia sono così contrari. La legge elettorale promossa dal governo conserva la ripartizione dell’Italia in 49 collegi ordinari per la Camera e in 27 per il Senato. Sia Salvini sia Tajani sono pressoché certi, visti i sondaggi, di non eleggere un simile numero di deputati e senatori. Pertanto, a parte i candidati che saranno scelti dal partito come capolista (e neppure tutti, tra quelli), gli altri costretti a competere con le preferenze sapranno già di non avere alcuna concreta possibilità di essere eletti.

Lega e Forza Italia farebbero perfino fatica a trovare gente disposta a candidarsi, in uno scenario come questo. Competere con le preferenze significa imbarcarsi in campagne elettorali faticose e molto costose: a volte bisogna spendere decine di migliaia di euro, i candidati più ricchi arrivano a spenderne centinaia. Chi accetterebbe di fare un simile investimento sapendo che non frutterebbe? Lega e Forza Italia si lamentano, con buone ragioni, che un simile sistema è destinato ad avvantaggiare i partiti egemoni nella coalizione, e dunque Fratelli d’Italia, nel caso della destra.

Il deputato Stefano Benigni, di Forza Italia: è lui il responsabile per il partito, insieme al collega Alessandro Battilocchio, della trattativa sulla legge elettorale. Giovanni Donzelli e Angelo Rossi sono i responsabili per Fratelli d’Italia; Andrea Paganella e Roberto Calderoli per la Lega (Roberto Monaldo/LaPresse)

Ma c’è anche una questione di metodo. Per mesi Lega e Forza Italia hanno assecondato la fretta di Fratelli d’Italia. Per Meloni, a partire dall’autunno del 2025, questa riforma è sempre stata una priorità, e lo è diventata ancora di più dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia perso dal governo a marzo. Meloni ne fa una questione di governabilità: con questa nuova legge, soprannominata per l’appunto Stabilicum, i governi sarebbero più stabili e le coalizioni avrebbero una maggioranza abbastanza ampia e solida, senza la necessità di trovare intese trasversali e creare maggioranze spurie.

Ma c’è anche un interesse più spicciolo: con la legge elettorale attualmente in vigore, un centrosinistra che si presentasse unito alle elezioni renderebbe assai improbabile una nuova vittoria di Meloni.

Dall’altra parte, Salvini e Tajani hanno sempre saputo che rinunciare alla legge attuale, il cosiddetto Rosatellum, sarebbe stato doloroso per loro. Il Rosatellum infatti prevede l’elezione di un terzo dei deputati attraverso dei collegi uninominali: quelli in cui chi prende un voto in più, vince. E in questo modo fa sì che i partiti egemoni delle varie coalizioni paghino una sorta di tributo agli alleati più piccoli, cedendo un numero di collegi – e quindi di seggi – maggiore rispetto a quanto sarebbe necessario sulla base degli effettivi rapporti di forza.

Per esempio è per questo che oggi la Lega, pur avendo ottenuto nel 2022 un terzo dei voti di FdI (l’8,8 contro il 26 per cento), ha ottenuto una rappresentanza parlamentare che è più della metà di quella di FdI (66 contro 116 alla Camera; 29 contro 63 al Senato).

Ed è per questo che i negoziati sono stati così complicati, e il testo è stato più volte modificato fino a una versione che sembrava mettere d’accordo tutti, la quale non prevedeva le preferenze. Poi però, nelle scorse settimane, Meloni ha iniziato a insistere affinché Salvini e Tajani cedessero ancora, e sono iniziate le turbolenze in maggioranza.

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Nel corso di varie riunioni tra i responsabili dei partiti, Fratelli d’Italia ha proposto soluzioni di compromesso: con le preferenze, sì, ma con correttivi più o meno invasivi, più o meno cervellotici. I rappresentanti di Lega e Forza Italia hanno sempre detto no. Alla fine, la soluzione espressa nell’emendamento depositato lunedì rifletteva l’ipotesi di mediazione iniziale: un capolista bloccato, e il resto con preferenze da indicare con una X.

Nelle intenzioni di Fratelli d’Italia, la soluzione ricalca in parte l’Italicum, la legge promossa dal governo di Matteo Renzi più di dieci anni fa e poi bocciata dalla Corte costituzionale nel 2017: l’obiettivo sarebbe dunque quello di allettare il centrosinistra, e convincere i partiti progressisti a votare per questa proposta.

Qui si arriva alla tattica d’aula, e ai piani che nei vari partiti si stanno facendo in vista di mercoledì e giovedì, quando le votazioni sulla legge entreranno nel vivo. Siccome il regolamento lo prevede per le materie elettorali, è quasi scontato che l’emendamento di FdI e molti altri vengano votati a scrutinio segreto: vuol dire che molti deputati voteranno in dissenso rispetto alle indicazioni del proprio partito, pensando più che altro ai propri interessi personali. Quasi sicuramente Forza Italia e Lega voteranno contro. Sembra che le opposizioni abbiano intenzione di uscire dall’aula, e a quel punto le divergenze nel centrodestra saranno palesi, e il rischio che l’emendamento venga bocciato sarebbe elevato.

Meloni, a quel punto, potrebbe rivendicare di aver tenuto fede al suo decennale impegno a favore delle preferenze, di averci provato, insomma, scaricando sugli alleati la responsabilità della bocciatura. Al tempo stesso la presidente del Consiglio verrebbe sconfessata in modo così plateale dalla sua maggioranza, e sarebbe la prima volta. E sarà interessante contare i voti segreti a favore dell’emendamento: anche dentro Fratelli d’Italia, infatti, c’è contrarietà sul merito della proposta e su come il partito ha gestito l’intera faccenda. Non è scontato che tutti i deputati di FdI votino a favore, a scrutinio segreto.