Cosa cambiò il disastro di Seveso

Dopo la nube che nel 1976 intossicò centinaia di persone fu riconosciuto il diritto di sapere cosa fanno le industrie più pericolose e che rischi corre chi abita nei dintorni

Manifestazione a un anno dal disastro ambientale di Seveso, causato dalla dispersione di TCDD fuoriuscita il 10 luglio 1976 dallo stabilimento ICMESA. Seveso, 10 luglio 1977. (Edoardo Fornaciari/Getty Images)
Manifestazione a un anno dal disastro ambientale di Seveso, causato dalla dispersione di TCDD fuoriuscita il 10 luglio 1976 dallo stabilimento ICMESA. Seveso, 10 luglio 1977. (Edoardo Fornaciari/Getty Images)
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Prima del 19 luglio del 1976 non erano in molti a sapere che cosa si facesse davvero dentro l’ICMESA (Industrie Chimiche Meda Società Azionaria), nemmeno tra chi lì dentro ci lavorava. La chiamavano tutti la “fabbrica dei profumi”: un po’ perché era controllata dall’azienda svizzera Givaudan, del gruppo farmaceutico Hoffmann-La Roche, che produceva sostanze impiegate anche in profumi e cosmetici; un po’ per via degli odori che diffondeva, che spesso erano sgradevoli, penetranti, acri e qualche volta quasi insopportabili.

Poi il 10 luglio del 1976 da una torre dello stabilimento cominciò a uscire un fumo biancastro, che il vento trascinò per qualche chilometro. L’odore era atroce: chi stava pranzando all’aperto si rifugiò in casa, chiudendo le porte e le finestre. Dopo una ventina di minuti il fumo smise di uscire, ma la nube rimase lì.

L’ICMESA si limitò a segnalare ai Carabinieri che si era dispersa una sostanza impiegata anche negli erbicidi. E in effetti i campi si seccarono presto, così come le foglie e le cortecce degli alberi, che presero a staccarsi dai tronchi. Anche gli animali morivano. I sindaci di Seveso e di Meda, i comuni più vicini all’azienda, emisero delle ordinanze: raccomandavano una scrupolosa igiene delle mani e dei vestiti e vietavano di toccare ortaggi, terreno e animali, che era meglio non mangiare. La fabbrica, intanto, restò aperta.

Sulla pelle di alcuni bambini iniziarono a comparire gonfiori e piaghe: diciannove vennero ricoverati nell’ospedale vicino con la diagnosi di «dermatosi tossica», quattro trasferiti a Milano per la gravità delle lesioni. Ma sul momento neanche i medici sospettavano di cosa si trattasse, e nemmeno lo sapevano i giornali come Il Giorno e il Corriere della Sera, che avevano iniziato a parlare della nube tossica e dei suoi effetti. Iniziò a formarsi una rete di operai, medici, tecnici e studenti, un «Comitato tecnico scientifico popolare», che si mise a raccogliere e diffondere informazioni autonomamente.

Dalla rivista Sapere, nel numero di novembre-dicembre 1976.

L’ICMESA diceva di non essere in grado di dare una spiegazione plausibile  dell’accaduto, anche se il direttore della Givaudan aveva avviato gli accertamenti già l’11 luglio, il giorno dopo l’incidente. Aveva fatto prelevare dei campioni per analizzarli in Svizzera e la conferma gli era arrivata il 14 luglio. Ma solo il 19 luglio l’azienda ammise che si trattava di tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), una delle sostanze più pericolose per la salute di persone e animali. La commissione d’inchiesta che ne seguì avrebbe chiamato quel periodo «i giorni del silenzio».

Il sospetto del direttore nasceva da una produzione che l’ICMESA aveva avviato dalla fine degli anni Sessanta. Si trattava di triclorofenolo, un composto organico che può essere impiegato per realizzare prodotti cosmetici o ospedalieri, ma anche erbicidi, tra cui i componenti dell’Agente Arancio, un defoliante impiegato dall’esercito statunitense durante la guerra del Vietnam.

– Ascolta anche: La prima puntata di Altre Indagini, sul disastro di Seveso

Quando si sintetizza questo tipo di erbicida, si può formare quel tipo di diossina, la TCDD. Già allora era noto che aumentava il rischio di tumori e che causava una forma di acne molto grave, chiamata cloracne — quella che i medici avevano inizialmente chiamato «dermatosi tossica». La diossina può anche interferire con le gravidanze, portando a malformazioni nei feti o ad aborti spontanei.

Il processo produttivo di triclorofenolo può essere molto rischioso, e quello adottato dall’ICMESA lo era ancora di più, per riuscire a produrne in quantità sempre maggiori. Ma quasi nessuno lo sapeva, né cittadini né operai, e nemmeno le autorità competenti, a cui era giunta solo una menzione in un documento consegnato nel marzo del 1975.

Questo permise all’ICMESA di non finire tra le «industrie nocive», che il piano regolatore di Meda del 1972 vietava a ridosso delle abitazioni. E di case, intorno, ce n’erano parecchie: le più vicine distavano pochi metri dai cancelli. Venne ordinato di evacuarle solo il 24 luglio, quattordici giorni dopo l’incidente. Per due settimane le persone avevano vissuto nei luoghi più contaminati, senza sapere nulla della gravità della situazione.

(Daniele Darolle/Sygma via Getty Images)

La vicenda ebbe una grande eco mediatica, anche internazionale. Erano tante le industrie che avevano produzioni così pericolose. Gli anni Settanta furono, per l’industria chimica europea, gli anni dei grandi incidenti: nel 1974 un’esplosione in un impianto di Flixborough, nel Regno Unito, aveva ucciso ventotto persone; nel 1975 un’altra grave esplosione era avvenuta a Beek, nei Paesi Bassi, facendo quattordici vittime; pochi mesi dopo Seveso ci fu un rilascio di sostanze tossiche a Manfredonia, in Puglia, e l’anno seguente toccò a Brindisi, con la morte di tre operai. Il governo italiano era convinto che servisse una risposta europea, non solo nazionale: quelle carenze di sicurezza nascevano anche dalla competizione tra aziende, che per produrre di più e a costi minori risparmiavano sulla sicurezza di chi lavorava e di chi abitava lì intorno.

In tutta Europa «Seveso è ovunque» divenne uno degli slogan del movimento ambientalista che stava nascendo. «Certo, è stato un grande scandalo ambientale, ma si trattava di molto di più», ha spiegato alla Royal Society of Chemistry Koen van Zon, uno storico politico dell’Università Radboud nei Paesi Bassi. «Si trattava della responsabilità delle multinazionali. Si trattava dell’accesso alle informazioni per i cittadini, delle questioni ambientali e di tutti i tipi di altri rischi: tutto si concentrò in una sola questione».

Nel 1982 venne approvata una direttiva europea sul controllo dei grandi rischi industriali, che da allora tutti chiamano «direttiva Seveso». Impose agli Stati di individuare gli impianti a rischio di incidente rilevante (gli «stabilimenti Seveso», che sono circa dodicimila in tutta Europa) e di censire le sostanze pericolose che contenevano.

La novità più importante, però, riguardava l’informazione. Per la prima volta si stabilì che le persone che abitano intorno a questi impianti devono essere informate di quali rischi corrono, di come verranno allertate in caso di emergenza, di cosa devono fare. E si definì anche cosa deve succedere quando avviene un incidente: chi gestisce l’impianto è tenuto ad avvertire subito le autorità e alla popolazione vanno comunicate con chiarezza la natura dell’incidente, le sostanze coinvolte, le possibili conseguenze per la salute e per l’ambiente e le misure prese per limitarle.

L’Italia recepì la direttiva solo nel 1988 e in più di un territorio furono i cittadini a pretenderne l’applicazione. In Val Bormida, tra Piemonte e Liguria, le proteste contro l’inquinamento chimico dell’ACNA arrivarono nel 1988 a bloccare una tappa del Giro d’Italia e nel 1989 giunsero al Festival di Sanremo. La spilletta “Valle Bormida Pulita!” venne indossata sul palco dell’Ariston da Gino Paoli, da Al Bano e da Romina Power.

Diverse petizioni arrivarono fino al Parlamento europeo, e alla fine la Commissione aprì una procedura contro l’Italia per non aver applicato come doveva la direttiva Seveso, pronunciandosi in una condanna nel 1999.

La direttiva, intanto, è stata aggiornata più volte. Una seconda versione, del 1996, obbligò le aziende a dotarsi di un sistema di gestione della sicurezza e, per gli impianti più pericolosi, di un «rapporto di sicurezza», e stabilì che il rischio industriale andasse considerato anche nella pianificazione del territorio, cioè nel decidere dove costruire case e scuole. Una terza versione, del 2012 e recepita in Italia nel 2015, ha aggiornato l’elenco delle sostanze pericolose e aumentato ancora l’informazione, stabilendo che i dati devono essere sempre accessibili.

Esiste un inventario pubblico, tenuto dall’ISPRA, l’istituto nazionale che si occupa di protezione ambientale, e consultabile online, in cui chiunque può cercare comune per comune quali impianti pericolosi ha vicino e quali sostanze contengono.

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