Un litigio su Taiwan sta facendo fare molti soldi ad alcune aziende cinesi
E sta penalizzando quelle giapponesi: c'entrano le terre rare e un parziale divieto alle loro esportazioni che sta cambiando il settore
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(REUTERS)
Dall’inizio di quest’anno la Cina ha limitato le esportazioni di alcune “terre rare”, un gruppo di elementi importantissimi per numerose produzioni tecnologiche e meccaniche. Lo ha fatto inizialmente a causa di una lite diplomatica col Giappone, come ritorsione. Ma questa misura sta avendo degli effetti secondari notevoli: sta mettendo in grave difficoltà le aziende giapponesi, consentendo alle loro concorrenti cinesi di prendersi clienti e quote di mercato.
La lite tra Cina e Giappone è cominciata lo scorso novembre, quando la prima ministra del Giappone, Sanae Takaichi, ha detto in parlamento che se la Cina dovesse attaccare Taiwan il Giappone potrebbe rispondere militarmente per difendere l’isola. Taiwan si governa autonomamente in maniera democratica, ma la Cina la considera parte del suo territorio e ha promesso di conquistarla, anche con la forza.
La Cina ha risposto alle parole di Takaichi (effettivamente piuttosto dure nel contesto dei rapporti tra Giappone e Cina) con una serie di ritorsioni economiche e commerciali, la principale delle quali è stata bloccare l’esportazione di alcune terre rare. Le terre rare sono un gruppo di 17 metalli fondamentali in moltissime tecnologie e lavorazioni; non sono realmente rare, quanto piuttosto disponibili sono in poche aree del pianeta. All’interno di un’automobile elettrica o ibrida, in media, ci sono 500 grammi di componenti realizzati con terre rare. All’interno di un caccia F-35, il più sofisticato aereo da guerra del mondo, ci sono più di 400 chili di terre rare. Ci sono terre rare negli smartphone, nei computer, e così via.
La Cina controlla circa il 70 per cento dell’estrazione mondiale delle terre rare e circa il 90 per cento della loro lavorazione, e questo le consente di usarle come strumento di pressione contro gli altri paesi. Senza le terre rare esportate dalla Cina, moltissime aziende rischiano di fermarsi.
Al momento la Cina non ha vietato l’esportazione di tutte le terre rare verso il Giappone, ma soltanto di quelle che considera dual use, cioè che possono avere un doppio utilizzo in tecnologie civili e militari, come disprosio, terbio e ittrio e altre.
L’intento di queste limitazioni è mettere pressioni sui governi. La Cina lo ha già fatto con successo contro gli Stati Uniti, vincendo di fatto la guerra commerciale tra i due paesi. Ora lo sta facendo contro il Giappone, sebbene in misura meno aggressiva.
Le aziende giapponesi stanno cominciando a risentire delle restrizioni. Le più colpite al momento sono le aziende che si occupano direttamente della lavorazione di terre rare, e che quindi di solito comprano il materiale grezzo dalla Cina, lo trasformano nel prodotto finito (quasi sempre magneti con specifiche proprietà per utilizzi industriali) e poi lo rivendono all’estero, spesso alla Cina stessa. Una di queste, Shin-Etsu Chemical, secondo Reuters avrebbe smesso di accettare nuovi ordini di magneti che contengono disprosio, perché non ha più scorte.
Altre aziende come TDK (che si occupa anche di componenti elettronici e magneti), Citizen (nota per la produzione di orologi ma attiva anche in altri settori industriali) e Omron (automazione) hanno fatto sapere che le loro scorte di terre rare sono in esaurimento.
Per le aziende cinesi questa è una grossa occasione: non soltanto per prendersi i clienti della concorrenza giapponese, ma anche per ottenere posizioni migliori nella catena del valore: spesso infatti le aziende cinesi si occupano delle fasi iniziali della vita di un prodotto, che sono anche quelle meno prestigiose e remunerative. Come dicevamo prima, forniscono in genere il prodotto grezzo, e sono poi quelle giapponesi a terminare la lavorazione e a ottenere i margini di profitto più alti.
Ma ora che la concorrenza giapponese è in difficoltà, le aziende cinesi stanno cominciando anche a occuparsi delle lavorazioni più raffinate e remunerative. Secondo il Financial Times alcuni clienti che in passato si rivolgevano ai fornitori giapponesi stanno iniziando a comprare direttamente da produttori cinesi, che hanno un accesso molto più semplice alle materie prime e possono quindi garantire forniture più stabili.
Dall’inizio dell’anno le quotazioni in borsa di alcune aziende cinesi che producono prodotti utilizzando ittrio sono aumentate tra il 74 e il 312 per cento, segno che anche gli investitori sono convinti che in futuro avranno un ruolo maggiore.



