Le corse dei tori di Pamplona dopo Hemingway

Un secolo fa uscì “Fiesta”, il romanzo che raccontava gli encierros e la festa di San Fermín, appena cominciata

La prima corsa dell'edizione 2026 per le strade di Pamplona, il 7 luglio (AP Photo/Miguel Oses)
La prima corsa dell'edizione 2026 per le strade di Pamplona, il 7 luglio (AP Photo/Miguel Oses)
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Quando Ernest Hemingway, affacciato al balcone del suo albergo di Pamplona, vide per la prima volta una corsa di tori rimase colpito da «quel fiume umano di persone che correvano come indemoniate, inseguite da enormi animali». Nell’articolo che pubblicò un paio di mesi dopo sul Toronto Star raccontò delle recinzioni che creavano vicoli nelle strade cittadine e di come Pamplona permettesse «a ogni uomo e ragazzo di diventare un torero». Sarebbe rimasto per tutta la vita un appassionato di tori, toreri e corrida e frequentò assiduamente la festa di San Fermín, quella della corsa dei tori, o encierro. La fece conoscere in tutto il mondo col suo primo romanzo, Fiesta, uscito nel 1926.

Fiesta lo rese famoso come scrittore, ma diede anche notorietà internazionale a una pratica antica e molto controversa, rimasta fino ad allora una tradizione folkloristica locale. Lunedì a Pamplona è cominciata l’edizione di quest’anno: dura otto giorni e gli statunitensi sono gli stranieri più presenti agli encierros, anche per merito di Hemingway, celebrato in città da statue, targhe e iscrizioni.

Varie edizioni internazionali del romanzo Fiesta, che negli Stati Uniti uscì con il titolo The Sun Also Rises (Il sole sorgerà ancora) nella “Ernest Hemingway Suite” al Gran Hotel La Perla di Pamplona, il 2 luglio 2026 (AP Photo/Miguel Oses)

La formula della corsa dei tori è la stessa, cento anni fa come oggi, con differenze minime: consiste in un percorso di 850 metri lungo le vie della città, delimitato da recinzioni e dagli edifici, in cui un gruppo di tori, accompagnato da un certo numero di buoi addestrati, viene fatto correre insieme alle persone, che per divertimento cercano di evitare le incornate dei tori correndoci il più vicino possibile. Si parte alle 8 di mattina e il percorso termina nella Plaza de Toros, dove in serata si tengono le corride e i tori vengono uccisi dai toreri.

Il programma è lo stesso tutte le mattine per una settimana, e normalmente ogni anno viene uccisa una cinquantina di tori: la spettacolarizzazione di questa forma di violenza e maltrattamento è sempre più criticata, dentro la Spagna e soprattutto fuori, ma è una tradizione che non sembra destinata a finire presto.

Un momento di un encierro del 2013 a Pamplona (AP Photo/Daniel Ochoa de Olza)

Hemingway partecipò per la prima volta alla festa di Pamplona nel 1923: era corrispondente da Parigi del Toronto Star e aveva molte libertà creative e di movimento. Tornò a Pamplona anche l’anno dopo, nel 1924, in cui non solo corse per la prima volta l’encierro – pare in modo piuttosto prudente –, ma raccolse anche materiale per il libro. Assistette alla morte di uno dei partecipanti, incornato in modo letale: sarebbe poi stata inserita nel libro, che racconta anche questa coesistenza fra festa e morte.

Il protagonista del libro è un giornalista statunitense, le vicende si svolgono fra Francia e Spagna e coinvolgono un gruppo di espatriati, artisti e reduci della Prima guerra mondiale che cercano di riempire il loro vuoto interiore fra grandi bevute in molti bar di Pamplona e altre città, amori contrastati o impossibili, e viaggi in luoghi esotici, come poteva essere la Spagna al tempo.

Ernest Hemingway, primo a sinistra, con alcuni degli amici che hanno ispirato i personaggi di Fiesta, a Pamplona nel 1925 (John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston, Public domain, via Wikimedia Commons)

Uscito il 22 ottobre del 1926, Fiesta contribuì a definire una generazione, la “Generazione perduta”, composta da chi era diventato adulto durante la Prima guerra mondiale o negli anni appena precedenti. Lo stile di scrittura di Hemingway avrebbe invece influenzato profondamente la letteratura statunitense, e nel 1954 vinse il premio Nobel per la letteratura. Ma Fiesta aumentò soprattutto la notorietà della festa di San Fermín all’estero, che da allora fu sempre più frequentata da stranieri. Hemingway continuò ad andarci quasi tutti gli anni fino al 1931, e ogni volta eccessi alcolici e qualche tormento amoroso accompagnavano i suoi pomeriggi nella Plaza de Toros e le giornate a pesca nei fiumi vicini.

Mancò poi per 22 anni, tornandoci solo nel 1953: nel frattempo il dittatore Francisco Franco aveva preso e consolidato il potere in Spagna. Hemingway aveva scritto articoli a favore della Repubblica e nel romanzo Per chi suona la campana aveva raccontato la guerra civile spagnola dal punto di vista delle forze democratiche. Quando però Stati Uniti e Spagna ristabilirono rapporti diplomatici, soprattutto in ottica anticomunista e antisovietica, lo scrittore poté tornare nel paese.

Nelle ultime presenze a Pamplona lo stesso Hemingway era diventato una star della festa: tutti volevano incontrarlo, fotografarlo, bere con lui. La sua ultima partecipazione alla festa di San Fermín fu nel 1959. Morì suicida nel luglio del 1961: pochi giorni dopo aveva una prenotazione nel suo solito albergo di Pamplona.

Ernest Hemingway con un toro nei dintorni di Pamplona, nell’estate del 1927 (John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Public domain, via Wikimedia Commons)

Ci sono encierros anche in altre città, ma i più famosi sono quelli di Pamplona, ai cui 200mila abitanti ogni anno se ne aggiungono circa un milione per la festa di San Fermín, con una quota del 15-20 per cento di stranieri. Fra questi, gli americani sono i più rappresentati, tre o quattro volte di più rispetto ad australiani e francesi, secondo i dati del Comune.

Alcuni dei bar, degli alberghi e dei luoghi di Hemingway sono sopravvissuti, a volte proprio per la fama che gli aveva riservato la sua frequentazione: la stessa cosa è successa all’Avana, a Cuba, per i bar El Floridita e Bodeguita del Medio. Nella piazza principale di Pamplona, quella del Castillo, Hemingway frequentava bar come Txoko e Café Iruña, che esistono ancora, e Café Bar Torino, Café Kutz e Café Suizo, ora chiusi. Nel Gran Hotel La Perla una suite è ancora ammobiliata come ai suoi tempi, e due statue dello scrittore sono al Café Iruña e all’esterno della Plaza de Toros: lì c’è anche uno striscione con una citazione dal libro: «A mezzogiorno di domenica 6 luglio, la festa è esplosa. Non c’è un altro modo per dirlo».

La statua di Ernest Hemingway all’esterno della Plaza de Toros di Pamplona (Iijjccoo, via Wikimedia Commons)

Nonostante i monumenti e lo sfruttamento della memoria di Hemingway in città, la figura dello scrittore a partire dagli anni Settanta è considerata anche divisiva e scomoda. Il cambiamento delle sensibilità su vari temi ha portato a critiche sia ai romanzi sia alla sua persona, specialmente per i suoi atteggiamenti nei confronti delle donne, e per la centralità nei suoi libri di pratiche che nel tempo sono considerate in modo sempre più negativo, come la caccia o la corrida.

Quest’ultima è infatti centrale in tre dei suoi romanzi e in diversi racconti. Da tempo in Spagna e negli altri paesi in cui viene praticata il dibattito sull’opportunità di continuare è molto acceso. Alcuni infatti considerano la corrida una tradizione storica che fa parte della cultura locale, altri invece la ritengono una pratica crudele e anacronistica, che bisognerebbe abbandonare.

Le stesse critiche riguardano gli encierros. Vari gruppi animalisti ogni anno protestano contro la corsa dei tori, per come rende uno spettacolo le violenze e i maltrattamenti inflitti ai tori. Nonostante le proteste però il mantenimento della pratica non è davvero mai stato a rischio. Negli anni è stata solo regolata maggiormente la corsa e sono stati aggiunti accorgimenti per limitare lo stress e le cadute degli animali, come una particolare vernice sul terreno, che limita gli scivolamenti dei tori nelle curve.

Oggi i turisti stranieri, quelli attirati dalla fama internazionale della festa favorita dal libro di Hemingway, sono spesso accusati di partecipare alle corse impreparati o dopo aver bevuto troppo, rendendole più pericolose. I “puristi” invece rimpiangono le tradizioni e le vecchie edizioni raccontate dallo scrittore,  perché ritengono che gli encierros oggi siano diventati troppo sicuri e prevedibili.