Come san Sebastiano è diventato un’icona queer
Da martire del cristianesimo nel 300 a riferimento per molti artisti e intellettuali omosessuali

Dopo i lavori forzati a cui venne condannato per omosessualità lo scrittore Oscar Wilde cominciò a farsi chiamare con lo pseudonimo Sebastian. Il pittore Keith Haring raffigurò san Sebastiano come nume tutelare dell’epidemia di HIV. Registi militanti come l’inglese Derek Jarman si ispirarono al martirio del santo, che fu ripreso anche nelle opere di molti artisti gay contemporanei, come Pierre e Gilles. Oggi le rappresentazioni di san Sebastiano si trovano anche in calendari e graphic novel su temi queer.
San Sebastiano fu un soldato romano perseguitato e ucciso intorno al 300 per ordine dell’imperatore Diocleziano, ma da tempo si è affermato come un’icona della comunità LGBTQ+. La ricezione omoerotica di san Sebastiano riguarda tanto il racconto della sua vita quanto le sue raffigurazioni e le interpretazioni che ne sono state date dal Rinascimento in poi.
Secondo la tradizione Sebastiano – venerato come santo sia nella Chiesa cattolica che in quella ortodossa – nacque in Gallia nel 256 d.C. Istruito a Milano ai principi della fede cristiana, quando arrivò a Roma divenne soldato, alto ufficiale e poi membro della prima e prestigiosa corte pretoria per la difesa dell’imperatore che, a quel tempo, era Diocleziano, un accanito persecutore di cristiani.

Il san Sebastiano di Pierre&Gilles (1987)
Guardia imperiale di giorno e devoto al cristianesimo di notte, i resoconti riportano che Sebastiano sostenne i cristiani incarcerati dall’impero, che si occupò delle loro sepolture e che contribuì alla conversione di donne, funzionari e militari di corte. Quando Diocleziano lo scovò lo condannò a morte ordinando che venisse legato nudo a un palo sul colle Palatino e trafitto. I soldati, nel vederlo morente e colpito da così tante frecce, lo credettero morto e lo abbandonarono affinché se ne cibassero gli animali. Ma una donna, andata a recuperarne il corpo per dargli sepoltura, si accorse che era ancora vivo e lo curò. Una volta guarito Sebastiano decise di affrontare direttamente l’imperatore e proclamare pubblicamente la propria fede al suo cospetto. Diocleziano ordinò immediatamente la sua flagellazione a morte e che il suo corpo venisse gettato nella Cloaca Massima.
Nonostante Sebastiano fosse un militare e nell’iconografia medievale comparisse soprattutto come tale, e dunque come un uomo adulto, virile, barbuto e vestito, a partire dal tardo Medioevo e poi nel Rinascimento fu l’episodio del suo primo martirio, quello a cui sopravvisse, a diventare centrale nella sua raffigurazione.
Durante il Rinascimento artisti come Botticelli, El Greco e Guido Reni lo ritrassero come un giovane di grande bellezza, senza vesti e spesso in pose languide e sensuali, facendo iniziare una storia di cui prima non si ritrova traccia e in cui si cominciò ad associare Sebastiano all’omoerotismo.

San Sebastiano, dipinto a olio su tela realizzato tra il 1576 e il 1579 da El Greco e conservato nella Cattedrale di Palencia, in Spagna (Wikipedia)
La ragione per cui nel tempo il santo ha abbandonato le sembianze di vecchio per acquisire i tratti di un efebo biondo e svestito sembra avere a che fare con due elementi: la sua associazione (già consolidata nel Medioevo) alla peste e la sua conseguente e progressiva sovrapposizione con Apollo.
Per via della metafora della peste come “freccia divina” il culto di Sebastiano crebbe durante le numerose epidemie che esplosero dal Medioevo in poi. Allora per chiedere protezione dalla malattia si cominciò a invocare il santo perché il suo corpo rappresentava uno scudo dalle frecce, in grado di proteggere i fedeli senza morirne. Mostrare la sua carne e dunque il suo corpo nudo durante il martirio divenne funzionale a sorreggere l’allegoria.
È probabilmente con il recupero dell’estetica antica e l’interpretazione cristiana delle immagini dell’antichità, al suo massimo nel Rinascimento, che Sebastiano acquisì via via le sembianze di Apollo, il dio che nella mitologia greca scagliava frecce invisibili che portavano peste e morte improvvisa. In ambito artistico avvenne un capovolgimento tra arciere e bersaglio: il dio greco che scagliava la morte si trasformò nel santo cristiano che, sebbene trafitto, resta immune e assorbe i colpi per proteggere l’umanità.
Sullo scivolamento di questo nuovo, giovane e nudo san Sebastiano verso l’erotismo l’ipotesi che circola maggiormente chiama in causa Eros, il dio greco dell’amore che scaglia le sue frecce per colpire il cuore dell’amato o dell’amata, che diventano a loro volta bersagli e dunque oggetti di contemplazione e desiderio. L’immagine di san Sebastiano iniziò dunque a caricarsi di elementi erotici, col drappo sull’inguine a volte molto aderente, a volte sul punto di cadere. In altri dipinti è una freccia o il rivolo di sangue che fuoriesce dalla ferita a invitare chi guarda a posare lo sguardo sul sesso del santo.

Il san Sebastiano di Andrea Mantegna, 1481 circa: la freccia che trapassa il panneggio è la sola a non essere stata scagliata di lato ed è quella che provoca il sanguinamento più abbondante (Wikipedia).
In altri quadri, la messa in rilievo del sesso del santo è evidente: o perché il perizoma, snodato, non cade a terra come dovrebbe e viene sostenuto da un pene evidentemente in erezione, o perché il perizoma è annodato in modo tale da prendere la forma di un lungo sesso.

Il san Sebastiano di Pietro Perugino, 1495 circa (Wikipedia)
L’associazione tra san Sebastiano e l’omoerotismo avrebbe invece più a che fare con l’interpretazione e non direttamente con le intenzioni degli artisti. Durante il Rinascimento l’omosessualità era tollerata nella pratica quotidiana, ma ufficialmente condannata dalla Chiesa cattolica e punita per legge in molti casi con la pena di morte. Le raffigurazioni artistiche del corpo desiderabile e perseguitato di san Sebastiano avrebbero dunque potuto offrire, secondo alcune analisi, un canale espressivo lecito per il desiderio omosessuale maschile. Anche perché la peste, una delle più grandi paure dell’epoca, veniva brandita dai predicatori come il castigo di quello che consideravano il peggiore dei vizi: la sodomia.
In un lungo articolo di BBC sulla storia di san Sebastiano Daniel Fountain, docente di storia dell’arte e cultura visiva all’Università di Exeter, nel Regno Unito, dice che le frecce che trafiggono il corpo del santo sono state interpretate dagli storici dell’arte come un simbolo fallico. A sua volta Clare Barlow, curatrice della mostra Queer British Art 1861–1967 alla Tate Britain nel 2017, sostiene che le frecce «assumano un enorme significato psicosessuale». «Spesso è molto difficile stabilire se si tratti di un’intenzione esplicita dell’artista o di un’interpretazione della sua opera da parte di una comunità di spettatori desiderosa di rappresentazione».

San Sebastiano dipinto da Guido Reni nel 1615 circa, e conservato ai Musei Capitolini di Roma (Wikipedia)
La figura di san Sebastiano tornò centrale nel XIX secolo, epoca in cui l’omosessualità affrontò una profonda transizione passando dall’essere condannata come peccato a essere catalogata dalla medicina come perversione.
Oscar Wilde, il saggista inglese Walter Pater e lo scrittore francese Marc-André Raffalovich si identificarono con la figura di questo santo, utilizzando la sua immagine come mezzo discreto per esprimere il loro orientamento sessuale. Raffalovich, che dopo aver scritto diversi saggi sull’omosessualità decise, nel 1896, di entrare a far parte dell’ordine dei Domenicani, scelse proprio il nome religioso di Fratel Sebastiano, in omaggio al suo santo prediletto. Sebastiano, in quel periodo, divenne insomma una sorta di linguaggio codificato per condividere ed esprimere i propri desideri non eterosessuali attraverso un’icona immediatamente riconoscibile da altri.
Ma divenne anche, secondo alcuni interpreti, il simbolo dell’esclusione delle persone omosessuali in certe epoche: «Cercava di nascondere chi era, un cristiano, prima di essere emarginato dalla società e perseguitato per le sue convinzioni», dice Daniel Fountain, e per questo ha resistito nel tempo diventando un riferimento per molti artisti queer che hanno trovato una risonanza in questa narrazione di esclusione.

San Sebastiano dipinto dall’artista statunitense Felix circondato da triangoli rosa, il simbolo usato dai nazisti per identificare le persone omosessuali rinchiuse nei campi di concentramento (@felix_sacred_art)
Nel 1976 l’artista, regista e attivista per i diritti degli omosessuali Derek Jarman gli rese omaggio in Sebastiane, un film considerato rivoluzionario perché mostrava in modo esplicito la nudità maschile e dava una rappresentazione positiva dell’omosessualità. Nel film, Sebastiano (interpretato dall’attore italiano Leonardo Treviglio) è oggetto del desiderio di un centurione romano, un desiderio però non corrisposto. Sebastiano, che rifiuta le sue avances, viene per questo legato a un palo e trafitto dalle frecce. Negli anni Quaranta lo scrittore, drammaturgo e attivista giapponese Yukio Mishima raccontò nel suo romanzo autobiografico Confessioni di una maschera di essersi masturbato per la prima volta, e aver preso coscienza della propria omosessualità, guardando il dipinto di Guido Reni che raffigurava san Sebastiano. Si fece poi ritrarre dal fotografo Eikoh Hosoe nella stessa posa del santo.
Tra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta, l’immagine di san Sebastiano fu ripresa in opere di artisti contemporanei come Keith Haring e David Wojnarowicz, entrambi morti di AIDS, riprendendo quindi il tema della peste. «Ci sono chiari parallelismi con il modo in cui la sua figura viene accolta negli anni Ottanta, durante una pestilenza ben diversa, quando le raffigurazioni di Sebastiano lo celebrano come una sorta di santo patrono della queerness, della malattia e della perseveranza», dice Fountain.

Un’opera del 1982 di David Wojnarowicz intitolata Peter Hujar Dreaming / Yukio Mishima: St. Sebastian



