Quell’antico osservatorio spaziale andava portato in salvo
Un robot è appena partito per provare una cosa mai tentata prima in orbita: pescare il grande satellite Swift e salvarlo dalla distruzione
di Emanuele Menietti

Un satellite in orbita sta lentamente cadendo verso la Terra. Non è un satellite come tutti gli altri, ma un osservatorio spaziale grande più o meno quanto un furgone. Si chiama Swift e negli ultimi vent’anni ci ha permesso di studiare i lampi gamma, cioè le esplosioni più violente e potenti dell’Universo. Venerdì mattina un robot è partito dalla Terra per “salvarlo” e impedire che si polverizzi nell’atmosfera: è una missione mai tentata prima nella storia delle esplorazioni spaziali.
Il lancio è avvenuto alle 10:35 (ora italiana) da un atollo delle Isole Marshall nel Pacifico, o per meglio dire da un aeroplano che ha fatto da base di partenza per il razzo Pegasus XL sul quale era stato montato LINK, il satellite robot che dovrà soccorrere Swift. Nelle prossime settimane LINK si avvicinerà all’osservatorio della NASA per analizzarlo e, se tutto procederà come previsto, agganciarlo con le sue tre braccia robotiche per spingerlo poi in un’orbita più alta dell’attuale e consentirgli di proseguire le osservazioni.
L’idea non è molto diversa da quella delle macchine per pescare i peluche con un artiglio, ma in questo caso la sala giochi è nello Spazio a centinaia di chilometri di altitudine e con un gettone si potrà fare un solo tentativo. Il direttore della missione di Swift l’ha definita una missione «ad alto rischio e ad alta ricompensa». L’osservatorio è costato finora circa 500 milioni di dollari e la NASA attualmente non avrebbe risorse per progettarne un altro.
Di solito le missioni spaziali di questo tipo richiedono anni per la progettazione, lo sviluppo, la costruzione e i test, ma nel caso di LINK i tempi sono stati stretti. Nove mesi fa il robot lanciato oggi non esisteva, ma la NASA aveva fretta di trovare una soluzione a un problema che aveva iniziato a notare nel corso del 2024.

LINK durante una serie di test (NASA)
Swift stava perdendo quota a causa dell’intensa attività solare, che aveva riscaldato e fatto espandere gli strati più esterni dell’atmosfera terrestre. Anche a centinaia di chilometri di altitudine, questa espansione aveva aumentato l’attrito con i rarissimi gas presenti, rallentando leggermente l’osservatorio e facendolo scendere progressivamente verso la Terra. Swift non poteva però correggere la propria orbita: quando era stato lanciato nel 2004, a circa 600 chilometri di quota, non era stato dotato di motori perché la missione era stata progettata per durare appena un paio d’anni. In quel tempo la perdita di quota sarebbe stata marginale e i motori sarebbero stati una zavorra inutile al lancio.
La NASA estese la durata della missione, con la consapevolezza che col tempo Swift si sarebbe avvicinato sempre di più alla Terra, fino a distruggersi negli strati più densi dell’atmosfera. Nel 2024 i responsabili della missione avevano stimato che l’osservatorio sarebbe potuto durare ancora una decina di anni, poi si accorsero dell’effetto imprevisto del vento solare. Nei primi mesi del 2025 divenne evidente che senza un intervento esterno l’osservatorio sarebbe bruciato nell’atmosfera entro la fine del 2026.
Dopo un confronto sui costi e sui benefici per provare a salvare l’osservatorio, a settembre dello scorso anno la NASA annunciò l’assegnazione di un contratto da 30 milioni di dollari alla startup statunitense Katalyst Space Technologies per lo sviluppo e il lancio di un sistema di soccorso per Swift. L’azienda aveva davanti a sé nove mesi per costruire un robot da mandare in orbita, modificando i propri progetti di altri satelliti.
Il sistema sviluppato da KST è un satellite molto più piccolo di Swift, grande più o meno quanto un frigorifero. A prima vista assomiglia ai satelliti di piccole-medie dimensioni usati per le telecomunicazioni, ma a differenza di questi ha tre braccia robotiche lunghe poco più di un metro. Ogni braccio termina con una pinza formata da due larghe dita metalliche, simili a quelle degli omini LEGO.
Nelle prossime settimane LINK raggiungerà Swift e inizierà a girargli intorno per fotografarlo e rilevarne la forma attuale con i propri sensori. Le immagini e i dati serviranno ai responsabili della missione per capire in che stato è l’osservatorio: sanno che funziona, ma nessuno lo ha mai più osservato da quando fu lanciato più di vent’anni fa. Le osservazioni serviranno per capire come agganciare LINK a Swift, che come la maggior parte dei satelliti non ha veri e propri punti di attracco.

Le braccia robotiche dovranno aggrapparsi alla struttura portante di Swift con grande cautela, per ridurre il rischio di danneggiare i suoi delicati telescopi. Quando la presa sarà sicura, LINK accenderà i propri motori e spingerà lentamente Swift per fargli recuperare una quota di sicurezza ed estendere la sua durata. Ma trovare i giusti appigli non sarà l’unica difficoltà dell’operazione.
I responsabili della missione hanno spiegato di essere preoccupati soprattutto dalla fragilità dello strato protettivo per l’isolamento termico di Swift, simile a una sottile pellicola di alluminio. Dopo più di vent’anni in orbita il materiale potrebbe essere diventato molto fragile e friabile: se dovesse andare in pezzi durante il contatto con le braccia robotiche, i frammenti potrebbero colpire e danneggiare i sensori dei telescopi rendendoli inutilizzabili. Le fotografie e le analisi serviranno proprio per verificare le condizioni del rivestimento e trovare i punti di aggancio meno rischiosi.
Salvo rinvii, la fase di cattura dovrebbe avvenire non prima della seconda metà di agosto, mentre potrebbero essere poi necessari fino a due mesi per spostare Swift in un’orbita più sicura. A quel punto l’osservatorio potrebbe riprendere le proprie attività, sospese da qualche tempo per la necessità di orientarlo in modo da ridurre il più possibile la perdita di quota.
Molte cose potrebbero andare storte e la NASA considera l’intera missione un esperimento con nulla da perdere e molto da imparare. Se fallirà, Swift sarà comunque perso, mentre nel caso di un successo si sarà realizzato un nuovo importante sistema per fare manutenzione in orbita senza astronauti, che in futuro potrebbe essere adottato per estendere la durata di altre missioni come quella del telescopio spaziale Hubble.

Nel 2009 fu svolta un’attività di manutenzione con astronauti del telescopio spaziale Hubble, molto più complessa di quella prevista per Swift e che la NASA spera di poter gestire con un robot (NASA)
In questi vent’anni Swift è stato fondamentale per studiare gli eventi più energetici dell’Universo. Il suo compito principale era individuare i lampi gamma, le potentissime esplosioni che possono liberare in pochi secondi più energia di quella emessa dal Sole in tutta la sua vita. Grazie alla sua capacità di puntare quasi istantaneamente verso questi fenomeni, ha permesso agli astronomi di studiarli come mai prima, aiutandoli a capire che alcuni sono prodotti dall’esplosione di stelle gigantesche, mentre altri nascono dalla fusione di stelle di neutroni. Swift ha osservato anche supernove, buchi neri, comete e molti fenomeni transitori, cioè eventi che compaiono all’improvviso e sono di breve durata.
La possibilità di continuare a farlo nel prossimo decennio dipende interamente da un piccolo satellite da poche ore in viaggio per una missione di salvataggio mai tentata prima. Dopo averlo riportato alla giusta quota, LINK avrà esaurito il proprio compito. Si sgancerà da Swift e si tufferà nell’atmosfera dove si consumerà senza lasciare traccia, come una meteora silenziosa, dopo aver contribuito a tenere ancora un po’ più aperto il nostro sguardo sull’Universo.



