In Cina uno youtuber è diventato un super vigilante delle frodi scientifiche
Le denunce di Geng Hongwei stanno agitando riviste autorevoli e hanno portato a licenziamenti di illustri scienziati

Tra aprile e giugno il gruppo editoriale Springer Nature, che pubblica Nature e altre autorevoli riviste scientifiche, ha avviato indagini sull’affidabilità dei dati di cinque suoi articoli usciti tra il 2020 e il 2026 e scritti da gruppi di ricerca cinesi. Anche le università cinesi coinvolte, tra le più prolifiche al mondo per volume di pubblicazioni, hanno avviato indagini interne. Alcune hanno già accertato la falsificazione dei dati contestati, licenziato i ricercatori responsabili degli studi e rimosso o declassato i presidi di istituti e facoltà incaricati della revisione degli articoli.
A stimolare le indagini erano stati i video di un giovane divulgatore, Geng Hongwei, autore di un canale da 2,2 milioni di follower sul social media cinese Bilibili, la principale piattaforma di streaming del sudest asiatico. I suoi video si occupano di notizie e nuove scoperte in ambito biomedico, spiegate con meme, fumetti e un linguaggio comprensibile per il pubblico generalista. Di lui hanno scritto giornali internazionali e riviste scientifiche, tra cui Science e la stessa Nature, descrivendolo come «un alleato inaspettato» nel contrasto al problema dilagante delle frodi scientifiche, diffuso in tutti i paesi ma diventato molto evidente soprattutto nella ricerca cinese.
Geng ha 33 anni ed è un ex dottorando in ingegneria biomedica all’università Beihang di Pechino. Proviene da una famiglia di origini modeste e aveva cominciato a registrare video per i social media dal suo dormitorio, durante la pandemia, nella speranza di ricavarci qualche soldo mentre le lezioni erano sospese. All’inizio non faceva divulgazione: nei suoi video parlava di ricerca, ma anche della vita e delle frustrazioni da studente di dottorato. Gli studi lo avevano avviato verso un lavoro con uno stipendio base, mentre i guadagni con i social media sembravano più promettenti. È quindi diventato un videoblogger a tempo pieno: «Volevo solo che la mia vita fosse migliore», ha detto all’Economist.
A Nature ha raccontato di aver lasciato il dottorato al quinto anno, nel 2025, perché si sentiva impossibilitato a fare ricerca in un ambiente che lo spingeva a pubblicare un articolo dietro l’altro, e non riusciva a intravedere per sé un percorso di carriera praticabile come ricercatore. Secondo molti, proprio la pressione a pubblicare il più possibile per avere successo in ambito accademico, sintetizzata con l’espressione publish or perish (“pubblica o muori”), è all’origine del problema delle frodi scientifiche, aumentate sproporzionatamente negli ultimi anni.

La facciata principale di uno degli edifici del campus dell’università Sun Yat-sen in occasione del centenario, a Guangzhou, in Cina, il 3 novembre 2024 (AP/Xu Zhenlin)
La popolarità del canale di Geng, che si chiama “Geng racconta una storia”, è cresciuta di pari passo con la sua reputazione di whistleblower (“denunciatore”) delle sospette frodi scientifiche, appunto, che lui verifica personalmente su segnalazione dei suoi follower o di ricercatori che se ne occupano. Diversi spunti li prende da PubPeer, un sito che raccoglie commenti degli utenti su singoli articoli scientifici. A Science ha detto di essersi dedicato principalmente agli studi di scienziati cinesi di alto profilo, perché i loro lavori ricevono cospicui finanziamenti statali. I settori in cui lavorano, come le biotecnologie e l’oncologia, sono in assoluto tra i più finanziati al mondo.
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In alcuni casi le frodi sembrano evidenti e piuttosto grossolane, nonostante gli studi siano pubblicati su riviste autorevoli e siano stati revisionati da scienziati molto conosciuti e rispettati nelle università cinesi. In un articolo uscito su Nature nel 2024 e ora oggetto di indagine, per esempio, Geng ha notato in una tabella di informazioni sui pesi di topi da laboratorio una frequenza insolita di 5 come seconda cifra decimale, anziché le sequenze casuali che ci si aspetterebbe per un dato del genere. «Consiglio vivamente al professor Wang [Wang Ping, responsabile dello studio] di usare un generatore di numeri casuali la prossima volta che commette una frode», dice sarcasticamente Geng nel video in cui denuncia l’anomalia.
Lo studio contestato riguarda un possibile modo di rallentare la crescita dei tumori privando le cellule tumorali di uno specifico aminoacido. Secondo l’indagine dell’università Tongji di Shanghai, contiene dati problematici in molte figure e tabelle. Wang, che guidava il gruppo di ricerca, è stato rimosso dall’incarico di preside della facoltà di Scienze biologiche e tecnologiche, per non aver «supervisionato adeguatamente i dati sperimentali e la qualità dell’articolo» e non aver garantito «l’autenticità e la riproducibilità dei dati». La ricercatrice Jin Jiali, prima autrice dello studio, è stata licenziata dall’istituto in cui lavorava.
In diversi video pubblicati negli ultimi due mesi Geng ha denunciato immagini e dati sospetti in nove articoli di biomedicina di gruppi di ricerca guidati da importanti scienziati cinesi. Le università in cui insegnano, tra cui l’università Nankai di Tianjin e l’università Sun Yat-sen di Guangzhou, hanno avviato indagini o già preso pesanti provvedimenti disciplinari nei loro confronti.

Una dottoranda vicino a una campana del campus Balitai dell’università Nankai, a Tianjin, in Cina, il 10 maggio 2025 (Li Ran/Xinhua/ZUMA Press)
Uno dei modelli di ispirazione di Hongwei è Elisabeth Bik, una stimata microbiologa olandese autrice del blog Science Integrity Digest, in cui segnala e discute studi sospetti o problematici. Bik ha detto al Wall Street Journal che in Cina la pressione sui medici e sugli scienziati affinché pubblichino il più possibile è enorme, e che sono le regole del sistema a spingere le persone a imbrogliare. Ha apprezzato l’impegno di Geng, ma ha detto che scoprire le falsificazioni dei dati potrebbe diventare sempre più difficile. «È un gioco del gatto col topo, e chi imbroglia è sempre un passo avanti a noi», ha detto.
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Il problema delle frodi scientifiche è noto e discusso in Cina da tempo, ma l’attenzione che Geng è riuscito ad attirare è abbastanza eccezionale. Perché ha esperienza accademica e un grande seguito sui social media, e soprattutto ha la libertà di parlare senza paura di ritorsioni professionali, avendo abbandonato gli studi.
Il che non significa che non abbia paura di altre possibili ritorsioni. Parlando all’Economist dalla città in cui vive oggi – Siping, un centro industriale in declino nel nordest del paese – ha detto che diverse persone intorno a lui gli hanno suggerito di occuparsi di altro. Perché le sue denunce ledono molti interessi: dal numero di pubblicazioni su riviste come Nature dipendono promozioni, finanziamenti e incentivi vari, che in Cina possono includere anche premi in denaro e sussidi per l’alloggio.
I singoli gruppi di ricerca, che di solito fanno capo a un unico scienziato eminente, sono spesso composti da centinaia di studiosi e sono più numerosi della maggior parte dei gruppi nei paesi occidentali.

Un gruppo di studenti cammina davanti a una statua di Mao Zedong nel campus dell’università Tongji, allagato dall’acqua alluvionale, a Shanghai, il 17 giugno 2015 (Getty Images)
Finora il lavoro di Geng da vigilante delle frodi scientifiche è stato apprezzato dal governo, almeno pubblicamente. L’agenzia di stampa statale Xinhua ha pubblicato un’intervista con lui, e in molti l’hanno interpretato come un segno di sostegno. È possibile, secondo l’Economist, che il governo abbia interesse a sfruttarlo come persona informata, popolare e critica, in grado di sollecitare maggiore rigore scientifico nelle università e negli istituti di ricerca.
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Nella produzione scientifica cinese la percentuale di frodi e articoli ritirati dalle riviste è in generale molta alta: un problema alimentato in parte dalle cosiddette paper mills (“fabbriche di articoli”), organizzazioni illegali che vendono articoli in gran parte plagiati o scritti con sistemi automatici, che possono includere errori e dati inventati. Proliferano perché soddisfano una domanda altissima, sostenuta da ricercatori che ambiscono ad avanzamenti di carriera ma non reggono i ritmi di pubblicazione richiesti per competere in ambito accademico. E siccome molti errori e falsificazioni sfuggono alle revisioni, il rischio di essere scoperti rimane inferiore al vantaggio competitivo che si ottiene imbrogliando.
Questo non significa che dalla Cina provengano solo articoli di scarsa qualità, anzi. Da anni la Cina è una grande potenza in ambito scientifico, ma l’aumento della produzione tende a coincidere con un aumento delle frodi. Secondo il Nature Index 2026, un rapporto annuale sulla produzione scientifica su riviste di alto livello, tra i primi dieci istituti di ricerca e università per volume di pubblicazioni nel mondo nove sono cinesi. Ma il problema, come ha scritto sul Foglio il biologo e divulgatore Enrico Bucci, è che la produzione scientifica è diventata un criterio amministrativo di selezione.
Le sanzioni in caso di frode possono avere sì un effetto deterrente, perché inducono le università a prendere provvedimenti, ma secondo lui servono a poco, perché arrivano «dopo che l’articolo scientifico è entrato nella letteratura, ha generato citazioni, ha consumato tempo di revisori, lettori e ricercatori che lo hanno preso sul serio». È un problema che in Cina ha acquisito una dimensione più estesa e visibile, ma riguarda tutta la ricerca, conclude Bucci, perché «quando la qualità della ricerca è misurata tramite segnali manipolabili, una parte del sistema manipolerà quei segnali».



