I rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita non sono più gli stessi
La guerra in Medio Oriente ha messo in difficoltà la loro lunga alleanza, e mostrato ancora l'inaffidabilità di Trump

La guerra in Medio Oriente ha messo in difficoltà e logorato i rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita, due storici alleati nella regione, e soprattutto tra l’amministrazione di Donald Trump e Mohammed bin Salman, il principe ereditario saudita che di fatto governa il paese.
Secondo il Wall Street Journal, l’amministrazione Trump starebbe perfino valutando di spostare dall’Arabia Saudita parte dei soldati e degli armamenti che si trovano nel paese, un po’ come starebbe facendo con l’Europa: Trump ritiene che entrambi non siano stati abbastanza fedeli e solidali verso gli Stati Uniti durante la guerra.
L’Arabia Saudita è da decenni il principale alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente dopo Israele, e il principe bin Salman aveva investito enormemente – sia in termini diplomatici sia soprattutto finanziari – nelle relazioni con Trump. Tra le altre cose, quattro anni fa un fondo di investimento legato direttamente a bin Salman aveva finanziato con due miliardi di dollari alcune attività imprenditoriali di Jared Kushner, genero di Trump e suo principale negoziatore per il Medio Oriente.
Trump aveva scelto l’Arabia Saudita per fare la sua prima visita di stato sia del primo mandato (2017-2021) sia del secondo (quello attuale, iniziato nel 2025): è generalmente ritenuto un grosso onore.
La guerra in Medio Oriente ha però complicato i rapporti. Mohammed bin Salman ha avuto un atteggiamento ambivalente verso Trump, difficile da ricostruire perché è stato descritto soprattutto in retroscena sui media internazionali. Prima della guerra, mentre gli Stati Uniti stavano ammassando mezzi militari nel golfo Persico, bin Salman era inizialmente contrario, spingeva per una soluzione diplomatica e temeva – correttamente – che un attacco degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran avrebbe destabilizzato tutto il Medio Oriente e creato enormi difficoltà alla stessa Arabia Saudita.
Quando però l’attacco è cominciato, bin Salman ha inizialmente incitato gli Stati Uniti a proseguire fino alla fine per rovesciare il regime iraniano (questo secondo una ricostruzione molto dettagliata del New York Times; bin Salman ha sempre smentito). Era una posizione condivisa anche da altri stati arabi del Golfo, che in quel momento stavano subendo gli attacchi di ritorsione dell’Iran. L’idea era: non avremmo voluto che la guerra iniziasse, ma ormai che ne stiamo subendo le conseguenze gli Stati Uniti devono eliminare definitivamente la minaccia rappresentata dall’Iran.
Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno anche fatto alcuni attacchi sotto copertura contro l’Iran, sebbene i due governi abbiano smentito la cosa.
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Man mano che si è capito che il regime iraniano sarebbe sopravvissuto alla guerra, e che le conseguenze dei bombardamenti sul Golfo si facevano più intense, bin Salman ha cominciato a fare pressioni per porre fine ai combattimenti. Il momento di maggiore tensione con gli Stati Uniti è stato all’inizio di maggio, quando gli Stati Uniti hanno annunciato l’operazione Project Freedom per scortare con la forza militare le navi nello stretto di Hormuz bloccato dall’Iran. Era una missione estremamente rischiosa, perché esponeva tanto le navi commerciali quanto la scorta militare statunitense al rischio di essere colpiti dalle forze iraniane. C’era anche il rischio che l’Iran si vendicasse sui paesi del Golfo.
Per la riuscita della missione era necessario che gli Stati Uniti potessero usare le basi militari in Arabia Saudita. La cosa era stata data a tal punto per scontata che l’amministrazione Trump non aveva nemmeno avvisato l’Arabia Saudita. Ma a quel punto, a missione già annunciata pubblicamente, bin Salman ha negato a Trump l’utilizzo delle basi. I media statunitensi hanno raccontato di varie telefonate furiose, ma bin Salman non ha ceduto e Project Freedom è fallita nel giro di 48 ore. Nelle settimane successive gli Stati Uniti hanno fatto alcune operazioni di scorta delle navi commerciali ma in maniera più discreta, e l’Arabia Saudita li ha aiutati.

Mohammed bin Salman e Donald Trump a un evento a Washington, novembre 2025 (AP Photo/Evan Vucci, File)
Più in generale, la guerra in Medio Oriente ha dimostrato all’Arabia Saudita che gli Stati Uniti possono essere un partner inaffidabile, soprattutto nelle questioni legate alla difesa. La guerra peraltro ha anche acuito le divisioni tra i paesi del Golfo, e in particolare con gli Emirati Arabi Uniti, con cui i rapporti erano complicati già da tempo.
Anche per questo l’Arabia Saudita sta cominciando a diversificare le sue alleanze: di recente per esempio ha stabilito rapporti stretti con Pakistan, Egitto e Turchia, le maggiori potenze regionali dell’area, per cercare di creare un nuovo sistema di alleanze meno dipendente dagli Stati Uniti, che comunque rimangono importanti.
Anche l’amministrazione Trump, dal canto suo, ha mostrato segnali di insoddisfazione nei confronti dell’Arabia Saudita. La settimana scorsa il segretario di Stato Marco Rubio ha visitato la regione: è stato negli Emirati Arabi Uniti, in Kuwait e in Bahrein, ma ha evitato l’Arabia Saudita. I sauditi l’hanno presa come un’offesa voluta.
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