Una misura che potrebbe aumentare gli stipendi, passata sotto traccia

Però aspettate a festeggiare, perché non si sa bene come verrà attuata e se sarà efficace o controproducente

(Oli Scarff/Getty Images)
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Nella legge di conversione del cosiddetto “decreto primo maggio”, all’articolo 10, c’è una norma assai favorevole per i lavoratori dipendenti e allo stesso tempo complicata da applicare per le aziende: prevede che queste debbano aumentare gli stipendi dei lavoratori per adeguarli parzialmente all’inflazione, qualora sia scaduto il loro contratto nazionale di riferimento.

È una misura passata abbastanza sotto traccia rispetto alle altre della legge, che tra le altre cose introduce gli ennesimi bonus sulle assunzioni. Ma ha effetti potenziali importanti, perché in Italia tantissimi dipendenti lavorano con contratti di categoria scaduti.

Sono i cosiddetti Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro, anche conosciuti con l’acronimo CCNL. In Italia questi contratti regolano la quasi totalità del lavoro dipendente. Ce n’è uno per ogni categoria, per esempio commercio, metalmeccanici, giornalisti, addetti del turismo, e definiscono le regole di base del rapporto di lavoro: orari, diritti e doveri del dipendente, e soprattutto i minimi di stipendio per ogni livello di carriera, con i cosiddetti minimi tabellari.

I CCNL sono negoziati periodicamente dai sindacati nazionali e dalle associazioni dei datori di lavoro di riferimento, come per esempio Confindustria o Confcommercio. Hanno una durata definita, di solito di tre anni, e quando si avvicina la scadenza sindacati e associazioni datoriali devono rinegoziare le nuove condizioni. Sono queste le occasioni in cui i sindacati cercano di spuntare retribuzioni più alte: in Italia i rinnovi dei CCNL sono il percorso principale con cui aumentano gli stipendi.

In realtà il meccanismo descritto fin qui non funziona. In Italia le negoziazioni sono sempre in ritardo, anche a causa di una graduale perdita del potere contrattuale dei sindacati, col risultato che a marzo il 32 per cento dei lavoratori dipendenti aveva un contratto scaduto: circa 4 milioni di persone, 1,2 nel settore privato e 2,8 nella pubblica amministrazione. Fino a poche settimane fa nel settore pubblico tutti i contratti erano scaduti, poi per alcuni l’accordo per il rinnovo è stato raggiunto a inizio giugno.

La conseguenza di tutto ciò è che gli stipendi italiani crescono poco e molto lentamente, anche se la stagnazione dei contratti collettivi non è l’unica causa. La situazione è comunque un po’ migliorata dopo l’inflazione innescata dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina, poiché l’aumento generalizzato del costo della vita ha reso i rinnovi più urgenti: il tempo medio per il quale i lavoratori hanno contratti scaduti si è ridotto a 14,9 mesi dai 22,6 mesi dell’inizio del 2021, quando lavorava con un contratto scaduto quasi l’80 per cento dei dipendenti.

Un operaio a Bologna, il 4 giugno 2026 (Guido Calamosca/LaPresse)

La misura introdotta dal governo ha come obiettivo di ridurre ancora il periodo in cui i lavoratori devono aspettare il rinnovo: prevede che dopo 9 mesi dalla scadenza del contratto, o dal primo gennaio 2027 per i contratti già scaduti, le aziende che lo applicano debbano aumentare in automatico gli stipendi dei loro dipendenti per compensare in parte l’aumento dei prezzi. In questo modo le aziende potrebbero essere spinte a trovare un accordo coi sindacati, e nel frattempo ai lavoratori viene anticipato un piccolo aumento, che poi sarà assorbito dal rinnovo definitivo.

La ministra del Lavoro Marina Calderone alla Camera, il 30 giugno 2026 (Mauro Scrobogna / LaPresse)

Come calcolare di quanto devono aumentarli non è ancora chiaro, anche perché il decreto su questo è molto vago: dice che le aziende devono usare il cosiddetto IPCA, cioè l’Indice dei prezzi al consumo armonizzato calcolato dall’ISTAT, l’indicatore che calcola l’inflazione usando gli stessi criteri in tutti i paesi dell’Unione Europea rendendo i dati confrontabili. In particolare devono usare l’IPCA-NEI, cioè la versione al netto dei prodotti energetici importati. Significa che dal calcolo dell’inflazione viene tolto il costo di gas, petrolio ed energia elettrica che l’Italia compra dall’estero: questo indice non protegge i lavoratori dai rincari delle crisi energetiche come quella in corso, ma in questo modo non addebita alle aziende il costo di una crisi che subiscono loro stesse.

L’IPCA-NEI è l’indice che già di per sé è la base della negoziazione per gli aumenti contrattuali, e l’ISTAT lo pubblica una volta all’anno, a giugno. Per quest’anno è pari al 2,4 per cento.

La nuova misura impone che le aziende debbano aumentare gli stipendi del 50 per cento dell’IPCA-NEI nel periodo di riferimento, dunque per il 2026 dovrebbe portare ad aumenti dell’1,2 per cento. Il problema è innanzitutto capire qual è il periodo di riferimento: vale quello dell’anno in cui scade il contratto? Si farà una media degli anni in cui il contratto resta scaduto? O gli aumenti si accumuleranno? Questo la norma non lo dice, né specifica se l’aumento vada calcolato sul minimo tabellare.

È anche complicato capire come funzionerà per i contratti già scaduti da diversi anni: la norma non può essere retroattiva, e quindi non si possono considerare gli anni precedenti al 2026, ma in questo modo l’aumento garantito è insufficiente a compensare il fatto che i lavoratori hanno avuto gli stipendi fermi per molto tempo. A tutte queste incertezze sui calcoli si aggiunge che la norma non prevede sanzioni per le aziende che non si conformano.

Per capire qualcosa in più su tutte le questioni pratiche bisognerà attendere una eventuale circolare del ministero del Lavoro. Ma intanto le aziende devono adeguarsi e i professionisti del settore hanno già cominciato a ipotizzare alcune soluzioni in linea con lo spirito della norma, che è già in vigore.

Da sinistra: Pierpaolo Bombardieri, segretario della UIL, Daniela Fumarola, della CISL, e Maurizio Landini, della CGIL, il 7 maggio 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Uberto Percivalle, avvocato esperto di diritto del lavoro, dice che c’è molta attesa per le linee guida, che spesso sono più importanti delle norme che vanno a dettagliare. Nel frattempo però c’è il rischio concreto di andare incontro a una serie di contenziosi.

Anche in presenza di linee guida, i contenziosi sarebbero comunque complicati dal fatto che i giudici, pur tenendone conto, non hanno l’obbligo di attenersi alle circolari e devono fare riferimento solo alla legge. Quindi è possibile poi che l’interpretazione spetterà più che altro ai giudici del lavoro, dice Percivalle.

Secondo Nicola Marongiu, coordinatore dell’area contrattazione e mercato del lavoro della CGIL nazionale, la norma rischia di essere anche controproducente, al di là dei problemi di applicazione.

Il timore principale è che diventi una sorta di alibi per i datori di lavoro. Pagando l’adeguamento previsto dalla legge, le aziende potrebbero ritenersi in regola e perdere lo stimolo a negoziare i rinnovi definitivi con condizioni economiche migliori, come il recupero del 100 per cento dell’inflazione, e non del solo 50.

Marongiu inoltre sostiene che, nel caso di un aumento automatico per legge, il sindacato potrebbe avere meno forza per rivendicare un rinnovo contrattuale completo. Peraltro nelle negoziazioni è già frequente che sindacati e aziende si impegnino a trovare soluzioni transitorie in attesa del rinnovo, dunque secondo Marongiu la legge è persino «intrusiva». E in certi settori, come quello dei metalmeccanici o del cosiddetto legno-arredo, esistono già clausole contrattuali che prevedono il recupero del 100 per cento dell’inflazione.