La Russia ha bisogno di importare carburante
Nonostante sia uno dei principali produttori di petrolio: è un segnale che gli attacchi ucraini alle raffinerie stanno facendo male al regime

Martedì il portavoce del regime russo Dmitry Peskov ha detto che la Russia sta trattando con vari paesi, che non ha voluto citare, per importare carburante. È una cosa grossa: la Russia è il secondo esportatore mondiale di petrolio greggio e il terzo di prodotti petroliferi raffinati. Il fatto che cerchi di comprare carburante dall’estero, e lo dica pubblicamente, è un segnale di quanto stanno facendo male gli attacchi ucraini alle infrastrutture petrolifere russe, e che le loro conseguenze sono ormai impossibili da ignorare per il regime.
La campagna di attacchi alle raffinerie russe condotta dall’Ucraina va avanti da anni ed è diventata più intensa nelle ultime settimane. Lo sviluppo di missili e droni sempre più efficaci ha consentito all’Ucraina sia di colpire in profondità nel territorio russo, fino alla lontanissima Siberia, sia di raggiungere le zone meglio difese, come è avvenuto a metà giugno in uno dei maggiori attacchi della guerra, contro un’importante raffineria di Mosca.
L’Ucraina chiama questi attacchi «sanzioni coi droni», per dire che hanno conseguenze più incisive e immediate delle sanzioni economiche imposte dagli alleati occidentali. L’obiettivo è privare il regime di una fonte di finanziamento consistente come le vendite di petrolio, ma anche fare in modo che la popolazione russa avverta gli effetti negativi della guerra, per rendere meno sostenibile la posizione del presidente russo Vladimir Putin a favore di una guerra a oltranza.
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Sergey Vakulenko, ex dirigente della società petrolifera russa Gazprom Neft e ora analista, ha detto al Wall Street Journal che i recenti attacchi hanno compromesso il 28 per cento della capacità russa di raffinare petrolio, causando problemi soprattutto alle forniture di benzina e in misura minore di gasolio. Ci sono state carenze di carburante in tutto il paese, non solo nella Crimea occupata, con lunghe code ai distributori anche nella capitale Mosca che di solito, proprio per la sua importanza politica, viene protetta dal regime.

Cartellini con scritto «Siamo spiacenti, l’attrezzatura è temporaneamente fuori servizio» su un distributore Gazprom Neft a Mosca, il 29 giugno (AP Photo/Pavel Bednyakov)
Domenica il presidente Vladimir Putin ha ammesso che gli attacchi ucraini stanno creando problemi durante un discorso televisivo alla nazione, altra cosa assai rara. Putin ha anche detto che le riserve nazionali di carburante stanno diminuendo, per ora del 4 per cento rispetto a un anno fa. Di nuovo: i negoziati per importare confermano le difficoltà. Peraltro, ammesso che la Russia trovi rapidamente venditori, le importazioni ci metterebbero settimane ad arrivare via mare e peserebbero sul bilancio statale, già messo a dura prova da oltre quattro anni di guerra contro l’Ucraina.
La Russia è stata costretta ad altre contromisure, per esempio sospendere le esportazioni di carburante. Inoltre il governo ha consentito di vendere carburante di minore qualità, derogando ai regolamenti. Lunedì il giornale russo Kommersant ha riferito che potrebbe venire autorizzata la produzione di benzina Euro-2, che è vietata dal 2013 e può danneggiare i motori moderni, mentre va bene per i mezzi più vecchi.
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Infine, anche se i prezzi a livello nazionale sono rimasti calmierati dal governo, nelle regioni più colpite, come la Crimea, si sta sviluppando una specie di mercato nero del carburante, con prezzi altissimi per gli standard russi. Il regime avrebbe preferito evitare problemi di questo tipo mentre si prepara alle elezioni legislative di settembre, che non sono libere ma vengono comunque usate dal regime come strumento di legittimazione.
Ammettere i problemi non ha comunque attenuato la visione massimalista di Putin: nel discorso di domenica ha prospettato nuove conquiste e ha parlato di occupare la “Novorossiya”, un termine di epoca zarista che include le città ucraine di Kherson e Zaporizhzhia, ossia più territorio di quello che Putin aveva chiesto durante le ultime trattative mediate dagli Stati Uniti.



