Per il caso dell’intossicazione da ricina sono arrivati due esperti dalla Germania
Sono del Robert Koch Institut e proveranno a capire come sono morte madre e figlia in Molise, lo scorso dicembre

Le morti di Antonella Di Ielsi e di sua figlia Sara Di Vita, avvenute lo scorso dicembre in Molise per un’intossicazione da ricina, sono ancora un mistero: casi come questo sono molto rari, e la ricina è una sostanza difficile da individuare e conosciuta solo da pochi esperti, quindi dopo oltre sei mesi non si sa ancora come Di Ielsi e Di Vita si siano intossicate. La procura di Larino ha aperto un’indagine per duplice omicidio premeditato, ma non ci sono indagati.
Per questa ragione sono stati chiamati a collaborare con le indagini Christian Herzog e Sylvia Worbs, due esperti del Robert Koch Institut (RKI), l’organizzazione federale che in Germania si occupa del controllo e della prevenzione delle malattie infettive. Herzog e Worbs dovranno trovare tracce di ricina negli alimenti e sugli oggetti che nei mesi scorsi sono stati sequestrati dalla casa dove la donna e la ragazza abitavano con la loro famiglia.
All’RKI, che è tra i più prestigiosi e riconosciuti al mondo in questo campo, Herzog dirige il Centro per le minacce biologiche e gli agenti patogeni speciali. È una sezione dell’istituto in cui i ricercatori studiano, identificano e cercano soluzioni per contrastare agenti patogeni come virus, batteri e sostanze come le diossine pericolose o letali per le persone. Tra queste anche la ricina: il team di Herzog ne ha studiato l’uso come arma biologica, e Herzog si è detto in grado di poterla rilevare sugli oggetti anche a mesi di distanza.
Lunedì pomeriggio Herzog e Worbs hanno incontrato al Centro antiveleni di Pavia gli investigatori e la procuratrice di Larino, Elvira Antonelli. Si attendono i primi risultati dei test condotti dagli esperti tedeschi, che saranno disponibili fra tre mesi. Intanto, a breve sono attesi gli esiti completi delle autopsie.
Ci sono ancora molte altre cose che non si sanno di questo caso. Non è chiaro per esempio da dove sarebbe stata recuperata la ricina, una sostanza molto tossica e potenzialmente letale estratta dai semi della pianta di ricino, che è diffusa in molte zone del mondo. È la stessa da cui viene l’olio di ricino: la ricina però è contenuta nella parte solida rimanente. Inizialmente si era ipotizzato che fosse stata comprata sul dark web, poi si è iniziato a parlare di un ricino individuato poco distante da Pietracatella, il piccolo comune vicino a Campobasso dove Di Ielsi e Di Vita vivevano. La mamma aveva 50 anni, la figlia ne aveva 15. Nella casa di Pietracatella vivevano con il marito della donna e padre della ragazza, Giovanni Di Vita, e la sorella di Sara, Alice, che ha 18 anni.
Secondo la procura, l’intossicazione di Di Vita e Di Ielsi sarebbe avvenuta a casa loro durante una cena nei giorni di Natale. Tra il 24 e il 26 dicembre la donna e la ragazza erano infatti state in pronto soccorso mostrando sintomi riconducibili a un’intossicazione alimentare, poi erano state dimesse. Nei giorni successivi erano state ricoverate, ed erano infine morte all’ospedale Cardarelli di Campobasso il 28 dicembre. Era stato ricoverato anche Giovanni Di Vita, che poi si era sentito meglio. Alice, l’altra figlia, non era invece stata male: si pensa perché non era presente a una delle cene di famiglia nei giorni di Natale.
Per la morte di madre e figlia sono stati indagati per omicidio colposo e lesioni colpose anche cinque medici del Cardarelli, ipotizzando che fossero stati commessi errori di valutazione in ospedale. L’intossicazione da ricina è però molto difficile da diagnosticare: i sintomi iniziali sono simili a quelli di malattie comuni, come nausea, febbre e problemi gastrointestinali, e per la diagnosi servono anche esami di laboratorio. Non esiste peraltro un antidoto specifico.
Nei mesi scorsi la procura ha sequestrato la casa di Pietracatella, cellulari e computer della famiglia. L’unico altro sviluppo noto, di cui comunque non si sa quasi niente, è la denuncia di una donna molto vicina alla famiglia per favoreggiamento e per aver ostacolato le indagini: avrebbe mentito su alcune presunte tensioni tra Di Ielsi e il marito, che invece chi indaga avrebbe riscontrato nelle chat sui cellulari sequestrati.



