Tre storie di vita sconvolta da uno sgombero
Molte persone che vivevano al “grattacielo” di Ferrara devono cercare un alloggio di fortuna, mentre pagano mutuo e spese condominiali di una casa in cui non possono entrare

«Le mie cose sono ancora là», dice Jinnan, 58 anni, arrivato in Italia 22 anni fa dalla Cina. «Pochi giorni fa ci hanno detto che dobbiamo andare a pulire il frigo e togliere il cibo andato a male. Ti immagini cosa ci trovo dentro, dopo cinque mesi che nessuno ci va?». Jinnan aveva comprato una casa al sedicesimo piano della torre B del “grattacielo” di Ferrara, il complesso di tre torri vicino alla stazione che è stato sgomberato tra gennaio e febbraio: proprio nella torre B, nella notte tra il 10 e l’11 gennaio, era scoppiato un incendio, dopodiché gli impianti erano stati ritenuti non a norma e l’edificio era stato giudicato inagibile.
Jinnan viveva lì con la moglie e i due figli, il maggiore di 34 anni e la minore di 20. Dopo lo sgombero non avevano un posto dove andare: la moglie e la figlia alla fine hanno deciso di tornare in Cina, mentre il figlio al momento è ospitato in una piccola stanza sul retro del ristorante dove di giorno lavora come cameriere.
Jinnan invece è stato accolto a San Bartolo, l’ex ospedale psichiatrico di Ferrara dato in comodato d’uso gratuito alla Caritas di Ferrara, per dare un alloggio alle persone sgomberate. È un edificio imponente, con grandi stanze, mura spesse e le grate alle finestre. Per mantenere la struttura, la Caritas ha ricevuto donazioni e organizzato diverse raccolte fondi. Il comune di Ferrara non ha dato nessun contributo.

Jinnan, davanti all’ufficio dell’unità di strada della Caritas di Ferrara, 29 giugno 2026 (Alice Facchini/il Post)
Il primo luglio però San Bartolo chiude: anche Jinnan, come le altre persone accolte, potrebbe finire in strada, e nel frattempo ha ancora il mutuo e le spese condominiali da pagare. Il sindaco leghista Alan Fabbri non ha mai proposto soluzioni alternative alla questione del grattacielo sgomberato, definendola «squisitamente privata».
Dentro al grattacielo vivevano più di 500 persone, molte delle quali, come Jinnan e suo figlio, erano proprietarie della casa in cui abitavano. Dopo lo sgombero era stato molto difficile rientrare per recuperare i propri oggetti personali: l’amministrazione condominiale ha permesso di farlo solo in tre giornate e pagando 30 euro ogni 45 minuti trascorsi nell’edificio. Jinnan ha lasciato praticamente tutto lì. «Tanto non ho un posto dove mettere le mie cose», dice. «Mia moglie e mia figlia vorrebbero tornare in Italia, ma dove starebbero ora che non ho una casa? Domani ho un colloquio per una stanza: se va male non so cosa farò».
«Se non mi avessero preso qui sarei stato per strada», dice Freedom, che ha 50 anni e viene dalla Nigeria. Anche lui è ospitato nella struttura di San Bartolo, aperta dalla Caritas il 13 febbraio per accogliere chi era rimasto senza casa dopo lo sgombero. In questi mesi ci hanno vissuto in tutto circa 70 persone, mai più di 50 contemporaneamente. Al momento ce ne sono ancora una trentina, di cui circa la metà ha già trovato una sistemazione alternativa. Gli altri invece, tra cui Freedom, stanno ancora cercando.

Freedom, dentro all’ufficio dell’unità di strada della Caritas di Ferrara, 29 giugno 2026 (Alice Facchini/il Post)
Freedom è tra quelli che, dopo aver messo insieme i risparmi di una vita, aveva comprato casa al grattacielo. La sua si trovava nella torre A: «Piano 20, interno 83», scandisce con malinconia. Comprare casa è per molti il compimento di un percorso di vita, oltre che un investimento sicuro per mettersi al riparo da futuri imprevisti. E una persona non immagina che, dopo aver firmato il rogito, possa succedere che il comune ti obblighi a lasciare la tua proprietà, senza la possibilità di rientrarci a tempo indeterminato.
«Quando ho firmato è stato un momento bellissimo, perché voleva dire che finalmente potevo portare qui mia moglie e mio figlio», racconta. Con l’aiuto del suo avvocato ha presentato la domanda per ottenere il ricongiungimento familiare, che è stata accettata. Per Freedom lo sgombero è stato doppiamente doloroso: non solo adesso non ha più una casa, ma finché non tornerà ad avere un alloggio stabile la pratica di ricongiungimento è sospesa.
Negli ultimi mesi infatti Freedom ha dormito in un letto singolo in una camerata a San Bartolo. Chi ci vive ha innanzitutto il problema di come arrivarci: il complesso si trova infatti nelle campagne a sud-est della città, a cinque chilometri dal centro, e per chi come Freedom non ha la macchina spostarsi non è facile. Freedom lavora come operaio di demolizione in una piccola azienda nella provincia di Bologna: ogni mattina molto presto prende la bici e va in stazione, poi sale sul treno per raggiungere l’azienda. Ogni sera fa il percorso contrario. In tutto perde più di due ore negli spostamenti. «Io ho un contratto a tempo indeterminato, guadagno 1.400 euro al mese, ma tra il mutuo e i soldi che mando alla mia famiglia non mi posso permettere di pagare un affitto», dice.

San Bartolo, la struttura Caritas che accoglie gli ultimi sfollati, Ferrara, 29 giugno 2026 (Alice Facchini/il Post)
Oltre agli ospiti che si trovano a San Bartolo, non si sa bene dove siano finite le altre persone sgomberate dal grattacielo: alcune sono tornate nel loro paese d’origine, altre hanno cambiato città o sono andate a lavorare all’estero, altre ancora sono rimaste a Ferrara e hanno trovato un’altra casa in affitto, o sono ancora ospiti da amici e parenti.
Quello che è certo è che 32 famiglie fragili, con minori, anziani o con persone con disabilità, sono state prese in carico dai servizi sociali della città, e accolte in albergo o in strutture pubbliche. Per gestire la loro accoglienza, tra fine gennaio e metà giugno il comune ha speso più di 62mila euro, secondo quanto emerge da un’interrogazione al consiglio comunale della consigliera d’opposizione Anna Zonari.
«Io ho una disabilità al 67 per cento, ma ci ho sempre tenuto a essere autonoma», racconta Ona, 29 anni, che oggi vive in una struttura dell’azienda sanitaria locale insieme ad altre tre donne, condividendo la stanza con una di loro. Appena ha saputo dello sgombero, Ona ha deciso di svuotare il suo appartamento e mettere le sue cose in un piccolo magazzino di proprietà della sua famiglia. «Prima avevo una casa tutta mia, ora ho pochissimo spazio», dice.
Ona è nata in Cina, ma quando aveva 18 anni con la sua famiglia è arrivata in Italia, a Ferrara, dove i suoi genitori hanno comprato una casa nella torre A. Dopo gli studi è stata assunta come apprendista tessile, e così ha deciso di aprire un mutuo e comprare un’altra casa tutta sua, questa volta nella torre C. «Nessuno mi aveva detto che il palazzo aveva dei problemi: era vicino alla stazione, alla fermata dell’autobus e a tanti supermercati. Si arrivava comodamente in centro a piedi, mi sembrava un investimento sicuro. E invece».
Ona ha investito tutti i suoi risparmi. «Ho ristrutturato la casa e rifatto l’impianto elettrico: dopo neanche due anni mi hanno buttato fuori», dice. «Io sono una persona molto precisa, sono sempre stata puntuale nei pagamenti. Non pensavo di trovarmi mai in una situazione così».
Oggi Ona guadagna circa mille euro al mese, di cui 250 servono per pagare il mutuo di una casa in cui non può vivere. «Ho fatto domanda per una casa popolare o di edilizia residenziale sociale, ma niente: io ho anche una disabilità e il comune non può lasciarmi per strada, ma tutti gli altri come fanno?».



