Cosa si studia in una delle migliori scuole per ricercatori d’Italia
La SISSA di Trieste è un ateneo diverso dagli altri, a partire dal modo anomalo in cui viene scelto il direttore
di Francesco Gaeta

A Trieste c’è un ateneo a ordinamento speciale che non forma studenti, bensì dottori di ricerca in fisica, matematica e neuroscienze. Si chiama SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati), e in queste settimane sta cercando il suo prossimo direttore, il cui mandato durerà sei anni, con un bando internazionale. È una procedura insolita nel sistema universitario italiano, dove i rettori vengono quasi sempre scelti al suo interno. Qui invece è una consuetudine.

(foto Sissa)
L’idea di cercare un direttore fuori serve a «portare dentro linfa nuova, idee nuove», spiega il direttore attuale Andrea Romanino. La procedura riflette l’impostazione un po’ anomala: l’elezione formale è preceduta da manifestazioni di interesse da parte dei candidati, seminari per presentare il proprio programma, incontri con i gruppi di lavoro interni e consultazioni informali.
Non è l’unica particolarità della SISSA, che ha sede sull’altopiano che sovrasta la città, in quello che un tempo era un ospedale per malati di tubercolosi. È una struttura piccola, la frequentano poco più di 300 dottorandi, circa 120 ricercatori di post-dottorato e un’ottantina di docenti. E la scuola ha una storia non lunghissima visto che è stata fondata nel 1978. Nonostante questo ha risultati che la collocano ai massimi livelli della ricerca italiana.
Dal 2007 ha ottenuto 34 borse di ricerca dello European Research Council (ERC, una struttura dell’Unione Europea che finanzia la ricerca scientifica e tecnologica), le più ricche e selettive a livello europeo, che possono arrivare a diversi milioni di euro. Il rapporto tra finanziamenti ricevuti e numero di docenti, alla SISSA, supera di 22 volte il dato medio degli atenei italiani. Nell’ultima valutazione dell’ANVUR, l’agenzia nazionale che valuta la qualità delle università, è risultata prima in cinque dei nove settori in cui è attiva.
La scuola è destinata esclusivamente a chi ha già una laurea magistrale. «Qui si fa avviamento alla ricerca», spiega il fisico Pasquale Calabrese. Calabrese lavora sui «sistemi quantistici a molti corpi», che è il campo di ricerca alla base di tecnologie come quella del computer quantistico, che secondo lui potrebbe diventare una frontiera nei prossimi 10-20 anni.
La didattica riflette questa impostazione di alta specializzazione. «Insegniamo ad altri ciò su cui noi stessi facciamo ricerca», spiega un altro professore, Roberto Trotta, che si occupa di scienza dei dati. Non ci sono quindi corsi introduttivi, si passa direttamente a temi avanzati allineati al lavoro che svolgono i professori. I dottorandi sono «già molto selezionati sui temi su cui lavoreranno» e vengono messi «al lavoro dal giorno uno».
Nel caso del gruppo di Trotta, si occupano di applicare l’intelligenza artificiale a campi molto diversi, dalla cosmologia – con l’analisi dei grandi dati prodotti dai telescopi – alla biologia, fino alla ricerca sul cancro.
Le ore di lezione frontale a cui i dottorandi partecipano sono meno della metà di quelle di un ateneo tradizionale, ma vengono compensate da un rapporto molto più stretto e individuale con i professori. Il loro percorso dura quattro anni, durante i quali percepiscono una borsa intorno ai 1.200-1.300 euro al mese, di poco superiore alla soglia minima nazionale. Per i ricercatori post-dottorato con alcuni tipi di contratto lo stipendio sale a circa 2.300-2.500 euro netti al mese. La differenza sta in questo: il dottorando è ancora in formazione, e la borsa è un sostegno economico alla formazione, non un vero stipendio da dipendente.
Alla SISSA i principal investigator, ovvero i docenti che guidano i gruppi di ricerca, hanno grande autonomia nell’aprire nuove linee di ricerca. Più che su grandi dipartimenti e laboratori gerarchici, la scuola investe su singoli principal investigator con curriculum molto forti, capaci di fare da nucleo a nuove aree di lavoro. Lo si vede dal reclutamento: non si aprono concorsi sperando genericamente di “trovare qualcuno bravo”, ma ci si muove prima per capire se in quel settore esista almeno un candidato di altissimo livello da attrarre. L’idea è che assumendo candidati di questo genere, poi loro ne assumeranno altri dello stesso livello nello stesso campo.
Domenica Bueti, neuroscienziata cognitiva della SISSA con esperienze di ricerca a Londra, Roma e Losanna, dice che la scuola riesce a essere molto selettiva senza produrre quella competitività accademica più opaca che altrove alimenta rivalità e «orticelli da difendere». Il motivo principale, secondo lei, è proprio l’alto livello dei docenti e la loro capacità di attrarre fondi internazionali: «Circa il 30 per cento dei principal investigator ha ottenuto una borsa ERC», e questo contribuisce a creare un ambiente in cui il successo dei colleghi non è vissuto come una minaccia. «Se non lo vinci al primo o al secondo giro, sai che avverrà al terzo».
Negli ultimi anni una parte della crescita della SISSA è passata anche da una maggiore apertura all’industria. Sono state avviate collaborazioni stabili con grandi gruppi industriali, spesso attraverso borse di dottorato finanziate direttamente dalle imprese. Con Fincantieri, grande gruppo della cantieristica navale, la SISSA lavora sull’ottimizzazione di scafi ed eliche per ridurre i consumi, sull’idrodinamica e sul contenimento del rumore sottomarino; con Electrolux su prodotti di consumo come frigoriferi e asciugatrici; con Danieli, azienda che costruisce impianti siderurgici, su processi come la colata e il raffreddamento dei materiali.
Gianluigi Rozza alla SISSA ha la delega al trasferimento tecnologico e alla valorizzazione della ricerca. Per descrivere questo lavoro insiste su una distinzione: «Non facciamo tecnologia, ma scienza applicata all’industria».
Il concetto chiave per capire cosa intenda è quello dei “modelli surrogati”, versioni più leggere e veloci di simulazioni molto complesse, pensate per trasferire su strumenti come un tablet calcoli che normalmente richiederebbero un supercomputer. In questo modo è possibile costruire una sorta di “gemello digitale” di un oggetto, un impianto o un processo reale, capace di restituire previsioni e segnalazioni di criticità. Più il dato è completo, più la simulazione diventa predittiva e consente di capire dove e come intervenire. Il punto è portare il calcolo fuori dai centri di ricerca, nel mondo, e usarlo dove serve.
Le applicazioni possibili sono molte. Nella manifattura, per monitorare impianti e anticipare guasti o anomalie. Nella medicina, dove si costruiscono modelli di intervento da consultare anche in fase pre-operatoria. Nelle infrastrutture, con ponti, gallerie e dighe osservati attraverso sensori capaci di ordinare gli interventi di manutenzione e stabilirne l’urgenza.
La SISSA continua però a riconoscersi anche in ricerche che sembrano lontanissime da ogni applicazione immediata. La neuroscienziata Bueti, per esempio, studia il modo in cui il cervello costruisce la percezione dello scorrere del tempo. È un processo che coinvolge varie aree, e utilizzando la risonanza magnetica funzionale è emerso che «la percezione del tempo non è un processo unitario, ma il risultato di più stadi di elaborazione distribuiti nella corteccia cerebrale». Ciascuno di questi stadi contribuisce alla costruzione dell’esperienza soggettiva del tempo.



